Bolognesi: «La verità è vicina, stavolta scopriremo i mandanti»

Il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime del Due Agosto racconta l’angoscia di questi 40 anni: da quando riconobbe il figlio ustionato da una voglia e seppe che la suocera era stata uccisa dalla bomba alle infinite battaglie per la verità. «Non fu una strage di Stato – dice – ma di un pezzo dello Stato che non credeva nella Costituzione». Per capire quell’orrore, aggiunge, «bisogna seguire il filo della strategia della tensione: al centro di tutto c’era la P2 che ideò il massacro e organizzò i depistaggi. Oggi, grazie alla digitalizzazione degli atti, abbiamo milioni di dati e di pagine a disposizione e siamo a un passo da chi organizzò quel colpo alla democrazia. I palestinesi, le piste internazionali? Tutte cortine fumogene sparse dagli ideatori dell’eccidio – insiste Bolognesi – fu Gelli il primo a parlare di un sigaro buttato».

di Silvia Rizzetto, giornalista


A 40 anni dalla strage di Bologna, che cosa resta? «Il ricordo è vivo. Andiamo nelle scuole, scriviamo libri, gli artisti ci hanno aiutato a costruire un movimento di opinione. Il risultato è positivo: sono stati concessi due anni di indagini sui mandanti, la prima parte è conclusa e ci sono dei rinvii a giudizio. Ora è in corso un’altra indagine. Ci sarà un processo con l’indicazione dei mandanti, probabilmente anche degli ispiratori politici della strage».

Come siete giunti a questo risultato?

«Abbiamo tutte le carte sul due agosto in formato digitale, più semplice da gestire. La ricerca si è ampliata, non riguarda esclusivamente atti di terrorismo, ma reati finanziari, furti e rapine. Già nel 1981 abbiamo iniziato a caricare sul computer le parole chiave dei documenti evidenziate da un’equipe. Nello stesso anno abbiamo scoperto la loggia massonica P2 e i legami tra terrorismo, servizi segreti e stragi. Infine un depistaggio, l’esclusione di Bologna dalla strategia della tensione, dichiarata conclusa nel 1974 con la caduta di Nixon. Così si spiegano le false piste ideate per confondere le acque. Penso alla pista palestinese».

Qual è stata la svolta degli ultimi anni?

«Con l’arrivo del pm Giuseppe Amato, la Procura della Repubblica ha chiesto la riapertura del processo Cavallini, poi condannato, e l’archiviazione delle indagini sui mandanti, da noi contestata. Si sosteneva che i Nar Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini fossero degli “spontaneisti armati”, cioè senza collegamenti con i servizi segreti o con chi poteva ispirarli. Dal processo Cavallini è emerso invece che i tre avevano legami con i servizi segreti».

La Procura generale ha infatti avocato l’inchiesta e chiesto il rinvio a giudizio per Paolo Bellini, ex estremista nero, per concorso nella strage.

«Un filmato di un turista tedesco residente in Svizzera, depositato tra il 1984 e il 1985, lo ritrae subito dopo la strage. Il suo alibi, analizzato, è compatibile con la sua presenza a Bologna nell’ora della strage. Oggi Bellini è un collaboratore di giustizia, è stato interrogato sulla trattativa Stato-mafia. Molto probabilmente l’indagine che sta effettuando la Procura generale riaprirà altri capitoli di questa storia non ancora conclusa».

Quali?

«L’appartamento in via Gradoli a Roma, il covo dei brigatisti rossi quando è stato rapito Aldo Moro era stato dato in affitto ai Nar anni dopo. Stesso numero, stesso interno. Il punto di riferimento dei Nar per l’omicidio di Francesco Straullu della Digos, che stava svolgendo delle indagini. Lo stabile era di una società dei servizi segreti italiani. L’uomo della società che lo ha affittato alle due bande è accusato di false dichiarazioni. Non un depistaggio, ma va in quella direzione: è probabile che ci furono legami tra Br, Nar e servizi segreti».

Cosa sa dei legami tra Bellini e i Nar?

«Dalle indagini spuntano collegamenti con Cavallini e con i vertici del terrorismo nero».

Quale fu il ruolo di Cavallini?

«Era un pezzo grosso. Nella sua agenda aveva due numeri relativi all’Anello, un corpo dei servizi segreti che si occupava di operazioni sporche».

E degli altri rinviati?

«Il generale Quintino Spella, allora capo del Centro Sisde di Padova e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel sono accusati di aver creato depistaggi nel 2019. Vuol dire che i risultati finora ottenuti e le nuove indagini sui mandanti stanno sconvolgendo l’ambiente di protezione dei terroristi neri».

Secondo l’accusa, i Nar sarebbero stati finanziati dalla P2 per mettere la bomba in stazione.

«Nelle nostre memorie depositate in Procura c’è scritto dei 14 milioni di dollari di Licio Gelli, dati a delle strutture segrete italiane nel 1980, prima e dopo la strage. Mi auguro che le analisi portino a chi ha ricevuto questi fondi».

Perché la P2 volle l’attentato?

«Nel 1979 la P2 ipotizzò, studiò e mise a punto la strage, preparando dei depistaggi. Bologna faceva parte del suo Piano di rinascita. L’obiettivo era quello di sovvertire lo Stato, di organizzare una spinta autoritaria che mirava a eliminare o a svilire i principi della Costituzione».

Ci sono altri elementi?

«Nel frattempo, il giudice Mario Amato aveva raccolto e confrontato tutte le indagini sui fatti eversivi, rapine e reati minori commessi dai Nar romani. Il 13 giugno 1980 avvertì il Csm della pericolosità dei Nar dal punto di vista dinamitardo e svelò di essere vicino a scoprire i mandanti degli atti eversivi. Il 23 giugno venne ucciso. Aveva messo mano sul filone di Paolo Signorelli, da lui si arrivava a nomi importanti. Amato venne ucciso da Cavallini e Luigi Ciavardini perché “fu sgarbato con la Mambro”. Ridicolo. Si fa di tutto pur di non collegare Amato con la strage. Le carte di Amato entrarono all’interno del processo di Bologna, furono così evitati dei depistaggi».

Non fu un caso.

«Quando a fine giugno 1980 cominciò a trapelare la voce di un evento eversivo di cui tutti i giornali del mondo avrebbero scritto, i servizi segreti si attivarono, non per bloccare la strage ma per proteggerla. Per farlo, incaricarono Spella. Abbiamo sempre pensato che il ‘cattivo’ fosse il Sismi, invece anche il Sisde fece la sua parte».

E poi?

«La strage venne fatta senza intralci. Mambro e Fioravanti si rifugiarono a Milano in viale Washington in un appartamento che dalla loro descrizione sembra quello di una società paravento dei servizi segreti. A settembre la coppia uccise il neofascista di Terza posizione Francesco Mangiameli. A giugno aveva riferito tutti i retroscena della strage al colonnello del Sisde Amos Spiazzi, che a sua volta li rivelò a L’Espresso, citandolo come fonte».

Quindi i Nar erano lucidissimi?

«La loro consapevolezza è dimostrata dal loro silenzio, hanno evitato domande sui mandanti della strage. Ma c’è chi ancora non ha capito che non operavano a viso aperto. D’altronde, fu Francesco Cossiga ad aver sostenuto la questione degli “spontaneisti armati” e la pista palestinese. E il primo depistatore fu Gelli, che parlò di un sigaro buttato che fece esplodere un carico che passava nella sala d’aspetto della stazione».

Ma per il deputato di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani la strage fu “terrorismo di Stato”.

«Fu fascista. Basta leggere i fogli d’ordine o i giornali. La loro strategia era il terrorismo diffuso, le stragi di massa. Bologna era un esempio di governo comunista che certi ambienti non tolleravano. E in quei giorni veniva depositata l’ordinanza sull’attentato dell’Italicus. Definirla “strage di Stato” fa torto a chi si è battuto per esso: Amato con la vita, le forze dell’ordine soccorrendo le vittime. Noi stessi siamo lo Stato».

C’è un legame tra Ustica e Bologna?

«Ustica fu un incidente. L’aereo si trovò in mezzo a una battaglia aerea. Per nascondere la verità vennero ideati dei depistaggi. A Marco Affatigato vennero affidati degli incarichi per metterlo nelle mani dei giudici di Bologna, per portarli in strade diverse. Fu accusato falsamente di essere il protagonista di entrambe le stragi: questo è l’unico legame tra Ustica e Bologna. Ancora oggi i responsabili politici dell’aeronautica e dei servizi segreti non parlano. Sono spariti gli archivi dall’80 all’87 riguardanti i trasporti, la marina, l’aviazione».

È possibile un collegamento tra la mafia e la strage di Bologna?

«Non escludo niente. La mafia non è stata assente quando si voleva cercare di promuovere l’eversione nel nostro Paese. Quando abbiamo depositato le nostre memorie in Procura, abbiamo parlato dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Dai riconoscimenti effettuati, sembrava che Fioravanti e Cavallini fossero stati gli esecutori. Poi sono stati assolti. Ma Falcone aveva il dubbio che fossero i terroristi neri, questo non rientrò nel processo».

Paolo Cucchiarelli, ex cronista dell’Ansa, ha indicato una nuova pista, la “sarda”. Ritiene che l’Olp aveva un deposito d’armi nell’isola. È una teoria che regge?

«Un’ipotesi molto ardita. Parla di due bombe, una che è servita per far esplodere l’altra. Ogni anno si tirano fuori dei “misteri”. Questi sono segreti. I misteri sono delle religioni. Così si perde la volontà di arrivare alla verità».

Il 23 giugno sono stati distribuiti a Bologna dei volantini con la foto dei resti della presunta “Ignota 86”. È stato violato il diritto di informazione?

«Si può teorizzare l’ottantaseiesima vittima, sostituita o portata via perché non doveva essere riconosciuta, ma non diffondere immagini riservate. Questo è sciacallaggio. Così le fotografie delle vittime rischiano di diventare pubbliche».

Parliamo di responsabilità della politica. Quanto si sono impegnati in questi anni i governi di centrodestra e di centrosinistra?

«La commissione parlamentare Mitrokhin, che ha avallato la pista palestinese, è stata istituita durante un governo di centrodestra. Anche la direttiva di centrosinistra del 2014 sulla declassificazione degli atti di tutte le stragi è stata una forma di depistaggio. I servizi segreti ci hanno dato carta straccia. Lo stesso capo dei servizi segreti Gennaro Vecchione ci ha detto: “Un comitato di altissimo livello ha analizzato i documenti da depositare. O cambiano i criteri, così depositiamo altre carte, o altrimenti li abbiamo già depositati tutti”. Ciononostante, è con Matteo Renzi che abbiamo finalmente ottenuto la tanto attesa legge sui depistaggi».

Che cosa si aspetta da un Governo di maggioranza grillina, fautrice della libertà dal segreto di Stato?

«Con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sono state rinnovate le convenzioni per avviare la digitalizzazione degli archivi di Stato, ostacolata dal governo Renzi, che riteneva che gli atti processuali non potevano essere utilizzati per le analisi giudiziarie. Noi invece con quegli atti abbiamo riaperto il processo a Cavallini, le indagini e il processo sui mandanti. Ora attendiamo i risarcimenti alle vittime, rallentati dalla burocrazia e da cavilli. Solo una parte è stata sbloccata».

C’è un episodio del 2 agosto 1980 che non ha mai raccontato?

«Sono arrivato in stazione tra le due e le tre del pomeriggio. Ho preso il taxi a due passi dalla distruzione. Ho ritrovato mio figlio in ospedale. Era ustionato, l’ho riconosciuto da una voglia sulla pancia. Nella notte sono andato a riconoscere il corpo di mia suocera, le casse numerate attorno a me non erano vuote. Dopo due mesi, sono passato in piazza dei Martiri, stavano allestendo le vetrine dell’Omnia. Alla vista dei manichini smontati sono svenuto».

Che ricordo ha di Torquato Secci, fondatore e primo presidente dell’associazione?

«Credeva nell’associazione prima di me, quando nel 1981 proposi l’istituzione di un comitato. Mi ha insegnato una metodologia di comportamento molto rigorosa. Una logica lineare, che non guarda in faccia a nessuno, ciò non vuol dire non appartenere a nessun partito, ma avere delle idee chiarissime ed esporle a chiunque».

Come possono, i giornalisti nati negli anni Novanta, raccontare la strage a chi come loro non ha vissuto gli anni di piombo?

«Sentire i testimoni. Chiedere a loro cosa hanno fatto, come hanno vissuto, la loro battaglia per la verità. Fare delle risposte un patrimonio collettivo, affinché il compito della memoria non sia esclusivo dei familiari. Smontare i depistaggi e non raccontare “misteri”».

L’intervista di Silvia Rizzetto a Paolo Bolognesi è stata realizzata per Quindici, quindicinale del Master in giornalismo dell’Università di Bologna


Un pensiero su “Bolognesi: «La verità è vicina, stavolta scopriremo i mandanti»

  1. Complimenti Silvia! Una bellissima intervista che dimostra la tua conoscenza dei fatti e una forte abilità di giornalista d’inchiesta.

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