Primarie: Bologna potrebbe imporre il modello Usa

Le consultazioni svolte finora non sono un vero processo di selezione ma delle manifestazioni, alcune imponenti come quella che nel 2005 lanciò Prodi col 75% di consensi su quattro milioni di partecipanti. In America per mesi i candidati sono impegnati a confronto con categorie e associazioni. Quanta partecipazione si potrebbe ricevere in cambio: sotto le Due Torri ci sono forze, sedi e teste per tentare di dare un senso a una democrazia asfittica dopo la crisi dei partiti tradizionali

di Renzo Brunetti, pensionato iscritto al Pd


A cosa servono le Primarie? A scegliere il candidato? No! Dove sono codificate direbbero che sono un processo con cui si costruisce una coalizione in grado di aspirare a governare. Il candidato è un ingrediente, importante ma complementare. In un Paese diviso come gli Stati Uniti, ad esempio, le Primarie durano mesi. Nei quali sindacati, taxisti, esuli cubani, comunità ebraiche, associazioni italoamericane, avvocati, ispanici, afroamericani, attori, corporation, chiese e charities cercano di condizionare i programmi dei candidati. È un modello alquanto ‘americano’: i “poteri forti” devono tenerne conto. Nonostante le falle, le Primarie Usa sono il mezzo con cui si unifica un arco di forze dietro a un programma che il candidato ha costruito raccogliendo idee e persone nel corso della campagna.

Nessun partito tradizionale europeo riuscirebbe a tenere unito politicamente un paese come gli Usa senza le Primarie. La scomparsa dei partiti di massa in Italia ha aperto una voragine nei rapporti tra forme di Governo e base elettorale. Qualcuno ha tentato un rimedio facendo entrare strumenti di partecipazione diretta. È rimasto un solo partito non “personale”, il Pd, ma con base esigua e radicamento territoriale ridotto.

Certo, la situazione disperata dei partiti storici non è particolarità italiana: in Francia i partiti socialista, comunista e gollista sono scomparsi. L’Spd in Germania mantiene numeri decenti di iscritti grazie al rapporto privilegiato col sindacato. In Gb i Tories (tre milioni di iscritti quando il Pci veleggiava intorno al milione e mezzo) hanno deciso chi sarebbe diventato premier con una consultazione tra gli attuali 100mila iscritti (90% over 60). Il Labour, che ha tagliato i rapporti con le Trade Unions durante il periodo Blair (prima aveva oltre sei milioni di tessere), ha avuto una rinascita grazie al fenomeno Corbyn raggiungendo 450 mila iscritti, il doppio del periodo precedente. I nuovi, principalmente giovani, erano entusiasti della ricetta Corbyn: bonifica dei debiti scolastici, nazionalizzazione delle Ferrovie, rilancio della Sanità pubblica. Tuttavia la fusione fra vecchi e nuovi iscritti non è mai avvenuta per la diversa posizione sull’Ue – gli uni affascinati dagli slogan dei nazionalisti, gli altri più global e europeisti – e la situazione del Labour sta tornando critica. In Spagna il processo di indebolimento dei partiti tradizionali è avanzato e nuove aggregazioni elettorali si sono ormai affermate.

Ma tornando a noi: si sono fatte le Primarie in Italia? NO. Mai. Quelle a cui abbiamo partecipato erano manifestazioni. Alcune grandiose, quale quella del 2005 con oltre quattro milioni di partecipanti. Prodi, che vinse col 75% contro Bertinotti, Di Pietro, Mastella e Scalfarotto, istituì la sua Fabbrica per consultare prof, categorie, esperti, associazioni, ma dopo le Primarie, non prima! Le Primarie nazionali richiederebbero invece che il Circo si svolgesse prima in una Regione, poi dopo tre settimane in due città importanti, poi ancora dopo un mese in due regioni importanti. Senza dubbio un tour de force per i candidati. Ma così ogni elettore, ogni associazione avrebbe la possibilità di interloquire direttamente con loro. Un processo capace di avvicinare milioni di persone alla partecipazione, supplendo alla gracilità militante degli attuali partiti.

Cosa c’entra la elezione del Sindaco di Bologna con la scomparsa dei partiti? Che bisogno c’è delle Primarie? L’opposizione è inesistente, il tentativo di sfondamento di Salvini in Emilia-Romagna, miseramente fallito, ci dà sufficiente fiducia, il bilancio di legislatura è buono: perché rischiare primarie divisive? Le più che legittime aspirazioni di qualche candidato si possono appianare con la trattativa (come si faceva una volta) e i rapporti con le formazioni ‘minori’ si possono comporre con negoziati (dovessero alzare troppo il prezzo, il doppio turno alle Comunali è un freno alle pretese dei piccoli). È bene ricordare che si tratterebbe sempre di accordi di vertici cui si dà il nome di Coalizioni.

Ma a prescindere dal fatto che questa volta si facciano o meno, il ragionamento contrario alle Primarie è condivisibile soltanto se si pensa a quelle svolte fino a ora: si vota in un giorno unico, lasciando il confronto fra candidati a un paio di interviste sui giornali. Se invece si volesse ricucire il rapporto tra partecipazione democratica e forme della politica, Bologna sarebbe una delle poche realtà dove ci sono forze e sedi (forse le intelligenze) per tentare un percorso di ‘Primarie’ nuovo, all’americana appunto. Si aiuterebbe così il centro-sinistra a crescere, indicandogli una forma di partecipazione capace di attrarre nuove forze.

Obbligare 4-5 candidati a confrontarsi per mesi in primarie a tempi diversificati, per quartiere, per categorie, per settori consentirebbe infatti di costruire una Coalizione di nuovo tipo. Si darebbe ai militanti la possibilità di sentirsi attivi. Un tal processo permetterebbe a tanti giovani, penso alle Sardine (digiuni delle virtù della vecchia politica) di non sentire la presentazione di un candidato sindaco da parte del Pd come decisione presa da pochi in un salotto. Anzi, potrebbero mettersi in moto al seguito di questo o quel tema, di questo o quel candidato. Una scelta che certo ha i suoi rischi: potrebbe vincere il più simpatico, il meno adatto, il più scaltro. Ma purtroppo anche con altri metodi non è mai garantita l’eccellenza della scelta.


4 pensieri su “Primarie: Bologna potrebbe imporre il modello Usa

  1. Considerazioni molto interessanti e “aperte”! Un modo intelligente, per quanto impegnativo, di interpretare e rendere concreta la partecipazione dei cittadini e delle cittadine alla costruzione della città del futuro

  2. È una proposta interessante e impegnativa (un impegno che al nostro partito farebbe solo bene, dai dirigenti agli iscritti), ma non so quanto praticabile in questa fase di pandemia. Si può studiare.

  3. Bella la proposta, intelligente e, forse proprio per questo, provocatoria. Ma, ho paura, difficilmente realizzabile; a parte il problema Covid , una procedura come quella proposta, ed attuata in USA, si addice a professionisti della politica tagliando fuori outsider come i candidati di liste civiche. Senza contare i costi, negli USA le primarie richiedono milioni di dollari. Però, nonostante ciò la proposta mi piace molto. Vale la pena ragionarci sopra e, caso mai, adattarla meglio alle nostre realtà

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