La retromarcia del Comune sui servizi sociali

Dopo l’intervista rilasciata a cB dall’assessore al Welfare Luca Rizzo Nervo, ulteriori domande sorgono spontanee. Si ritiene davvero che l’assistenza domiciliare e il centro diurno in ogni quartiere, in modo da prevenire il ricovero e di anticipare le dimissioni, sia una politica superata? Che riportare il servizio delle assistenti sociali di nuovo in capo al Comune e ai Quartieri voglia dire che è preferibile il servizio mono disciplinare e uniprofessionale? Così viene meno anche la sempre sbandierata e mai realizzata integrazione socio-sanitaria

di Giovanni De Plato, psichiatra e scrittore


Provo a formulare alcune osservazioni critiche alle dichiarazioni fatte da Luca Rizzo Nervo nell’intervista rilasciata mercoledì 29 giugno ad Aldo Balzanelli e a Giampiero Moscato. L’onorevole Rizzo Nervo ha risposto alle domande in qualità di assessore del Comune di Bologna al Welfare, alle Nuove cittadinanze e alla fragilità. Il nuovo incarico è arrivato dopo essere stato assessore alla sanità, all’innovazione sociale e ai quartieri di Bologna negli anni 2011-2016. E dopo essere stato eletto nella XVIII legislatura del 2018 al parlamento italiano. Una lunga e importante carriera politica e istituzionale locale e nazionale che sicuramente gli permetterà di adempiere i suoi molteplici incarichi con capacità ed esperienza. 

Su quest’ultimo aspetto ho trovato le risposte dell’assessore interessanti su alcuni punti e molto discutibili su altri. In particolare sul tema dell’Azienda dei servizi sociali alla persona (Asp), alla famiglia e alla comunità. Per capire meglio il perché della scelta dell’assessore al Welfare di riprogettare l’Asp, può servire un breve richiamo. Il percorso fu di superamento delle tre Opere di assistenza pubblica (Giovanni XXII, Poveri vergognosi e Irides) e di costituzione delle tre Asp (2007-2008) e poi dell’Asp unica. Quel percorso in anticipazione della legge regionale, attuativa di quella nazionale, qualificò la città di Bologna come capoluogo dell’innovazione strutturale dell’assistenza sociale.

In quegli anni Rizzo Nervo, se ricordo bene, fu prima Capo di gabinetto della Provincia di Bologna, poi dal 2009 consigliere comunale e infine assessore con deleghe alla Sanità e Integrazione socio-sanitaria, dal 2011 fino al termine del primo mandato di Virginio Merola. Dunque sicuramente seguì il difficile dibattito che avvenne in commissione consiliare, sul passaggio del servizio sociale dal Comune e dai Quartieri all’Asp. Un passaggio difficile e contestato dagli allora presidenti di Quartiere, resistenza che fu superata già da Sergio Cofferati grazie alla determinazione sua e della vicesindaco Scaramuzzino, convinti della delega ai tecnici dei compiti di assistenza sociale.

Il progetto dell’Asp unica cittadina, in previsione di divenire metropolitana, prevedeva l’organizzazione di tre specifiche aree (infanzia-adolescenza, adulti-emergenza sociale, terza e quarta età) e ogni area doveva essere dotata di una propria autonomia e direzione tecnica al fine di garantire più efficienza e migliori livelli di assistenza, tramite una presa in carico multidisciplinare e un’attività di équipe multi professionale, in modo da sperimentare soluzioni innovative e preventive nella fornitura dei servizi alla persona, alla famiglia e alla comunità. L’argomentazione che giustificò il processo di unificare tutti i servizi sociali con l’istituzione dell’Asp unica era quella di promuovere una politica integrata di risposte globali e continue (dall’infanzia alla quarta età) in risposta ai diritti delle persone a vivere in sicurezza e benessere in ogni età.

Perché quel virtuoso processo riformista di servizi sociali di qualità a costi sostenibili non è stato portato avanti? È troppo semplice rispondere che oggi il contesto è cambiato e che i bisogni delle persone sono altri da quelli del primo decennio di questo secolo. In realtà ritornare a scomporre quello che era stato unificato e riportare in capo all’amministrazione comunale i servizi di assistenza sociale che erano stati delegati all’Asp è un’inversione di rotta. Ovvero un pericoloso passo indietro. Si ha l’impressione che ridurre l’Asp alle sole funzioni di assistenza agli anziani non autosufficienti voglia dire ‘perdete ogni speranza voi che entrate’, un’istituzionalizzazione permanente.

Si ritiene davvero che l’assistenza domiciliare e il centro diurno in ogni quartiere, in modo da prevenire il ricovero e di anticipare le dimissioni, sia una politica superata?  Si ritiene davvero che riportare il servizio delle assistenti sociali di nuovo in capo al Comune e ai Quartieri voglia dire che è da preferire il servizio mono disciplinare e uniprofessionale? Sembra che la triste vicenda dei servizi sociali dei comuni reggiani e di Bibbiano non abbia insegnato granché.

La critica maggiore, però, alla revisione annunciata dall’assessore Rizzo Nervo è prettamente politica e tocca un punto qualificante il riformismo democratico. Non è possibile sostenere, nella città che si candida a essere la più progressista d’Italia, che è compito del politico e dell’amministratore gestire e dirigere i servizi prettamente tecnici e di natura strettamente professionale. Così viene meno anche la sempre sbandierata e mai realizzata integrazione socio-sanitaria, qualità del servizio pubblico che può essere realizzata solo a livello del Distretto territoriale, dove i servizi sanitari dell’Ausl e i servizi sociali dell’Asp possono formare una rete articolata su base preventiva e generativa di salute e di benessere per ogni età. Di qui un invito all’assessore: ci pensi bene prima di avviare un processo non d’innovazione ma di arretramento del Welfare.


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