Primarie tra diritto e politica: è lo Statuto che le vuole

Non sono solo un noioso adempimento burocratico, ma un enorme fatto politico. Il Pd ha fatto della difesa della legalità il suo vessillo, ed è quindi necessario che le regole le rispetti anche al suo interno. Non sono certo gli strumenti per farle che mancano al partito, ciò che manca è la volontà politica di aprire la porta alla partecipazione, come è prescritto dalla prima delle sue regole

di Roberto Bin, costituzionalista


«Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali». È lo Statuto ad affermarlo, nel primo articolo (comma 5). La regola fondamentale che guida le candidature è questa: la scelta dei candidati non è affare interno del Pd, e neppure dei suoi iscritti: ma dei suoi elettori.

Più in là nello Statuto (art. 24) si dice che «i candidati alla carica di Sindaco e Presidente di Regione vengono scelti attraverso il ricorso alle primarie di coalizione», oppure, dove coalizione non ci sia, «con le primarie di partito». Se c’è coalizione, si può concordare un diverso metodo di scelta del candidato, ma occorre l’approvazione «dei tre quinti dei componenti dell’Assemblea del livello territoriale corrispondente». Le primarie possono essere “saltate” solo quando sia stata individuata un’unica candidatura, di partito o di coalizione (comma 7). Qui la disciplina si fa oscura: si fa riferimento a un regolamento di coalizione che regola le candidature e il voto: ma se non c’è coalizione non è chiaro come possa attuarsi la deroga alla regola delle primarie.

Il «regolamento quadro» adottato dal Pd nazionale (qui il testo) è però chiaro su un punto: le primarie sono la regola, «eventuali altre forme di ampia consultazione» stabilite dall’Assemblea del livello territoriale competente «verranno sottoposte alla Direzione Nazionale». Lo Statuto del Pd dell’Emilia-Romagna introduce una certa ambiguità: l’art. 16, comma 8, dice che «non si svolgono le elezioni primarie nel caso in cui, nei tempi prescritti dal Regolamento, sia stata avanzata una sola candidatura alla carica oggetto di selezione». Tuttavia il Regolamento non riesco a trovarlo: qui la mia ricerca delle regole si inabissa. Ma in fondo le regole non sono tutto.

Le primarie non sono solo un noioso adempimento burocratico. A parte che il Pd ha fatto della difesa della legalità il suo vessillo, ed è quindi necessario che le regole le rispetti anche al suo interno, le primarie sono un enorme fatto politico. È il modo con cui si coinvolge l’intero elettorato nella scelta del candidato, consentendo a chi vuole scendere in lizza di esporre e discutere il proprio programma. Le primarie sono ciò che distingue il Pd dagli altri partiti. Certo, è un impegno pesante e faticoso, ma è quello che distingue una politica seria dallo show televisivo a cui la politica italiana si è assuefatta. Non fare le primarie è rinunciare a fare politica seria e ripiegarsi al solito giochino che si svolge nelle segrete stanze. Che ad esso partecipino un po’ di iscritti non risolve il problema. Come dice lo Statuto, il Pd affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali: non agli iscritti, ma agli elettori! Chi pensa di sostituire le primarie con le “ampie consultazioni” degli iscritti sta violando dunque lo Statuto in un punto fondamentale, il principio di partecipazione.

Quali sono gli effetti? Basti vedere cosa è successo nelle Marche, regione da sempre governata dal centro-sinistra e ora guidata da uno che partecipava alle nostalgiche celebrazioni della Marcia su Roma. Come è stato possibile? La risposta è semplice: una candidatura uscita dalle ristrette stanze del Pd, che ha ben pensato di “saltare” le primarie. Un’ottima scelta davvero!

Ma quest’anno – si dice – le primarie per la scelta del prossimo sindaco di Bologna non sono possibili perché c’è la pandemia. Non si sa neppure quando si voterà. Bene, allora c’è tutto il tempo per iniziare a prepararle, le primarie, mentre è chiaro a tutti che si sta cercando di perdere tempo per poi dire che non c’è più tempo di farle. La pandemia impedisce di far esprimere agli elettori le loro preferenze? Ma come, 150 milioni di americani hanno votato per eleggere il loro presidente e noi non siamo in grado di svolgere una consultazione nei mille modi in cui essa è possibile? Incominciamo a stabilire la data e le modalità di presentazione delle candidature e dei programmi… e poi vediamo di trovare il modo migliore di far svolgere una votazione online. Non sono certo gli esperti in tecnologia che mancano al Pd, ciò che manca è la volontà politica di aprire la porta alla partecipazione, come è prescritto dalla prima delle sue regole.


4 pensieri su “Primarie tra diritto e politica: è lo Statuto che le vuole

  1. letti gli ultimi vostri articoli mi permetto di esprimere un parere del tutto inutile in quanto di una persona che non è un giurista e non rappresenta nessuno oltre se stessa. Lo statuto del Pd ( di cui sono stata entusiasta fondatrice con altre migliaia di persone) è uno degli aspetti che più mi preoccupava fin dall’ inizio e che è stato la causa principale del mio “abbandono”. La prima volta che lo lessi fui colpita dal fatto che arrivò alla base catapultato dall’ alto e (parere mio) da chi non aveva mai visto nella sua vita un circolo di partito. Non ero la sola a pensarlo ma tant’ è. Presto fu chiaro che nessuno qua giù poteva farci nulla. Da allora ho partecipato ad almeno 6/7 di ao prendo seggi facendo turni massacranti in quei seggi e scrutini notturni. L’entusiasmo si sgonfio’ e maturarono certezze (per me). Il fatto che non venisse fatto l’albo degli elettori , il fatto che nella mia zona (in cui vivo dalla nascita) si presentassero persone diverse e a centinaia ogni volta a seconda dei candidati mi convinse del fatto che i candidati vincevano a seconda dei comitati elettorali che spingevano il proprio. Eravamo ad anni luce di distanza rispetto agli Usa. Ora smetto con i ricordi ma mi sembra evidente che a Bologna occorre e per il Pd è imprescindibile esserci per fare una proposta, un programma e alleanze per la vittoria alle secondarie e magari ricostruire una base e dargli valore. So che dentro la base ormai esigua sono state fatte consultazioni e dibattiti: si potranno conoscere ? Non penso sia utile vedere sempre e solo dei capi-corrente che immediatamente e repentinamente diventano candidati sulla stampa e nei social media a seconda della potenza di fuoco che sviluppano. Occorrono moltissimi voti singoli per fare una vittoria e i voti singoli vanno cercati ovunque su proposte chiare. Secondo me ovviamente. Fare il sindaco è un durissimo lavoro quotidiano che bisogna amare in primo luogo.

  2. Non sono iscritto al PD ma resto un simpatizzante ed elettore convinto, Il ragionamento di tipo regolamentare è convincente per i primi due punti coinvolgimento e messaggio di apertura politica. Quello che nel tempo, oramai 25 anni, è cambiato e negli ultimi cinque in modo netto e cioè la partecipazione al voto delle primarie non è più motivante alla scelta del candidato più adatto, ma prevale la logica di corrente che porta al seggio persone probabilmente non vicine al partito. Secondo me è il momento di aprire l’elenco degli elettori, renderlo pubblico e gestirlo con le moderne tecnologie e qui mi pare non ci sia consenso sufficiente

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