“Caro Stefano, non abbiamo bisogno di giovani vecchi”

Una ventiquattrenne parte di una “generazione di emergenza” si rivolge a chi, per spogliarsi di un passato scomodo e uniformarsi al gregge, punta il dito contro i vizi della giovinezza. Senza ricordarsi di esserne stato parte, senza rendersi conto di quanto sia ingiusto attribuire a una “classe giovane” generalizzata le proprie mancanze. Perché i giovani, invece, stanno già dando tanto

di Caterina Maggi, praticante giornalista


Caro Stefano, io di anni ne ho 24. Ho letto ridendo la tua lettera ai giovani di una settimana fa. Mi rincresce che la tua giovinezza spericolata si riassuma in sbronze plateali e orinare nelle aiuole. Da quel che ci racconti certo non ti sei impegnato granché a rendere la tua “adolescenza dilatata” utile a te stesso e al prossimo: l’hai buttata via diciamoci la verità. Mi  dispiace molto anche per i postumi che ti ha lasciato. Vista la fame chimica, direi una dipendenza dal Gaviscol e da junk food

Per rassicurarti, ti informo che sia io che mia sorella (quattro anni più giovane) abbiamo visto tutta la saga di Indiana Jones, nonché quella di Star Wars; condividiamo una comune passione per Friends, ci litighiamo l’uso dello stereo tra Bob Bylan e De Andrè. Quindi non preoccuparti, che “la classe giovane” non sta crescendo ignorante.

Mi ha fatto sorridere quel “entrare nella vita adulta” a 29 anni. Ho frequentato il liceo classico, sfruttiamolo per fare un po’ di etimologia. Adulto è il participio passato, il tempo di ciò che è statico e concluso, del verbo latino adolescere, “crescere”. Quindi adulto è, letteralmente, “colui che ha finito di crescere”. Non ha nulla a che vedere con una precisa età anagrafica. Ha piuttosto a che fare con la maturazione dell’individuo, della sua etica e del suo pensiero.

Io ho visto tanti, troppi giovani come me e più piccoli, che sono diventati adulti prima del termine che tu hai stabilito. E su questo trovo invece poco da ridere. Ho visto cinquantenni prendere a calci ambulanze, sfottere gli infermieri, scendere in corteo no mask durante una pandemia; mentre i giovani, scout ma non solo, si rendevano disponibili nei municipi per portare la spesa a domicilio.

Io sono una fuorisede. Vengo da Genova, una città martoriata un anno da un’alluvione e quello dopo da una mareggiata. Ho visto tanti giovani, con me e come me, a spalare il fango da negozi e androni. Ho visto tanti ragazzi insieme a me, caricarsi in braccio resti di mareggiata per sgombrare la strada e facilitare il lavoro delle ruspe. Ed io, guardandomi attorno, ero la più vecchia.

Vedo intorno a me ragazze e ragazzi che si organizzano per resistere a una crisi globale senza precedenti, che si prendono sulle spalle le conseguenze di scelte fatte prima di loro da chi si riversava in strada e occupava le scuole nel ’68, ma poi alle proprie idee non ha saputo dare seguito. Vedo la mia generazione in trincea, nei consultori femministi perennemente a rischio chiusura, negli Sprar, nei cortei dei Fridays for Future che colorano come fiumi di festa le vie delle città. 

Viviamo in un Paese, però, dove i giovani sono una minoranza, non solo demografica. Quanto avete sentito parlare in questi mesi degli anziani? E quanto è stato speso invece, in termini di tempo e parole, per l’università ad esempio? Il silenzio di ogni Dpcm, dall’8 marzo ad oggi, sulla situazione degli studenti degli Atenei è uno schiaffo in faccia a noi “imbecilli”. È uno sputo negli occhi a chi continua a pagare le stesse rette per una Dad inutile, a chi continua a pagare affitti smodati, magari senza neppure occupare la stanza per cui paga. Per poter mettere sul curriculum qualcosa che piaccia a una generazione di ipocriti.

La nostra generazione è quella per cui per ogni “idiota”, come dici tu, che piscia sui muri o li imbratta di scritte, ci sono cento coetanei che lavorano per paghe da fame anche 12 ore al giorno, spesso senza contratto regolare. Non sono visioni terzomondiste, parlo di camerieri, fattorini, portapizze, commessi, baby sitter e co.co.co che sulla carta dovrebbero fare 8-9 ore ma in realtà ne fanno molte di più. Spesso a nero, senza controlli. Spesso durante quei weekend dove potrebbero riposare e invece sono dietro la cassa di un supermercato o il bancone di un bar.

Tu non vuoi una ribellione dal basso, quando ci chiedi di costruire – come se fossi il capo cantiere che comanda agli operai senza sporcarsi le mani – “una città solidale, funzionante, bella, ordinata, pulita”. Tu vuoi che qualcuno tiri su senza fiatare il tuo modello qualunquista di ordine. Pretendi di sistemare l’ingiustizia con le fioriere. Mentre questa generazione che grida cambiamento si trova le mani legate.

“Serve a crescere”, dicono. “Così ti fai le ossa”, dicono. “Abbiamo iniziato tutti così” e allora cosa posso pretendere io, giovane? Che le cose cambino? Sì lo pretendo. Lo pretendo perché non è normale che sia così, perché il fatto che si sia sempre fatto così non vuol dire che si sia sempre fatto bene. E non voglio “diventare adulta”  a modo vostro, osannando un ordine imposto con fioriere e manganelli.

Forse sei stato sfortunato tu, e ti sei circondato di compagnie poco stimolanti; forse sono fortunata io, a trovarmi immersa in una giovinezza militante. Ma non dare la colpa delle tue sbronze, non scaricare la tua personale responsabilità di non essere stato altro che una spugna da alcol e droghe, su una generazione dove ci sarà sicuramente qualche “imbecille” ma anche tantissimi piccoli eroi.

Perché a differenza tua, c’è chi la propria “giovinezza dilatata” l’ha sfruttata e la sfrutta per il cambiamento. Perché di giovani vecchi come te, non abbiamo nessun bisogno.

Photo credits: Itmostt (CC BY 2.0)


3 pensieri su ““Caro Stefano, non abbiamo bisogno di giovani vecchi”

  1. ho passato i settanta e vorrei leggere ogni giorno articoli di giovani,impegnati e consapevoli come questa ragazza, che mi fanno ritrovare fiducia nel futuro.

  2. Io di anni ne ho 58, il doppio del vecchio Stefano, e conosco decine di ragazze e ragazzi simili alla giovane Caterina per età e impegno. Li vedo intenti a organizzarsi, a studiare, ad arrabbiarsi e a lottare contro ingiustizie ambientali, sociali ed economiche. E naturalmente li vedo anche ridere, giocare e divertirsi, come è giusto che sia a ogni età.

    Per persone come me, che non smettono mai di adolescere anche se hanno ormai iniziato a senescere, è importante vedere e sapere che la stragrande maggioranza dei giovani assomiglia a Caterina.

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