Sulla cittadinanza a Mihajlović e la politica “emozionale”

Perché rovinare quell’autentico moto spontaneo di solidarietà della città, un vero attestato di sincera condivisione della condizione umana, con un voto e un’alzata di mano per ratificare qualcosa che nulla c’entra con la malattia di Mihajlović? Purtroppo né sindaci, né consiglieri di maggioranza e minoranza che l’hanno votata, né presidenti di regione solidali che si sbracciano per difendere la scelta, dicono nulla in merito

di Paolo Soglia, giornalista


C’è un nesso tra una folla in piazza San Pietro che urla “Santo Subito!” quando muore un Papa, un ex ministro degli interni che promette galera agli immigrati via Facebook e citofona a casa dei cittadini per sapere chi spaccia droga, una piazza che si riempie di gente rispondendo all’appello di quattro giovani sconosciuti e la cittadinanza onoraria a Siniša Mihajlović?

In apparenza sono fatti diversi, alla cui base stanno sensibilità e finalità assai diverse l’una dall’altra. Ma hanno qualcosa in comune: la disponibilità immediata della politica, nel suo complesso, ad assorbire e fare proprie, immediatamente, delle pulsioni, facendo diventare un’ondata emotiva un atto politico.

Capita così che un allenatore di calcio da sempre divisivo e fiero di esserlo diventi un’icona da venerare che una certa politica, a destra come a sinistra, sfrutta per cavalcare l’onda emotiva che la sorte che lo ha colpito ha generato.

Tutti noi abbiamo bene in mente quel Siniša Mihajlović che ad agosto scorso scompare dal ritiro estivo, la drammatica conferenza stampa in cui annuncia la sua malattia, il suo incedere claudicante, dimagrito, sfiancato dalla chemio, sul campo di Verona alla prima di campionato.

È normale che la città si stringa attorno all’uomo che soffre, ma che lo fa con dignità, che non vuole mollare. È normale e giusta l’ondata di simpatia e solidarietà umana che avvolge Siniša. Anche chi non si interessa di calcio, o che non apprezza le sue idee politiche e le sue maniere burbere, capisce che Siniša Mihajlović è un personaggio autentico, che non bara con la sorte e che in quella scintilla di vita e di lotta c’è qualcosa che ci accomuna tutti: l’idea della morte e la tenacia della lotta per la vita.

Ma a questo punto, passati pochi mesi, entra in scena la politica: il due dicembre il consigliere di minoranza Gian Marco De Biase propone la cittadinanza onoraria per il tecnico del Bologna, ottenendo subito l’adesione del Sindaco, del Pd, e dalla quasi totalità dei consiglieri. Si arriva così alla votazione di questi giorni e alle annesse polemiche: alcuni consiglieri di liste alla sinistra del Pd votano contro e sono additati da alcuni come anime insensibili.

Molti cittadini però, smaltita la sbornia emotiva, storcono il naso: che c’entra la malattia e l’umana solidarietà con l’uomo Siniša, spontanea e generalizzata, sentita e autentica, con il conferimento di una così alta onoreficenza cittadina? Ecco che torniamo al punto: l’affermarsi impetuoso di un fenomeno, la politica “emozionale”.

Disgregatosi un contesto in cui la politica orientava una visione del mondo, polarizzando scelte e comportamenti su un imponente impianto ideologico (fosse esso cattolico-democratico, liberale, socialista o comunista), questa politica “light”, destrutturata, potremmo dire quasi evanescente, si accoda ai fenomeni che colpiscono e turbano l’emotività popolare per dare un senso a se stessa e dare il segno della propria esistenza.

Il punto non è dibattere sul personaggio Mihajlović e sul suo nazionalismo serbo, la sua passata amicizia con la tigre Arkan. Tutte cose risapute, di cui lo stesso Mihajlović ha parlato apertamente, gliene va dato atto. E che quindi dovrebbero essere parte integrante di quel bagaglio culturale che induce un politico a considerare il personaggio nel suo complesso quando viene sottoposta una candidatura per un’alta onoreficenza, non riducendolo a una figurina: il malato di leucemia, famoso e popolare, che lotta con la sua malattia. Ma questa consapevolezza, questa cultura politica, è troppo articolata e alta nella sua semplicità per chi esercita l’arte della politica emozionale.

La politica emozionale è il “qui e ora”, nel momento in cui quel qui e quell’ora sono avvolti da una cappa di sentimento che accomuna gran parte dell’opinione pubblica. E tutto deve essere consumato immediatamente, non c’è un passato, non ha un futuro. La politica emozionale è puro sport: è come surfare sulle onde dei sentimenti forti e momentaneamente condivisi della gente per far credere di lasciare un segno nella storia. Ma finita l’onda emotiva, spenti i riflettori, asciugati i fazzoletti, la forza della politica emotiva si scioglie come neve al sole e la complessità ricomincia ad affacciarsi, rientrando dalla finestra dopo essere stata buttata fuori dalla porta.

E la città si chiede: “Perché abbiamo dato la cittadinanza onoraria a Siniša Mihajlović?”. “Sulla base di quali conoscenze storiche, sulla base di quali opere compiute in una vita dal personaggio, gli è stata conferita?”. E soprattutto: “Perché rovinare quell’autentico moto spontaneo di solidarietà della città, un vero attestato di sincera condivisione della condizione umana, con un voto e un’alzata di mano per ratificare qualcosa che nulla c’entra con la malattia di Mihajlović?”

Purtroppo né sindaci, né consiglieri di maggioranza e minoranza che l’hanno votata, né presidenti di regione solidali che si sbracciano per difendere la scelta, dicono nulla in merito. A questa semplice domanda non danno risposta. Perché non ce l’hanno.

Photo credits: Paul Hermans (CC BY-SA 3.0)


3 pensieri su “Sulla cittadinanza a Mihajlović e la politica “emozionale”

  1. È una vergogna. È lo stesso M. che, richiesto di un commento su un episodio di razzismo al Dall’Ara, rispose con “Anna Frank? Mai sentita nominare”.

  2. Per me Mihajilovič sta soltanto facendo il suo lavoro : non disturbiamolo!
    E smettiamo di solleticare l’ emotività dei bolognesi, che fra un anno devono eleggere il Sindaco, con la testa, non con la pancia.

  3. E cosa dire dell’intitolazione a Bosso dell’Auditorium Manzoni dopo che a Bologna abbiamo avuto la presenza di Abbado per 10 anni?

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