Bologna e le startup innovative

Rappresenta uno dei punti chiave della politica industriale italiana, eppure stenta a decollare come altrove. Come si può orientare la nostra città verso i risultati di Trento o Milano?

di Lorenzo Berselli, consulente del lavoro


La startup innovativa è un’impresa giovane, ad alto contenuto tecnologico e con forti potenzialità di crescita. Rappresenta uno dei punti chiave della politica industriale italiana, si configura inoltre come uno dei fattori essenziali per il progresso e un’opportunità di arricchimento economico, culturale e civile e di rilancio della competitività delle imprese.

Nel 2012 sono state introdotte alcune misure specifiche a sostegno di tale tipologia di impresa, per supportare questo tipo di aziende durante tutto il loro ciclo di vita.

Sintetizzando, per essere considerata  “startup innovativa” è necessario che l’impresa sia in possesso di diversi requisiti come essere costituita da non più di 5 anni, aver residenza fiscale in Italia o in un altro Paese dello Spazio Economico Europeo — ma con sede produttiva sul nostro territorio nazionale — avere un fatturato annuo inferiore a 5 milioni di euro, non essere quotata in un mercato regolamentato, non distribuire e non aver distribuito utili, avere come oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di un prodotto o servizio ad alto valore tecnologico. Infine, non essere il risultato di una fusione, scissione o cessione di ramo d’azienda. 

Tra i requisiti soggettivi per essere iscritti come “startup innovativa”, troviamo invece l’investimento da parte dell’azienda in innovazione, ricerca e sviluppo, l’impiego di personale altamente qualificato, la titolarità di almeno un brevetto o software registrato.

Analizzando la distribuzione territoriale, secondo l’ultimo rapporto elaborato dal Mise, la Lombardia rimane la regione in cui è localizzato il maggior numero di questo tipo di imprese, circa il 27% del totale nazionale. Seguono il Lazio (12% del totale), la Campania (9,2%) e l’Emilia-Romagna (1.086, 7,6% del totale nazionale). A breve distanza dalla nostra Regione, compare al quinto posto il Veneto. 

Utilizzando la lente di ingrandimento e puntando la stessa sulle città metropolitane, Milano è di gran lunga la provincia in cui è presente il numero più elevato di startup innovative. Alla fine del primo trimestre 2022 esse erano 2.720, quindi il 18,9% del totale nazionale. Al secondo posto compare Roma (10,8% nazionale). Tutte le altre province hanno molto da lavorare per raggiungere gli stessi numeri. Tuttavia, nella “top 5” c’è anche Bologna, seppure in ultima posizione dopo Torino. 

Se invece consideriamo il numero di startup innovative in rapporto al numero di nuove società di capitali attive per provincia, al primo posto si posiziona Trento (circa il 7,6%), a seguire Milano (6,5%), Trieste (5,6%) e Ascoli Piceno (5,6%). 

Di particolare interesse i dati che sottolineano la presenza femminile e dei giovani. Infatti il 43,4% delle startup e Pmi innovative ha almeno una donna nella compagine societaria, e il 16,9% del totale sono fondate da persone under 35.

Preso atto dell’importanza sociale ed economica di questa tipologia di imprese, come si può orientare la città di Bologna verso i risultati di Trento o Milano? Risulta evidente che il percorso non è semplice ma qualche aiuto ci viene fornito dai requisiti soggettivi per essere definiti “startup innovativa”. Penso che il primo motore sia l’investimento in formazione di alto valore legata alla digitalizzazione, all’orientamento al lavoro, all’autoimprenditorialità, all’integrazione e alla creatività in generale. 

Sarà curioso, una volta chiuso il 2022, capire come si sarà orientato questo tipo di sviluppo, e quanta occupazione sarà stata prodotta in seno a questo tipo di attività, appurato l’effetto delle novità normative introdotte che hanno aumentato la burocrazia, basti pensare al cosiddetto Decreto Trasparenza e gli effetti sui servizi collegati al lavoro.

Photo credits: Alessandro Siani (CC BY-SA 4.0)


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