Una società culturale, non meritocratica

La sfida non sarà scrivere o pensare una società culturale che salva soltanto i più forti o quelli che hanno lavorato meglio, ma immaginarne una che preservi anche gli spazi piccoli, le manifestazioni per pochi, i luoghi che danno un senso di appartenenza o identità a coloro che decidono di frequentarli

di Collettivo HMCF


Siamo il Collettivo HMCF, nato a Bologna come gruppo di amici, artisti e addetti ai lavori in ambito musicale e culturale. Non ci piacciono le presentazioni, probabilmente qualcuno ci conosce per questi 10 anni di onorata attività, altri invece non hanno idea di ciò che facciamo. Ma questo non è importante.

Pensare di raccogliere lʼumore e i pensieri di tutte le anime del settore culturale sarebbe un esercizio egoista e poco costruttivo, porre invece una riflessione sulla visione, che deve essere condivisione, vuole essere uno sprone a veicolare diverse personalità. Siamo ben consapevoli delle positive risposte arrivate dallʼattuale amministrazione per la ripartenza di questo settore, che pongono Bologna come punto di riferimento, ma adesso bisogna cercare di immaginare la città del futuro e per poterlo fare dobbiamo capire quali possono essere i punti necessari per ripartire o convivere con tutto quello che sta accadendo intorno a noi.

Come tanti, attraversiamo la città in cui viviamo almeno due volte al giorno. Andare al lavoro, tornare a casa. Se si lavora da casa, non si attraversa la città, si resta in casa, ci si sente male. Siamo fortunati, non è una routine, i fantasmi appaiono e scompaiono, ti sono vicini e poi si allontanano, quando è una certa ora poi cerchi di affossarli in qualunque modo possibile, nei limiti della legalità, e la giornata alla fine passa, perché sì la fragilità, sì le paure del giorno dopo, però tutto sommato si va avanti.

Vedi il lavoro, vedi gli amici, vedi il lavoro degli amici, vedi il lavoro di chi non ha il lavoro, vedi il lavoro di chi ha studiato per mettersi in gioco e non esiste. Vedi, perché respiri e pensi. Quanto tempo passi a pensare durante la giornata? La maggior parte di noi, lavora e vive con il pensiero; cultura, intelligenza, preparazione, preparazione, cultura, intelligenza, che grandissima fatica essere un postadolescente: così piccolo da essere adulto, così grande da essere un ragazzino. Lo vivete questo limbo qui, lo capite. Lo sentite alla fine. Sei fermo oppure ti muovi freneticamente, dipende in che posizione sei, però lo spazio è quello lì. Senti le storie degli altri, dici che è andata di culo, senti le storie degli altri, dici che potrebbe andarti meglio.

Siamo tutti messi così, nello stesso – medesimo spazio. Viviamo in una società basata sui numeri e anche nel settore culturale chi ha più numeri spesso sembra avere più diritti. E questo fatto ci ha sempre spaventato parecchio quando si trattava di doverne discutere. Ripensare certi spazi, con aiuti da parte degli organi competenti, crediamo sia di vitale importanza; il nodo sta proprio qui: mai trovarsi impreparati a ciò e non lottare per sopravvivere, ma capire come vivere.

Il nostro non è un discorso creativo, ossia chi ha idee migliori sopravvive mentre gli altri no, ma è proprio un tema sul come poter vivere la cultura nella nostra città. E per farlo cʼè bisogno di uguaglianza e strumenti per tutti. Poi ci sarà chi è più bravo, chi è meno bravo come in tutte le cose, ma la base deve essere la stessa. Ecco questo resta il punto politico e sociale da sciogliere non solo per questo momento storico ma anche in vista del futuro. Sono i contenitori, non i contenuti, quelli da preservare.

La sfida non sarà scrivere o pensare una società culturale che salva soltanto i più forti o quelli che hanno lavorato meglio, ma immaginarne una che preservi anche gli spazi piccoli, le manifestazioni per pochi, i luoghi che danno un senso di appartenenza o identità a coloro che decidono di frequentarli.

C’è molta differenza in termini di numeri, potenza economica o semplicemente di lavoro, lo sappiamo tutti perfettamente. Molti spazi hanno volontari, sono gestiti da associazioni, per molti può non essere visto come il lavoro principale e molti di questi sono invisibili per il modello di Stato con cui siamo cresciuti. Ma è importante parlare di questo perché si ha la triste sensazione che ci stiamo dimenticando un meccanismo fondamentale per tutta lʼindustria, ovvero quello più fragile ma anche il più florido. Un grande campo insomma, dove ci si trova per attività sociali e culturali, dove gira ancora meno economia rispetto ad altri luoghi ma dove, nonostante questo, si costruiscono le persone.


Un pensiero su “Una società culturale, non meritocratica

  1. tutto vero, tutto sacrosanto, ma … attenzione a non far diventare i capricci, i giocherelli di piccole cricche, ecc…., il motivo d’un presunto snobbismo dell’autoproclamazione a “ristretto gruppo dei migliori”

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