La spia che sovrastava Licio Gelli

Nel 41mo anniversario della strage del 2 agosto 1980, Sergio Mattarella ha sottolineato come permangano numerose «zone d’ombra sugli ideatori dell’attentato». Su Quindici, rivista del Master di Giornalismo, si parla de La spia intoccabile, l’ultima fatica dello storico toscano Giacomo Pacini, che racconta la controversa figura di Federico Umberto D’Amato. Ex capo dell’Ufficio Affari riservati, morto nel ‘96, D’Amato è considerato, nel processo ai mandanti, uno degli organizzatori

di Federico Gonzato, giornalista


«Gelli? Era persuasivo, aveva l’aria di qualcuno di cui ci si poteva fidare: aveva un che di cagliostresco. Allo stesso tempo mi annoiava, era sostanzialmente un cretino che diceva tremende banalità. Il colpo di stato? No, a lui non interessava, stava bene così». Giugno 1984. In un colloquio con il quotidiano “la Repubblica”, a nemmeno tre anni dalla scoperta della loggia massonica Propaganda 2, un uomo ricostruisce con un velo di sarcasmo, quasi di leggerezza, la conoscenza con il Venerabile Licio Gelli. 

Lui, l’intervistato, non è una persona qualunque. È un funzionario in pensione del ministero dell’Interno, ex capo dell’Ufficio affari riservati (Uar) del Viminale, già numero uno della polizia di frontiera. Si tratta di Federico Umberto D’Amato, che nel nuovo processo ai mandanti della strage del 2 agosto è indicato dalla Procura generale, assieme a Gelli, al banchiere Umberto Ortolani e al giornalista Mario Tedeschi, come uno dei mandanti, degli organizzatori e dei depistatori delle indagini sulla bomba alla stazione di Bologna. I quattro, compreso D’Amato, sono tutti deceduti, quindi archiviati per morte del reo. 

Come attestato nel corso del nuovo processo in corso, è D’Amato che si cela dietro la sigla “Relaz. Zaff.” presente nel “Documento Bologna”, il pizzino sequestrato a Gelli il 13 settembre 1982, che raccoglierebbe l’elenco dei flussi di denaro distratti dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e che il capo della P2 avrebbe inviato agli altri organizzatori ed esecutori materiali della strage.

Come accertato, anche attraverso la testimonianza di Edoardo Raspelli, giornalista gastronomico e collega di D’Amato a “L’Espresso” – per il quale l’ex funzionario del Viminale curava tra l’altro la famosa “Guida ai Ristoranti” – il riferimento “Zaff.” sta per “Zafferano”. Questa dicitura, apparentemente senza una logica, fa riferimento a uno dei piatti preferiti da D’Amato, la zuppa di vongole veraci in crosta con zafferano e pistacchi che il funzionario gastronomo aveva degustato in un ristorante della Costa Azzurra e che recensì nel libro “Menù e Dossier”, uscito nel 1984.

D’Amato è dunque colui che, nell’ottobre 1980, ricevette gli 850mila dollari, suddivisi in cinque bonifici, direttamente dal numero uno della P2 e che, secondo l’accusa, sarebbero serviti a comprare la fedeltà di D’Amato alla causa stragista.

Di quest’ultimo dirimente dettaglio non si hanno ancora prove certe. Tuttavia, come ricostruito dallo storico Giacomo Pacini, autore de La spia intoccabile (Einaudi, 2021), il primo libro interamente dedicato alla figura di D’Amato pubblicato lo scorso febbraio, nel 1980 alla banca Ubs di Ginevra era aperto un conto chiamato “Federico”, intestato alla società “Oggicane”, amministrata per conto di D’Amato dall’avvocato elvetico Michel De Gorsky. Attraverso quella società e quel conto, D’Amato comprò una casa a Parigi per 560mila dollari.  Soldi che, secondo l’accusa, sarebbero parte del finanziamento di Gelli per l’organizzazione della strage del 2 agosto e che D’Amato doveva in qualche modo “bonificare”.

Queste le accuse della Procura generale. Ma, al di là delle ricostruzioni giudiziarie, chi fu veramente Federico Umberto D’Amato, l’uomo che nel 1984 può esprimersi in quei termini, parlando del capo della Loggia P2 Licio Gelli? A questa domanda cerca di rispondere proprio Pacini che per primo ha tracciato un profilo della controversa figura dell’ex capo dell’Ufficio affari riservati, avvalendosi degli atti processuali, di relazioni riservate, interviste, colloqui e lettere scritte dallo stesso D’Amato.

L’ascesa all’Ufficio affari riservati

Come documentato dallo storico, Federico Umberto D’Amato è a capo dell’Ufficio affari riservati dal 1971 al 1974, anno in cui l’allora ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, lo destituisce, mandandolo a guidare la polizia di frontiera, pochi giorni dopo la strage di Piazza della Loggia.  L’Uar, spiega Pacini, era nato nel 1948 e aveva ereditato gran parte dei compiti e del personale dell’Ovra, la polizia politica fascista. Il tutto, «nell’ambito di una colossale opera di restaurazione», assumendo compiti di controllo del terrorismo interno, schedatura delle formazioni di estrema sinistra, dei loro membri e, più in generale, di spionaggio politico. 

Come emerso nel processo ai mandanti, dopo la sua destituzione nel 1974, D’Amato continua a fare da consulente per il Viminale. Taviani, d’altronde, ha in lui una fiducia granitica. Come rivela Pacini, intervistato da Quindici, Antonella Gallo, compagna del funzionario Uar fino alla sua morte, ha affermato che «l’unico politico presente ai funerali di D’Amato fu Taviani». Proprio l’ex ministro della Democrazia Cristiana, nelle sue memorie, ha scritto: «Quando sciolsi l’Ufficio affari riservati, nel 1974, fui io a dire a D’Amato che gli sarebbe rimasto quello che aveva nella Nato». D’Amato, da prima del suo incarico a capo dell’Uar, era divenuto «nel corso del 1965 il rappresentante italiano al cosiddetto “Ufficio per la sicurezza interna del Patto Atlantico”». Un ruolo ottenuto proprio grazie alla fiducia di Taviani, figura fondamentale per l’ascesa di D’Amato già prima di assurgere al ruolo di rappresentante italiano nel consiglio Nato. 

Taviani, come ricorda Pacini nel suo libro, a partire dal 1963 porta avanti una ristrutturazione dell’Ufficio affari riservati fino a creare una sezione ex novo, con a capo proprio D’Amato, al quale viene affidato il «compito di coordinare il lavoro delle squadre periferiche dell’Uar, gestire i contatti operativi sparsi sul territorio, occuparsi dei finanziamenti delle fonti a libro paga e mantenere i rapporti coi servizi di polizia esteri». Di fatto, «un ruolo di assoluta responsabilità», che si trasforma in quello di «capo in pectore» tre anni dopo, nel 1966, quando l’allora numero uno dell’Uar, Savino Figurati, è colpito da una grave malattia. In quel momento, e fino al giugno 1967, D’Amato diventa il dominus degli Affari riservati. 

Ma quando inizia la carriera di D’Amato nell’intelligence? Come riportato da Pacini, ottenuta la laurea in giurisprudenza ed entrato nella polizia, D’Amato muove i primi passi nello spionaggio «nei convulsi giorni post-8 settembre 1943, allorché non esitò a schierarsi dalla parte degli Alleati – secondo un rapporto della Questura di Roma risalente al maggio 1945 D’Amato fu iscritto al Partito nazionale fascista – divenendo uno degli ufficiali di collegamento fra la polizia italiana e i servizi segreti americani». Per questi ultimi, come lui stesso racconta nel già citato “Menù e Dossier”, D’Amato è «in grado di arrestare decine di spie dei tedeschi che si andavano collocando in zone strategiche del territorio occupato dagli alleati». 

L’operazione, però, che gli guadagna più di tutte la notorietà, e l’appellativo di «funzionario sul rendimento del quale si può fare assoluto affidamento», è quella della cattura del terrorista dell’Oas, l’Organisation de l’armée secrète, Georges Bidault, nel settembre 1962. Un’operazione particolare, di cui D’Amato è il coordinatore e grazie alla quale ha la strada spianata verso il gotha dell’intelligence. Il futuro capo dell’Uar, infatti, riesce a sfruttare le sue conoscenze e la sua abilità per fermare Bidault, ma allo stesso tempo ottenerne il trasferimento in un posto sicuro in Svizzera, evitandone l’estradizione in Francia. Il terrorista aveva infatti minacciato l’Uar di rendere pubblici «antichi sensazionali retroscena» su alcuni politici della Democrazia cristiana nel caso fosse stato consegnato ai francesi.

Il rapporto tra D’Amato e la P2

«Operando in modo autonomo e personale, ho preso contatto e ho sviluppato rapporti in tutti i settori e con ogni persona che ritenevo utile a tali fini. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate come una scelta, io, come chiunque peraltro svolga compiti di tale genere, potrei essere considerato, caso per caso, fiancheggiatore di Autonomia Operaia o del terrorismo palestinese, agente segreto americano o sovietico, emissario di questo o di quel partito politico».

È il 23 luglio 1981. D’Amato è capo della polizia di frontiera e ancora consulente del Viminale e dell’Ufficio affari riservati. L’ex numero uno dell’Uar invia una lettera all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Lettera nella quale D’Amato ricostruisce il suo metodo di lavoro: il metodo di lavoro di una spia. Deve giustificare la sua appartenenza alla lista degli iscritti alla loggia massonica P2, rinvenuta dalla guardia di finanza a Castiglion Fibocchi, in provincia di Arezzo, negli uffici della Giole, la fabbrica d’abbigliamento di proprietà di Licio Gelli. 

Come spiega Pacini nel suo libro, attraverso quella risposta, D’Amato vuole inviare un messaggio chiaro al ministro: negli anni in cui era stato a capo degli Affari riservati, «aveva sempre agito in accordo con le direttive dei ministri che si erano succeduti». Se dunque nulla sarebbe stato estraneo al Viminale, come sottolinea lo stesso Pacini a Quindici, «la lettera di D’Amato sembra essere non solo un tentativo di discolparsi, ma soprattutto un attacco indiretto ai vertici delle istituzioni». Questa interpretazione della lettera assume ancora più valore se si considera che, il 22 luglio 1998, nel corso di una seduta della Commissione Stragi, l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti aveva definito il contenuto della missiva «molto inquietante». 

Ma quali sono i reali rapporti tra D’Amato e la P2? D’Amato era davvero un fiancheggiatore di Gelli tanto da aiutarlo nell’organizzare una strage? 

Sempre nella stessa lettera a Rognoni, D’Amato afferma di aver chiesto di incontrare il capo della P2 poiché, a partire dal 1974, prima il procuratore generale di Roma, Carmelo Spagnuolo, poi il generale del Sid Gianadelio Maletti hanno indirizzato una serie di attacchi a lui e all’Ufficio affari riservati per screditarne l’operato. Come documenta Pacini, sia di Spagnuolo che di Maletti si sarebbe poi scoperta l’affiliazione alla P2. Gelli era dunque l’unico che avrebbe potuto intercedere per placare quegli attacchi.

Sta di fatto che dopo gli incontri con il capo della loggia – «che furono cinque o sei» – quegli attacchi si riducono. Segno che il dialogo tra il capo dell’Uar e Gelli si rivela proficuo. Non è dato sapere in che senso. Anche perché lo stesso D’Amato, riguardo ai suoi incontri con il Venerabile, ha affermato: «Lui non mi chiese mai nulla che avesse attinenza con il mio ufficio e le mie funzioni né io chiesi nulla a lui». 

C’è un fatto importante, però, che dice di più riguardo i rapporti tra i due: il fascicolo stilato da Gelli su D’Amato e conservato nell’archivio uruguaiano del Venerabile, scoperto nel 1982 dal Sismi. «D’Amato – scriveva Gelli – ha avuto l’accortezza di creare un Ufficio riservato personale, che ha affidato ad alcuni intimi collaboratori come il Sig. Danese. La copertura è perfetta e la massa di documenti, molti dei quali microfilmati, di importanza esplosiva. Non per nulla egli suole, fra i suoi intimi, definire tale ufficio “la mia polveriera”». 

Questo presunto archivio segreto non è mai stato trovato, ma a inizio anni Novanta il funzionario di polizia Roberto Cristini afferma di essere stato avvicinato da quel Danese, collaboratore di D’Amato, «che gli aveva rivelato di possedere della documentazione “segretissima” tra cui una lista degli appartenenti alla P2 molto più ampia di quella nota, affidatagli da D’Amato». Questa lista non è mai trovata. In compenso, nella sua casa romana, è stata rinvenuta una serie di dossier su numerosi politici italiani, «contenenti anche notizie sulla loro vita privata», nonché una schedatura dei principali giornalisti del quotidiano “la Repubblica”. 

Tutti questi elementi non possono provare un’unione d’intenti tra D’Amato e Gelli ma – come spiega Pacini a Quindici – «dimostrerebbero semmai l’incredibile potenza dello stesso capo dell’Uar». «Forse – continua – quasi più influente del Venerabile, se si pensa che D’Amato non interruppe mai i suoi rapporti con il ministero degli Interni, nemmeno quando venne allontanato dall’Uar».  

Il rapporto con i servizi segreti militari, la pista palestinese

Come acclarato nel processo ai mandanti del 2 agosto, durante la sua carriera, D’Amato ha saputo raccogliere attorno a sé oltre duecento informatori, infiltrati sia nelle formazioni della destra eversiva che dell’estrema sinistra. È noto, come racconta Pacini, che Armando Mortilla, l’agente “Aristo”, è stato il principale infiltrato di D’Amato nel Msi e nell’Aginter press, l’organizzazione terroristica internazionale che reclutava guerriglieri da impiegare in colpi di stato militari in giro per il mondo. 

Oltre ai contatti con la destra, D’Amato ha anche informatori a sinistra. Pure nel Partito comunista, come emerge dai documenti processuali. E, come fa notare l’autore de La spia intoccabile, l’ex capo Uar ha incontrato anche delegati dell’Unione sovietica. Incontri che a metà degli anni ’70 attirano l’attenzione del Sid, il servizio segreto militare: un soggetto che D’Amato percepisce come un rivale nel controllo dei servizi di intelligence italiani, sin dalla sua ascesa. Lo stesso capo dell’Uar diceva che i militari «si incasinavano con le loro mani» ed erano privi delle competenze di spionaggio proprie di un poliziotto.

L’episodio più interessante fra le varie azioni di spionaggio ai danni di D’Amato è la cosiddetta “Operazione centodue” del 1977. Un’iniziativa attraverso la quale il Sid stila un dossier su una serie di riunioni tra il funzionario e agenti del Kgb. La relazione sarebbe servita a dimostrare che D’Amato tramava in segreto con i sovietici. Da questo dossier emergeva che il capo dell’Uar sarebbe stato «favorevole al compromesso storico tra Dc e Pci». In più, sembrava sostenere che il vero problema da affrontare era il terrorismo palestinese, non tanto quello di destra. In riferimento al quale, avrebbe detto: «Mi fa ridere».

La tesi alla base di questa attività di spionaggio viene smentita nel febbraio 1978 dai vertici della polizia, i quali testimoniano «di essere stati sempre al corrente degli incontri tra D’Amato e i sovietici». Non sappiamo dunque se D’Amato abbia pronunciato davvero quelle parole. Ma, come spiega Pacini a Quindici, non sarebbe stata la prima volta che il capo dell’Uar minimizzava il ruolo del terrorismo di destra in Italia. «Nelle riunioni del Club di Berna – l’organo di coordinamento europeo dell’intelligence di cui D’Amato è stato ideatore – il numero uno degli Affari riservati premeva spesso sulla questione del terrorismo palestinese». Il tutto, «nonostante fosse al corrente dell’azione, anche in Italia, dell’Aginter press in collaborazione con Ordine nuovo e Avanguardia nazionale». 

Dunque, queste prese di posizione di D’Amato erano fedeli a quanto realmente conosceva o erano invece un tentativo di distrarre verso altre piste – come quella del terrorismo palestinese – gli inquirenti che cercavano di scoprire gli esecutori dei tanti attentati di quegli anni? Questo per ora non è dato saperlo.

Una questione aperta: il “Documento artigli”

Lo scorso 9 luglio, sempre nell’ambito del processo ai mandanti del 2 agosto, si è tenuta l’audizione di Umberto Pierantoni, ex capo ormai 90enne della Direzione centrale della polizia di prevenzione, nata nel 1981 dalle ceneri dell’Ufficio centrale per le investigazioni, diretto successore dell’Uar. Pierantoni, allievo di D’Amato agli Affari riservati, il 14 settembre 1987 incontra nel suo studio il legale di Licio Gelli, l’avvocato Fabio Dean. In quel colloquio, come sappiamo, Dean intima a Pierantoni e al Viminale di non osare troppo nei confronti del suo assistito, il capo della P2, altrimenti quest’ultimo «avrebbe tirato fuori gli artigli». La relazione di quell’incontro, il cosiddetto “Documento artigli”, sarebbe poi scomparsa, per essere ritrovata solo nel 1996, nel famoso archivio di via Appia. 

Come accertato nel corso del processo ai mandanti da Mario Ciccioni, agente dell’Uar in quegli anni, «D’Amato intratteneva una fitta corrispondenza con Pierantoni e gli forniva consulenze, quando questi era capo della Polizia di prevenzione». Viene dunque da chiedersi: Federico Umberto D’Amato sapeva dell’incontro tra Pierantoni e Dean? E se sì, che ruolo ha avuto nella sua gestione? Si tratta di domande per il momento senza risposte che potrebbero, però, iniziare ad arrivare proprio dal processo.


Un pensiero riguardo “La spia che sovrastava Licio Gelli

  1. se si potessero interrogare i morti…… ma come sempre la giustizia italiana e’ arrivata lunga

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