Siniša Mihajlović cittadino onorario, ma perché no?

C’è il rischio concreto che le polemiche intorno al tecnico serbo escano di molto fuori dal seminato, sfociando in una disputa ideologica che ha poco a che vedere con le ragioni della cittadinanza onoraria

di Pier Francesco Di Biase, studente


Mi si perdonerà l’irruenza, ma non credo che la polemica intorno alla assegnazione della cittadinanza onoraria a Siniša Mihajlović stia seguendo i binari corretti. Per lo meno se i binari sono quelli indicati da Michele Pompei nel suo recente intervento su queste colonne.

Non credo nemmeno che sia sempre utile redigere una biografia dettagliata di questo o di quel personaggio, perché il rischio concreto è quello di buttar via il proverbiale bambino con l’acqua sporca. Rischio palese già solo limitandoci per comodità ad alcuni degli illustri personaggi citati da Pompei.

Richard Wagner è stato infatti allo stesso tempo il più grande compositore della sua generazione e un ultra conservatore antisemita (al contrario del suo povero amico-nemico Nietzsche, cui tuttavia la vulgata attribuisce ancor oggi questa attitudine infame), mentre Carducci fu senza dubbio un magnifico poeta, ma anche un inguaribile alcolista, nonché un repubblicano divenuto monarchico per mere ambizioni personali. E l’irreprensibile paladina delle libertà civili Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, non ha esitato recentemente a difendere dinnanzi al Tribunale Internazionale dell’Aia l’esercito birmano che l’ha per lungo tempo incarcerata quando questo, lei in carica come Consigliere di Stato,  è stato accusato di aver perseguitato e costretto alla fuga migliaia di cittadini birmani appartenenti alla comunità Rohingya, la più grande minoranza etnica e religiosa del paese.

E dunque questi esempi mi servono per dire che, a mio modesto parere, il più grave torto che si possa fare a un individuo, oltre all’assegnazione di un premio per meriti civili, è senza dubbio quello di assimilarlo arbitrariamente alle sue volubili opinioni, così come uno dei più gravi torti che si possa fare alla Storia è quello di banalizzarla, riducendo le grandi tensioni che costantemente la alimentano a puerili conflitti tra buoni e cattivi. Le si farebbe in effetti miglior servizio decidendo di porle domande giuste, anche scomode, e tendendo umilmente l’orecchio in attesa di una risposta, senza rinunciare a priori all’idea di potersi stupire.

A sostegno della sua tesi, Pompei cita amicizie, simpatie e vicende più o meno note. Sia chiaro, una guerra non ha mai giustificazioni, come non ce l’hanno rastrellamenti, genocidi e fosse comuni. Ma quella dei Balcani e della ex Jugoslavia è una vicenda oltremodo complessa che sarebbe impossibile e ingiusto tentare di sintetizzare qui e che senza dubbio, una volta approfondita, mette in discussione tutte le certezze ideali e ideologiche di cui è incrostata la narrazione occidentale del XX secolo. Una storia talmente particolare che scorrendola, mi sia consentita l’audacia, si potrebbe persino trovare quel collegamento tra Olocausto e Nazionalismo serbo che Pompei stenta a vedere. Un indizio? Si può iniziare digitando “Ustascia” e “Jasenovac” su Google…

Naturalmente anche queste sono opinioni e si potrebbe discuterne all’infinito. Ma se anche così non fosse, resterebbe comunque il problema di fondo che queste non sono le ragioni per cui viene riconosciuta la cittadinanza onoraria all’allenatore serbo.

Un po’ per rispetto e un po’ per buon gusto, lascerei da parte la malattia e mi limiterei a dire che le opinioni di Siniša Mihajlović molto spesso non mi trovano d’accordo, come non trovano d’accordo Pompei e tanti altri, ma non mi sembrano tuttavia ragioni sufficienti per condannare un uomo che ha indubbiamente il merito di aver ridato fiducia e slancio a un ambiente depresso qual era quello del calcio bolognese prima del suo arrivo. Per questo, e non per altro, io penso che non ci sia nulla di sbagliato nel conferirgli la cittadinanza onoraria.

Photo credits: Nick.mon (CC BY-SA 4.0)


3 pensieri su “Siniša Mihajlović cittadino onorario, ma perché no?

  1. Caro Pier Francesco, grazie per la tua replica alle mie considerazioni di ieri. Se posso, vorrei rispondere, brevemente alle tue.
    Da sempre, per non creare inutili cortocircuiti ed infilarci in tunnel dai quali sarebbe poi impossibile uscire, è necessario separare l’opera dalla biografia personale di chi l’ha prodotta e contestualizzare (sì, in questo caso è d’uopo) la stessa biografia rispetto ai tempi in cui è collocata.
    Citi Wagner e il suo antisemitismo e credo non ti stupirà sapere che Wagner visse in un clima culturale e sociale pervaso di antisemitismo. Sentimento sciaguratamente diffuso e radicato in tutta Europa. Wagner è stato uno dei numerosissimi figli di un’epoca che si è trascinata ben oltre il 19mo secolo. Se hai visto il film di Polanski sul caso Dreyfuss, sarai rimasto colpito da una battuta del tenete colonnello Marie Georges Picquart, l’ufficiale che si impegnerà per scagionare Dreyfuss dalle accusa di spionaggio, che dichiara di essere antisemita come se fosse una cosa assolutamente normale e ragionevole, ma che questo suo (pre) giudizio non avrebbe dovuto configgere con la verità.
    Ma al di là di ciò Wagner era Wagner, cioè uno dei massimi compositori mai apparsi su questa terra. E non è un dettaglio.
    Poi citi Aung San Suu Kyi e in questo caso mi permetto di ricordarti 1 La cittadinanza onoraria le è stata conferita nel 2013, poco meno di tre anni dalla sua liberazione e 2 le è stata conferita tre anni prima che lei entrasse nell’esecutivo di Htin Kyaw. Aung San Suu Kyi è una figura indubbiamente controversa e personalmente sono profondamente inquietato e indignato per le sue posizioni e azioni contro i Rohingya. Ma la cittadinanza onoraria è arrivata prima e la sua biografia non presentava certo le preoccupanti macchie che si sono posate successivamente. La cittadinanza è stata conferita ad una donna che aveva ricevuto il Nobel per la pace in virtù delle sue battaglie e dei suoi sacrifici. Insomma, qualcosa di rilevante, anche lei lo aveva combinato.
    Lasciamo perdere la propensione alcolica di Carducci, perché non mi sembra un elemento che ci possa dire nulla sulla rilevanza letteraria e culturale dello stesso.
    Veniamo a Sinisa Mihaijlovic. Non ritengo la vicenda dei Balcani così complessa. O almeno, non così complessa per rendersi conto che quella guerra è stata portata avanti da un pugno di macellai (non solo di provenienza serba) tra i quali spiccavano i più volte citati Slobodan Milosevic, Radovan Karadžić, Ratko Mladić e naturalmente Arkan. Su di loro gravano enormi responsabilità per i massacri che si sono compiuti in quegli anni.
    Ti assicuro che non è mia abitudine banalizzare la storia, anzi. I cattivi, nella guerra che ha devastata la ex Yugoslavia, ce ne erano eccome e non lo dico io, ma istituzioni come il tribunale per i crimini internazionali dell’Aia.
    Bene Mihaijlovic si è messo, senza se e senza ma, dalla parte di questi criminali di guerra, subordinando la gravità dei loro crimini al fatto che erano suoi connazionali. Liberissimo di farlo, ma libero anche io di considerare questa cosa fortemente problematica (per usare un eufemismo).
    Ma soprattutto, c’è una ragione ancora più forte a nutrire la mia perplessità e non solo la mia: cosa ha fatto l’allenatore del Bologna per meritarsi questo riconoscimento? Ha ottenuto rimarchevoli risultati sportivi? Non mi pare, a meno che non si consideri una pregevole salvezza dalla retrocessione alla stregua di un trofeo. Trofei che al momento Mihaijlovic non ha vinto né a Bologna né in altre piazze dove ha allenato. Oppure viene premiato per la sua vicenda personale, la battaglia contro la leucemia di cui molto si è parlato?
    Wagner, Carducci , Aung San Suu Kyi hanno lasciato tracce importanti e rilevanti del lo loro lavoro, della loro arte o del loro impegno politico. Hanno dato, insieme ad altri, dei contributi ben misurabili. Cosa che non è possibile dire di Mihaijlovic. Dunque, la mia domanda credo che abbia ragione di essere formulata e posta con insistenza a chi ha preso questa decisione, che a molti (non mi permetto di dire ai più) sembra se non offensiva, sicuramente incomprensibile.

    1. Caro Michele, grazie a te per aver innescato un dibattito su questo tema e di averlo fatto su Cantiere Bologna. Del resto il confronto e la circolazione di idee, anche opposte, sono tra le ragioni fondanti questa rivista.

      Fatta questa doverosa premessa, mi tocca tuttavia ribadire la distanza che separa le nostre posizioni. Distanza che, a onor del vero, credo sia dovuta più ad una questione di metodo che non di merito. Ma tant’è, cercherò di sviscerare ulteriormente il mio pensiero.

      Mi fa piacere che, rispondendo alla mia evidente provocazione, si invochi la contestualizzazione e la separazione tra opera ed autore, con la giusta dose di relativismo che logicamente ne consegue, quando si parla di personaggi storici e pubblici anche controversi. È a parer mio una operazione preliminare e di buon senso, indispensabile per una corretta analisi.
      Sfortunatamente in troppi ormai si dimenticano di farla, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti, si tratti di analizzare il valore di personaggi, di statue o di linguaggi: per quanto mi riguarda, il “politicamente corretto” del XXI secolo è a tutti gli effetti equivalente alla “censura” dei secoli precedenti, anche se senza dubbio come termine fa meno impressione.

      Contestualizzazione e separazione opera-autore che divengono ancora più indispensabili nel nostro caso perché, se non le si facesse, oltre a Wagner bisognerebbe rinunciare anche al “vecchio” (qualche movimento femminista aggiungerebbe “porco”) Roman Polanski, di cui tu citi giustamente qui uno degli ultimi capolavori. Come vedi, quello delle biografie è un giochino perverso che potrebbe continuare all’infinito, quindi inutile continuare…

      E dunque bene che noi due si sia d’accordo sulla necessità di mantenere alto l’onore del Parsifal, nonostante più d’uno dei membri della Israeli Philarmonic Orchestra potrebbe storcere il naso conoscendo questa nostra determinazione (come saprai, il povero maestro Metha ha dovuto lottare non poco per sdoganare il genio di Lipsia anche a quelle latitudini). Su Aung San Suu Kyi invece non mi soffermerei più di tanto, se non per dire che i titoli come si danno si possono anche revocare, qualora i possessori dovessero dimostrare una certa indegnità (ma facendolo si ricadrebbe inevitabilmente nel “politicamente corretto” di cui sopra, e quindi che Allah ci distolga da simili propositi!).

      Per venire a noi, a questo punto verrebbe da chiedersi perché le attenzioni che riserviamo a Wagner non dovremmo accordarle anche all’allenatore serbo. Mi si dice, con malcelato retropensiero crociano, che “Wagner era Wagner”. Ed io, che verso Croce provo un’idiosincrasia naturale, potrei rispondere alla Cavalcata delle Valchirie con una punizione “alla Mihajlović”: in fondo, per gli amanti del genere, è una forma d’arte anche quella.

      Ma lasciando da parte le battute e i gusti artistici personali, e al netto di considerazioni più o meno storiografiche che potrebbero anche vederci d’accordo, davvero non capisco come si possano giudicare indegne la rabbia e la frustrazione di un uomo, ai tempi un ragazzo, che vede il suo Paese distrutto e i suoi affetti dispersi, dall’oggi al domani, senza che vi sia una apparente ragione perché tutto questo accada. Non si tratta di fare una valutazione ideologica, quanto piuttosto di riconoscere con empatia dinamiche prettamente umane che troppo spesso, ahi noi, portano anche ad azioni disumane. E questo a maggior ragione quando ci si muove in contesti difficili e sconosciuti.

      Se poi si avesse qualche dubbio sui meriti sportivi di Mihajlović, basterà chiedere cosa ne pensa ad uno qualunque dei tifosi che abitualmente seguono le sfortunate vicende rossoblu. Da spettatore esterno posso dire che, da quando l’allenatore serbo si è seduto sulla panchina del Bologna FC, la noia, la depressione e lo sconforto hanno lasciato spazio ad un gioco propositivo, ad un ambiente motivato e ad un tifo ringalluzzito. In tempi di pandemie e crisi economiche forse non è molto, ma comunque aiuta a stare meglio. È lo sport, bellezza.

  2. Ho seguito il dibattito Di Biase/Pompei e sono piuttosto convinta che non ci siano valide ragioni per assegnare un’onorificenza di valore a Mihaijlovic proprio per le argomentazioni (le giustificazioni del suo fervore giovanile sono piuttosto risibili) che portava Di Biase. Ma davvero aver risollevato gli animi della tifoseria rosso/blu depressa per gli insuccessi calcistici, può essere la motivazione cardine per dare la cittadinanza onoraria a qualcuno? Credo sia proprio da rivedere la scala dei valori cui riferirsi, perché questa mi pare porti direttamente in cantina.

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