Dovremmo chiedere scusa al Cev

Ad ogni anniversario si moltiplicano i ricordi affettuosi, ma forse saremmo più onesti a riconoscere che in tanti c’eravamo sbagliati, che le valutazioni erano condizionate da pregiudizi, così simili a quelli che ci avevano fatto pensare che Guazzaloca, un macellaio!, non avrebbe mai potuto conquistare Palazzo d’Accursio

di Aldo Balzanelli, giornalista


L’8 maggio di otto anni fa se ne andava Maurizio Cevenini, il Cev, dirigente del Pd, presidente prima del Consiglio provinciale, poi di quello comunale, quasi candidato sindaco e infine consigliere regionale con preferenze da record. In questi giorni, come è avvenuto in tutti gli anni recenti, l’anniversario è stato occasione per molti ricordi affettuosi. Sui social sono state postate tante foto in compagnia del Cev. Tutti amici, tutti pieni di nostalgia, tutti uniti nel rimpianto per la scomparsa di un uomo speciale, che aveva saputo creare un rapporto straordinario con le persone, da quelle “importanti” a quelle più semplici. Ma è proprio stato così?

Una cosa è certa. Non vi era luogo, inaugurazione, evento pubblico, appuntamento sportivo nel quale il Cev non fosse presente. La celebrazione dei matrimoni in Sala Rossa con la fascia tricolore era diventato un rito consolidato, come peraltro la conduzione della “pesca” alla Festa dell’Unità. O le partite di pallone con la nazionale dei consigli comunali.

Tutta questa popolarità l’aveva portato, non senza qualche mugugno e malumore dentro il suo partito, a correre per diventare sindaco della città. Se non che alla vigilia delle primarie, un improvviso malore lo fece rallentare, costringendolo a rinunciare alla candidatura e a veder “sfumare il sogno di una vita”. Sarebbe stato un Guazzaloca moderatamente di sinistra. Sottolineo moderatamente, perché si era detto contrario alla costruzione di una moschea in città e anche ai matrimoni gay.

Forse è già stato ricordato che come Guazza era partito dal basso. Il primo da macellaio a presidente della Camera di Commercio passando per l’Ascom. Il Cev da centralinista di una clinica ne era diventato l’amministratore delegato e poi presidente dell’associazione della sanità privata. Due percorsi simili per due caratteri molto diversi, uniti però da una estrema disponibilità all’ascolto e alla voglia di essere tra la gente per tastarne gli umori. Non a caso allo stadio Dall’Ara i tifosi, generalmente poco teneri con i politici, cantavano “Maurizio-uno-di-noi”.

Era molto amato dalla gente, in Regione approdò con oltre 19 mila preferenze, meno dall’establishment del suo partito. Piero Ignazi una volta ha scritto che “ogniqualvolta un dirigente del Partito Democratico si ritrova a discutere della possibilità di affidare un incarico di partito a un candidato che ‘piaccia alla gente’ cade sempre nello stesso tranello: lo accusa di non essere esperto, di non avere esperienza sulle spalle, di non essere tagliato per quel ruolo e finisce con il confondere la parola popolare con la parola populista. Quante volte abbiamo sentito dire: ‘Ragazzi, ma come si fa a candidare a sindaco uno che è diventato famoso andando allo stadio e celebrando matrimoni?’.

Già quante volte, non nelle dichiarazioni ufficiali, ma nelle chiacchierate informali ci siamo sentiti ripetere parole come queste? E quante volte, ammettiamolo se vogliamo essere davvero sinceri, tanti di noi le hanno condivise?

Per questo, di fronte al tripudio di riconoscimenti pubblici e di rimpianti che ogni anno si leggono in occasione dell’anniversario della scomparsa di Maurizio Cevenini, faccio fatica a non avvertire un po’ di disagio, un filo di ipocrisia.

D’accordo, quando una persona ci lascia si tende a celebrarne i pregi. Ma forse saremmo più onesti a riconoscere oggi, a distanza di anni, che in tanti c’eravamo sbagliati, che le valutazioni erano affrettate, condizionate da pregiudizi, così simili a quelli che ci avevano fatto pensare che Guazzaloca, un macellaio!, non avrebbe mai potuto conquistare Palazzo d’Accursio.

Il Cev non era solo stadio, matrimoni, Bar Ciccio e pesca alla festa dell’Unità. Ecco cosa diceva della Lega: “Se abbiamo paura della Lega? No. L’Emilia è forse l’unico posto in cui i leghisti, che hanno fatto la fortuna con le tecniche dei vecchi comunisti, incontrano sulla loro strada qualcuno che è ancora più comunista di loro: e fino a che noi manterremo la nostra identità, e la nostra passione, ve lo garantisco, state tranquilli che da qui non si passa”.

Non avevamo chiaro che ne capiva qualcosa anche di politica.

credits: Mario Carlini/Iguana Press

6 pensieri su “Dovremmo chiedere scusa al Cev

  1. Il Cev, amico caro, disponibile, affettuoso e capace, riposa a San Lazzaro giusto sotto i loculi che custodiscono le spoglie dei miei genitori. Sono legato a lui per sempre. Lo saluto spesso, onorando la memoria di mamma e papà. E non mi capacito che sia finita così la sua bellissima vicenda umana. La sinistra ha bisogno di gente che, come lui, sia parte della gente. Non basta essere “dalla parte” della gente perché in quel modo se ne è parte solo in parte. Non serve essere d’accordo su tutto con persone così. Sono talmente nel giusto di atteggiamento che si comprendono meglio, in loro, anche le divergenze. Persone così fanno del bene anche quando fanno qualcosa di diverso da quello che vorremmo.

  2. Grazie Aldo. Non ho mai parlato in pubblico di Maurizio, pur avendo con lui grande confidenza che emergeva le tre volte l’anno che ci vedevamo e riannodavamo ricordi e attualità. Gli telefonai in occasione del malore e ci incontrammo casualmente pochi mesi prima della sua scomparsa. Anche allora qualche confidenza personale, che custodisco rigorosamente, qualche considerazione di politica e qualche battuta (mi definiva un terzino destro di posizione in quanto, a differenza dei fluidificanti, ero soprattutto legato ad una singola zolla di campo). Allora io lo chiamavo Beckenbauer e quello per lui era il complimento preferito.
    Un tratto di cui pochi parlano è la sua ironia leggera che dava contemporaneamente il senso di una persona intelligente che preferiva far capire il suo pensiero con la metafora scherzosa piuttosto che in un’aspra discussione. Questo spiega molto di Maurizio, delle sue contraddizioni, .della sua sensibilità e del suo profondo rispetto per gli altri. Ciao, Beckenbauer.
    gianluigi magri

  3. “…città gaudente, giuridica ed erudita, confine tra sangue e civiltà romana e nordica, città di funzioni importanti e di azioni mediocri, città mista, agraria, pacifica, di donne, ghiotta, di duttili cittadini, acquiescente, eliminatrice”.

    Queste parole sono di Riccardo Bacchelli e la città a cui sono riferite è Bologna, dove il grandissimo poeta nacque nella primavera del 1891. Non siamo davanti a un affrettato elenco di diverse qualità. Non sono parole frettolose buttate via. Le ha scritte un bolognese attento come pochi alla vita civile e popolare -un testimone di rango ora praticamente dimenticato sia dalla letteratura, che dal giornalismo che dalla città nel suo complesso e nelle sue istituzioni.
    Ecco, se io ripenso oggi al Cev, come personaggio pubblico, mi vengono subito alla mente queste parole di Bacchelli. Era il maggio del 2012. Appena in marzo vi fu l’altro grande lutto cittadino per Lucio Dalla. In settembre poi vi sarebbe stato quello per Roberto Roversi. Tre persone e tre personaggi diversissimi tra loro, per generazione, storia, vicende. Celebri, amati, e tutti e tre con quella vibrazione sbilenca nel rapporto con la città. Pare proprio che alla fine le parole dei poeti vincano.
    Ma forse vale per tutti quel che già Italo Calvino ci lasciò scritto sul rapporto che si ha con la propria città, inventandosi quel lungo dialogo fra Marco Polo e Kublai Khan che divenne poi quel capolavoro de “Le città invisibili”.
    Per la morte di Maurizio Cevenini, in Comune durante l’esposizione in camera ardente, furono messi quattro grandi quadernoni per raccogliere le firme.
    Avevo incontrato il Cev pochi giorni prima, in occasione di un matrimonio di amici. Così, anche per la bizzarra coincidenza cronologica, la tragica notizia della sua morte mi colpì particolarmente.
    Volli andare in camera ardente con la macchina fotografica e – credo con la massima discrezione – mi misi in un angolo lungamente fotografando tutte quelle mani al momento delle firme.
    Ugualmente andai poi ai funerali e feci la ripresa finale dal punto di vista dell’altare che vede la basilica di San Francesco svuotarsi dopo la cerimonia religiosa.

    Di queste immagini feci questi otto minuti di video. Era il mio omaggio di bolognese al Cev. Testimoniare la verità storica e immediata di quelle mani. Quelle mani, viste direttamente nel mirino della camera erano per me il simbolo del grande amore che la città, come popolo riservava a quell’uomo.
    Mani e amore hanno in comune il destino del verbo fare. Rivedevo in quelle firme, in quelle penne impugnate, in quella determinazione volontaria, in quell’esserci, le preferenze che Maurizio Cevenini aveva già ricevuto. Era come un grande voto popolare, che come cittadini andavamo a portare e riportare dentro il Palazzo. Ma la città era comunque mista, già ci aveva ricordato Bacchelli. E credo che misto fosse il sentimento di ciascuno in quel momento. Scelsi così, in modo del tutto naturale di usare quelle sequenze incerte fra la fluidità e la staticità, come a singhiozzo.

    Ma non mi dilungo. Ricordo e chiedo a chi voglia condividere la cosa, di quei quattro quaderni con tantissime firme, e tanti saluti. Sarebbe bello poterli ora leggere. Sono oggi un documento storico importante. Crinale civico e limpido fra intimo e politico, pubblico e privato. Nati a Palazzo D’Accursio, come atto pubblico. Gesto individuale e collettivo che testimonia l’amore di popolo che circondava e reggeva la vita e l’azione del Cev.
    Avendo Cantiere Bologna accolto diversi miei interventi propongo stavolta un intervento con un altro linguaggio. E di condividere la mia richiesta sui quattro quaderni di firme e saluti che furono raccolti fuori dalla camera ardente.

    Gabriele Via, Bologna 9 maggio 2020

    https://youtu.be/IUZ-qg3U6r4

  4. Finalmente una voce fuori dal coro. Concordo con la riflessione di Aldo Balzanelli. Non avevo mai pensato ad una similitudine tra Guazzaloca e Maurizio. Entrambi civici, entrambi sarebbero stati ottimi candidati del Pd. Il primo pur essendo esterno riuscì a diventare Sindaco, il secondo pur correndo al suo interno non lo diventò mai. Anzi, dovette guadagnarsi con caparbietà e coraggio quel poco del tanto che avrebbe meritato. Unica imprecisione nell’articolo di Cantiere Bologna il titolo. Non”Dovemmo chiedere scusa “ma “Dovrebbero chiedere scusa”. Da quello che ricordo nessuno si è mai fatto avanti con decisione. Ci è venuto a mancare un amico, un politico davvero impegnato, anche nel sociale, e sempre presente. Non so gli altri, ma io quando vedo nelle foto e nei video del mio matrimonio (uno dei giorni più belli della mia vita ) la sua faccia sorridente, non è solo la tristezza per lui che non c’è più, ma anche quel cono d’ombra che ha creato in chi vi è raffigurato.

  5. Il Cev incarnava la politica dal basso, ma di alto rango. Quella che fa prendere voti anche senza la ricerca di coalizioni e stratagemmi vari. Quella che “basta lui”. Quella che servirebbe anche oggi. Il problema? Maurizio era troppo corretto e quindi qualcuno, piu’ d’uno e da dentro, se lo e’ mangiato. Non risuccedera’ che esista uno/una come lui. Di quel livello non ce ne sono piu’, si e’ rotta la macchinetta. Almeno credo.

    Hai fatto bene a scriverne, Direttore. E a ricordare la verita’. Inutile professarsi amici, dopo. Maurizio era una brava persona e anche un politico acuto. Ma a che serve dirlo ora. Non l’avevamo capito.

  6. Grazie di questo articolo che mette al centro la persona Maurizio, anche in relazione alla difficoltà della classe dirigente a riconoscerne il valore. Come tantissime altre persone anch’io ho conosciuto Maurizio, condiviso pezzi di attività politica dentro il partito democratico e belle collaborazioni in sede istituzionale, e mi fa piacere avere la possibilità di leggere e di parlare un po’ di lui. Maurizio, persona intelligente e garbata che rifuggiva le dinamiche di sospetto e di conflittualità politica e che amava talmente il contatto con la gente, da aver costruito negli anni con tenacia e senza distrazioni una fitta rete di relazioni che lo aveva reso una delle persone più popolari di Bologna. Questo percorso lo aveva portato quasi “naturalmente” a diventare il candidato Sindaco della città. Da quel momento Maurizio, che aveva sognato per tanto tempo di fare il Sindaco, è entrato in uno stato di ansia crescente. Per quello che ho colto io che lo seguivo con interesse e amicizia, le ragioni erano sostanzialmente due: 1) il sogno inseguito per tanto tempo era diventato realtà e lo aveva messo di fronte ad un’inedita e straordinaria responsabilità; 2) dentro il Partito Democratico non aveva sentito l’acclamazione e per questo dubitava di essere l’ultimo candidato “rimasto”, piuttosto che il candidato “scelto”. Penso che il malessere che lo ha colpito fosse figlio di questo insieme di emozioni e che lui abbia davvero temuto di non riuscire a stare in un ruolo così complesso senza l’afflato generale del suo partito. In quella fase travagliata ho cercato di parlargli più volte, di incoraggiarlo dicendogli che difficilmente si diventa sindaco con un sostegno plebiscitario del/dei partiti, che lui sarebbe stato un ottimo sindaco, che non avrebbe corso il rischio di diventare sindaco/accentratore, che avrebbe avuto dalla sua l’amore dei cittadini e la capacità di farsi supportare da una squadra di assessori capace. Ma poche persone hanno colto le lacerazioni che lo attraversavano, tantomeno lo stato di profondo malessere che lo ha portato a fare quel gesto estremo. E’ uno dei casi in cui purtroppo il partito/comunità non si è “connesso sentimentalmente”

    Gabriella Montera 10 maggio 2020

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