Dov’è finito il “modello Bologna”?

Il fatto è che si era dissolto prima ancora di poter essere emulato a Roma. La componente civica si è spenta per autocombustione, le sardine paiono destinate ad andare a male. I 5 Stelle si sono auto-cancellati. Coalizione civica si è ritirata a Palazzo. Il Pd, più arroccato che mai, non dà udienza. Fintantoché i voti continuano ad arrivare di che preoccuparsi? Calano i votanti, se ne vanno i delusi, le percentuali crescono. Va bene così, no? Eppure ci fu chi paventò che fosse una nuvola di fumo

di Pier Giorgio Ardeni, economista dello sviluppo


Non è passato neppure un anno, e già sembra un secolo, da quando il risultato delle elezioni amministrative della città aveva fatto sostenere a molti l’efficacia del “modello Bologna”. Un Pd capace di mantenere lo “zoccolo duro”, recuperare al centro elettori di Italia viva, grazie all’aggancio di Isabella Conti, e mettere insieme i 5 Stelle, cooptando Massimo Bugani, e parte della sinistra, Coalizione civica, con un di più di “civismo” rappresentato dalle “sardine” di Mattia Santori.

Le vicende nazionali di queste ore fanno capire quanto poco lontano sia andato quel modello, non riuscendo a scendere fino a Roma. Pur sapendo che il tutto non è la somma delle parti – soprattutto in politica – Carlo Calenda ha messo Enrico Letta con le spalle al muro, buttando giù dal tram del centro-sinistra i miti Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, con un «o noi o loro» (o meglio: «Renzi sì, ma loro no, perché erano contro Draghi»). Sarà pure che chi voleva votare Forza Italia ora guarderà a Calenda per non andare con Giorgia Meloni (ma davvero?), quanti invece da sinistra avrebbero magari votato Letta per far passare Sinistra italiana o i Verdi ora guarderanno decisamente da un’altra parte – magari Conte o De Magistris – vanificando gli sforzi del professeur sorboniano?

Il fatto, però, è che il “modello Bologna” era già finito qui prima ancora di poter essere emulato a Roma. La componente civica si è spenta per autocombustione. Dopo più di una “papera”, il vagito finale contro il Pd è stato «siete come la Lega». Le sardine, più che mai inscatolate, paiono destinate ad andare a male. I 5 Stelle, già dispersi lungo il percorso per cause proprie, si sono auto-cancellati, con un Bugani che in un impeto di radicalismo annuncia di passare al gruppo di Bersani. Il che, se può fare onore alla coerenza del buon vecchio compagno Pier Luigi, testimonia di che pasta erano fatti i propositi dei “grillini”. La sinistra di Coalizione civica – che fino alle elezioni almeno presidiava il territorio, facendo sponda a movimenti e istanze – si è ritirata a Palazzo, dove troneggia la vice-sindaca «più di sinistra d’Italia», mentre là fuori regna il silenzio. Il Pd, più arroccato che mai, non dà udienza, con una nuova dirigenza che pare proprio figlia della precedente, controllando territori e apparati. Peraltro, fintantoché i voti continuano ad arrivare – non crescono, ma non calano – di che preoccuparsi? Calano i votanti, se ne vanno i delusi, le percentuali crescono. Va bene così, no?

Il sindaco e la sua giunta magra – incarichi tanti, assessori pochi – controlla che tutto fili liscio, senza infamia e senza lodi, celebrando i riti cittadini (2 agosto) e proponendo atti simbolici (ius soli). La cittadella è ben difesa, che poi se la città dorme, bisogna farsene una ragione. Bologna poteva essere un esempio sui trasporti – a emissioni nulle, oppure a costo ridottissimo per disincentivare il trasporto privato – come sul consumo di suolo – che continua ad aumentare, nonostante i proclami – come sul rapporto pubblico-privato e su tanti altri capitoli. Arte fiera è un’impresa a perdere? Foraggiamola! La fiera di Bologna in cerca d’identità? Che si faccia le ossa! Fico, il bruco-mela del people mover, il passante? Ora cominceranno i cantieri e ne avremo per anni, aumenteranno gas di scarico e congestionamenti, alla faccia della transizione ecologica.

Il fatto è che la città dorme, non «sazia», com’ebbe a dire l’incauto vescovo, ma rassegnata nella sua molto relativa opulenza (e forse, in un mondo che va a catafascio, non è poco). Una città che non produce cultura, in cui le istituzioni sono chiuse nei loro confini, ponti levatoi alzati. L’università in primis: un nuovo direttore generale che non conosce la città, tutto management ed efficienza; un rettore che pensa solo all’Alma Mater nella torre eburnea, mentre la città fuori s’arricchisce con gli studenti e ne soffre la presenza. Ma dipartimenti e istituti si guardano bene dal dialogare con la città e diffondere conoscenza. Gli istituti culturali? L’Istituto Cattaneo è tornato a fare quello che faceva e tant’è; l’Istituto Gramsci pure, guardando al Pci; l’Istituto Parri fa un pochino di tutto e niente (tutto è storia). Librerie e biblioteche guardano alla cassa e a ciò che «tira», figuriamoci proporre autori «diversi» e non di cassetta. La cineteca fa il suo lavoro, non discutendo più i suoi moduli rodati. E “la Repubblica”, una volta all’anno, ci porta le sue «idee», tanto originali quanto ovvie, parlando naturalmente di «giovani» e di «futuro». Peccato che anche Mauro Felicori si sia perduto, e con lui la magna Regione. Cosicché tutto ciò che è nuovo, in città, viene dai singoli, da esperienze sotterranee, poco riconosciute e premiate. E le uniche voci riconoscibili in città sono quelle del buon cardinale, di Roberto Morgantini, di Alessandro Bergonzoni e di… Gianni Morandi (e tanti, fortunatamente, meno visibili).

Non stupiamoci dunque se il “modello Bologna” non ha fatto presa perché anche qui da noi, in fondo, era stato una nuvola di fumo, come alcuni avevano paventato. Non c‘è opposizione, non c’è critica, perché forse il vero «modello Bologna» è il conformismo. Perché una città che riesce a vivere con le sue disuguaglianze nascoste sotto il tappeto del progressismo, in fondo, va bene così.

Photo credits: Ansa.it


11 pensieri riguardo “Dov’è finito il “modello Bologna”?

  1. pessimo articolo populista e qualunquista
    Lepore sta lavorando molto bene e con azioni e politche di sinistra progressiste
    ma si sa a bologna non va mai bene niente neanche un sindaco giovane e bravo
    questi articoli alimentano il voto a destra quindi sono qualunquisti i e demagogici
    quindi di destra

  2. Questo articolo non mi piace. Spara a destra e sinistra e non valuta quello che si sta facendo. Uno sfogo general generico, disfattista e basta

  3. Una città che sta progettando 25 km di rete tranviaria non mi sembra una città “ferma”.
    E l’attenzione alle istanze del mondo associativo da parte dell’amministrazione, che pure può (deve) migliorare, mi sembra ai massimi livelli da vent’anni a questa parte.
    Non vuol dire che tutto vada bene. Ma l’articolo sembra alludere al fatto che tutto vada male, che Bologna sia immobile, e ciò non è vero. Concordo con gli utenti prima di me, che lo hanno definito uno sfogo qualunquista.

  4. Articolo interessante, da sviluppare. non ho mai sostenuto ci fosse “modello Bologna”, anche quando certamente la sua “diversità” era molto più evidente. La ragione di quella diversità stava nella ricerca da dei partiti e della Giunta che la governavano di confrontarsi sempre con i cittadini e di intervenire direttamente a fronte di critiche o proposte per la città.
    Oggi domina il silenzio, nessuno si confronta sui temi più difficili, si percepisce fastidio se uno scrive o parla fuori da coro: il concetto di “cittadella” per riferirsi alla Giunta e ad altre istituzioni mi sembra adatto a fare capire il loro essere chiusi in loro stessi.
    Con una eccezione: vedo spesso su FB una assessora che ride sempre ma no ho capito perché.

  5. Un bell’articolo oltre la retorica di Palazzo.
    Diamo voce ai tanti che a Bologna operano positivamente per un vero passaggio ad una società ecologicamente sostenibile e con giustizia sociale

  6. Cavolo, solo gli esempi fatti restituiscono un immagine di Bologna come una città in ottima evoluzione: trasporti, cultura, Università, rispetto delle diversità, grande attenzione all’ambiente. Il sindaco Matteo Lepore sta lavorando bene e non si può pretendere che i risultati siano immediati soprattutto quando in Comune si lavora con lungimiranza pensando ai prossimi 10, 15 anni. Con rispetto prof. Ardeni è sicuro di aver riletto il suo commento prima di pubblicarlo?

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