Insegnamento e ricerca, il prezzo che Alma Mater paga al Covid

UniBo si interroga sull’utilità che l’online ha portato nella diffusione del sapere a un numero più ampio di allievi ma anche sulla differenza qualitativa che il distanziamento ha portato alla lezione, non più in presenza fisica dalla cattedra ma attraverso il gelo dei monitor. Il prezzo più grande lo ha però pagato la ricerca per i limiti imposti agli studiosi. UniBo e Palazzo d’Accursio investano sul settore più colpito dal lockdown, aumentando l’orario d’apertura di biblioteche e archivi

di Fulvio Cammarano, storico


I docenti dell’Alma Mater hanno approfittato della campagna elettorale per l’elezione del Rettore (proprio ieri è risultato eletto Giovanni Molari) per approfondire la questione del modo più efficace di tenere le lezioni. Se non ci sono dubbi sui vantaggi dell’online per la possibilità teorica di raggiungere un maggior numero di studenti, molte perplessità sono emerse sulla differenza qualitativa tra la lezione tradizionale e quella in remoto.

Nei giorni del lockdown molti docenti dell’ateneo, superato il primo momento incertezza dovuto alla necessità di prendere confidenza con il nuovo sistema, hanno avuto modo di confrontarsi nei consigli di corso di laurea sui pro e sui contro della novità, ma soprattutto sono stati, volenti o nolenti, obbligati, forse per la prima volta in carriera, a riflettere sul significato della lezione.

Prima del marzo 2020 esisteva una tradizione millenaria per definire l’intero iter: il professore spiega, in un’aula più o meno comoda e più o meno affollata, a studenti e studentesse che fanno domande su quanto detto, prendono appunti, parlano tra loro e al termine delle due ore sciamano da soli o più spesso a gruppi magari verso altre lezioni. Un modello di trasmissione del sapere talmente consolidato, sia pure in forme talvolta diverse, che è sempre sembrato quasi un evento naturale più che un fenomeno culturale.

La pandemia ha sconquassato tale modello, scomponendone i fattori. L’esposizione del sapere “in remoto” si è separata fisicamente da coloro che ne usufruivano, determinando la perdita della dimensione materiale della lezione con tutto quello che ne consegue. Docenti e studenti hanno potuto scoprire in modo eclatante, attraverso un’esperienza personale e diretta, come la trasmissione del sapere si nutra anche di interazione tra corpi raccolti in uno stesso luogo, di forme verbali, sguardi, silenzi che hanno un senso non di per sé, ma in quanto alchimia all’interno di una dimensione collettiva nutrita da un rapporto tutt’altro che schematico o unilineare del binomio parola-ascolto.

L’insegnamento online mette invece al centro dell’universo simbolico dell’insegnamento uno strumento di mediazione in grado di sovrapporsi a quello finora considerato naturale, la voce e le sue diverse modulazioni, vale a dire la piattaforma attraverso cui s’instaura un nuovo contatto docenti-allievi in grado di alterare radicalmente il senso della lezione riducendone in parte l’efficacia comunicativa.

L’alchimia si dissolve all’interno di un universo di parole che rischiano più facilmente di diventare suoni per chi ascolta al di fuori di un’aula, per coloro che sostituiscono il volto con icone vuote, che ascoltano (quando ascoltano) senza restituire quei messaggi visivi così importanti per chi sta comunicando, e senza poter far nascere o il senso di comunanza o complicità per quanto sta accadendo e neppure l’altrettanto utile sguardo critico o persino assente che è pur sempre un segnale di comunicazione.

Il risultato è che la lezione si trasforma in un servizio che il docente è tenuto a erogare, il suo volto nello schermo del pc è quello dello sportellista a cui è richiesta una prestazione tecnica. Un servizio on demand, nel caso di lezioni registrate e messe a disposizione, che si possono ascoltare quando si ha tempo e voglia, un consumo al pari di altri consumi più o meno culturali.

Naturalmente, l’attenzione di studenti e studentesse, delle loro famiglie e dei vertici ministeriali si è concentrata sul problema delle lezioni, bene erogabile e misurabile, servizio effettivo che l’università deve svolgere. Bisognerebbe discutere, a proposito di cambiamenti prodotti dalla crisi pandemica, anche dell’altro ramo dell’attività di un docente universitario, la ricerca. Questa dovrebbe essere un impegno istituzionale dei docenti al pari della didattica, ma sappiamo che così non è.

Il lockdown ha messo in ginocchio il già traballante sistema della ricerca italiana, con la difficoltà di apertura di laboratori e archivi, con l’impossibilità di viaggiare, le difficoltà per i dottorandi e i ricercatori post-doc di portare avanti il loro lavoro. Per questo è essenziale che l’Alma Mater con il suo prestigio si metta a capo di una “lobby” per il rapido ripristino delle strutture della ricerca umanistica, biblioteche e archivi, le più sacrificate in questi mesi.

A chi importa se migliaia di ricercatori di area umanistica non possono portare avanti le proprie ricerche? Che si perda una stagione di studi per indifferenza e inerzia rimane un fatto inaccettabile soprattutto in considerazione del fatto che sta ripartendo ogni genere di attività pubbliche, palestre e discoteche incluse, ma molte istituzioni culturali continuano a offrire resistenza al ritorno degli studiosi.

Poiché tutti ripetono che bisogna cogliere l’occasione della crisi per uscire meglio di prima, allora l’Ateneo e Palazzo d’Accursio potrebbero simbolicamente, ma anche concretamente, investire nei settori della cultura e della ricerca danneggiati dal lockdown permettendo alle biblioteche e agli archivi che lo richiedono, tramite un finanziamento ad hoc, un’apertura oltre l’orario tradizionale, almeno per un numero di mesi corrispondenti a quelli in cui è stato impossibile o molto difficile l’accesso.

Photo credits: Margherita Caprilli-Comune di Bologna (CC BY-NC-SA 2.0)


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