Sentirsi europei? Impossibile senza lo sport e una casacca comune

Le comunità immaginate di milioni ci sembrano molto più reali in una squadra di undici persone, insegna Hobsbawm, perché consentono un’immediata comprensione del “noi” e dell’”altro”. Costruire squadre Ue per sfidare avversari all’altezza rafforzerebbe il concetto di Unione. Bologna, città universitaria, cosmopolita, multi-sportiva sarebbe una candidata eccellente per proporsi come centro propulsore di questo esperimento sportivo-identitario

di Nicola Sbetti, storico


Nel suo intervento del 2 maggio (La storia corre, l’Europa arranca) Fulvio Cammarano ci ha ricordato come l’Europa non sia ancora una comunità – “Siamo condòmini all’interno dello stesso stabile, non una collettività o una famiglia” – allo scopo di spronarci a riflettere sul perché ciò non sia (ancora?) avvenuto.

Se il brusco arresto dei processi di integrazione europea appare evidente, negli elenchi delle molte cose che non sono state fatte, per “trasformare il rospo intergovernativo nel principe azzurro nazione federale” e per costruire i tanto declamati “Stati Uniti d’Europa”, si tende generalmente a dimenticare un fenomeno che, pur essendo politicamente periferico, è un potentissimo costruttore di identità, specie in tempo di pace: lo sport.

Negli ultimi decenni, infatti, le istituzioni comunitarie non hanno fatto propria la lezione di Eric Hobsbawm, secondo cui “le comunità immaginate di milioni ci sembrano molto più reali in una squadra di undici persone”, e si sono concentrate quasi esclusivamente sulle implicazioni economiche del fenomeno sportivo, basti pensare alla sentenza Bosman del 1995. Si è così ignorato il fatto che le competizioni sportive permettono una più facile e immediata comprensione del “noi” e dell’“altro”, rafforzano l’identificazione fra atleti e nazione e contribuiscono – tanto in senso positivo quanto negativo – alla stereotipizzazione dell’“altro”, generando un numero infinito di occasioni in cui le nazioni sono impegnate in qualcosa di concreto e visibile.

Le raccomandazioni, con cui nel 1985 il “Comitato Adonnino per un’Europa dei cittadini” sosteneva che i paesi membri avrebbero dovuto incoraggiare le proprie istituzioni sportive a “1) inserire i simboli comunitari accanto a quelli nazionali; 2) organizzare delle competizioni comunitarie; 3) costituire delle squadre europee”, sono rimaste lettera morta. Di conseguenza l’attuale struttura del sistema sportivo internazionale contribuisce a rinforzare l’idea di un mondo diviso geograficamente in Stati-nazione in competizione fra loro in cui l’Europa non esiste.

Perché allora non sfruttare un fenomeno che grazie al proprio linguaggio universale può superare barriere cetuali, culturali e linguistiche e di suscitare emozioni per provare a costruire un sentimento europeo capace di andare oltre la retorica della “generazione Erasmus”? Tanto più che la pandemia porterà necessariamente a un ripensamento almeno parziale dello sport globale e dei suoi calendari.

Ci attende uno scenario in cui si dovrà fare i conti con competizioni rinviate e cancellate, con calendari ristretti e difficoltà economiche. Si sta quindi aprendo una finestra di opportunità per inventare e promuovere nuove tradizioni in cui nelle diverse discipline sportive si potrebbero costituire delle squadre dell’Ue che sfidino regolarmente avversari all’altezza, magari utilizzando modelli già sperimentati come quelli dei British and Irish Lions nel rugby o della Ryder e della Laver Cup nel golf e nel tennis.

Sia ben chiaro, la creazione di queste squadre europee non andrebbe certo a sostituire, bensì ad aggiungersi alle squadre nazionali esistenti. Del resto lo sport è in grado di rappresentare tutti gli ambiti: urbano, regionale, nazionale e sovranazionale. Affinché i cittadini europei si appassionino e si identifichino nelle rappresentative sportive Ue sarebbe poi necessario che i rivali fossero competitivi e che le scelte venissero fatte in base al merito e non secondo criteri di provenienza geografica. Tanto più che, se questo tipo di competizione fosse allargato a tutte le discipline, la gran parte dei paesi Ue finirebbe comunque per avere almeno uno o un’atleta come rappresentanti.

E se, come sostiene Marisa Ostolani, “Serve un’Europa più bolognese”, proprio la città delle due torri si potrebbe proporre come un centro propulsore di questo esperimento sportivo-identitario. Del resto Bologna in quanto città universitaria, cosmopolita, dalla cultura multi-sportiva potrebbe essere un’eccellente candidata anche alla luce della sua accessibilità sul piano logistico e turistico e per le sue buone infrastrutture sportive. Peraltro proprio a Bologna nel 2009 in un convegno dal titolo “Se lo sport fa l’Europa”, organizzato dall’allora dipartimento in Politica, Istituzioni e Storia dell’Università di Bologna, il professor Cammarano aveva pubblicamente lanciato la proposta, poi promossa anche in altri contesti senza mai vedere concretamente la luce, di costituire squadre sportive europee

Ovviamente nemmeno ammirare i più grandi campioni continentali con la bandiera europea cucita sul petto che cantano l’Inno alla Gioia potrà essere sufficiente per costruire un’identità condivisa; tuttavia, almeno per qualche ora, popolazioni che per secoli si sono fatte la guerra finirebbero per sentirsi parte della stessa comunità imprimendo, almeno dal punto di vista simbolico, un’accelerazione al lungo e complesso processo d’integrazione.

Passando dalla teoria alla pratica Bologna potrebbe ospitare una sfida Europa-Stati Uniti nella pallacanestro (maschile e femminile) e nel calcio femminile oppure Europa-Brasile nel calcio maschile, ma pure Europa-Resto del mondo di pallavolo, pallamano e pallanuoto, senza dimenticare il cricket (in cui una squadra europea senza l’Inghilterra potrebbe forse provare a giocarsela contro l’Afghanistan o il Bangladesh), contribuendo a rafforzare il sentimento comunitario dei nuovi cittadini europei provenienti dal subcontinente indiano. Con opportuni escamotage anche sport individuali come la scherma, il nuoto, l’atletica e via dicendo potrebbero essere coinvolti.

Fra il dire e il fare, però, c’è sempre di mezzo la volontà politica. E senza volontà politica, è lapalissiano dirlo, tutti questi ragionamenti finiscono per essere un mero esercizio di stile.


Un pensiero su “Sentirsi europei? Impossibile senza lo sport e una casacca comune

  1. Un bellissimo articolo prof. Sbetti. D’accordo su tutto, anche per la partita Europa contro USA da giocare a Bologna. Ma qualche dubbio su un’Europa più bolognese: deve essere più europea. Bologna first, non passa. Mi chiedo infine, l’Europa era più Comunità quando era Comunità europea? Direi di sì, meno intergovernativa e con più speranze per un vero federalismo. E pensare che divenendo Unione ci aveva illuso che avemmo fatto passi avanti…

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