La partecipazione debole

Civismo e condivisione delle scelte a Bologna hanno una storia alle spalle. Ma adesso queste pratiche sembrano essere giunte a un punto critico, rischiano di essere svuotate

di Chiara Affronte, giornalista; Gabriele Bollini, urbanista; Diego Segatto, architetto


«Libertà è partecipazione», cantava Giorgio Gaber. Potrebbe essere così, anche a Bologna, la città che ogni mattina si sveglia e indossa i panni della partecipazione, esportando il modello d’abito oltre le proprie mura medievali. Se non fosse però che questo vestito assomiglia sempre più a quello della fiaba di Andersen: si rivela inesistente. 

Partecipazione è la parola d’ordine delle città moderne: per contrastare la disgregazione, il cambiamento climatico, l’assottigliarsi dei bilanci pubblici e trovare soluzioni urbanistiche sostenibili, è sempre più necessario condividere le scelte affinché siano ben accolte da cittadini e cittadine e portino i risultati auspicati. Chi abita e vive i luoghi, infatti, ne conosce le necessità, e le amministrazioni, condividendo politiche e progetti, possono più facilmente trovare consenso. Ma non è sempre detto che questo accada e può al contrario succedere che i percorsi partecipativi siano innescati a scelte già fatte, sempre con l’obiettivo di ricercare il consenso auspicato, ma svuotando di fatto di senso lo strumento partecipativo. A Bologna – ci pare – sta accadendo questo.

Lo svuotamento della pratica partecipativa

A Bologna la partecipazione ha tradizionalmente assunto caratteristiche istituzionali, con anche un luogo designato: l’istituto della partecipazione civica, sotto le due torri simbolo della città. Un istituto che affonda le proprie radici in decenni passati ma che ha rischiato e rischia di perdere la propria sostanza, svuotato di senso e ridotto a un marchio da vendere. Bologna è stata la città che per prima ha istituito in Italia i consigli di quartiere, nel 1964, assemblee rappresentative in cui venivano condivise le decisioni dell’Amministrazione. Quel modello di partecipazione politica decentrata si è nel tempo trasformato e in parte esaurito. Col tempo infatti si è fatta strada una domanda sociale e di partecipazione politica eterogenea, rivolta non più tanto alle grandi rivendicazioni, ma portatrice di istanze locali di co-progettazione, cura dei beni comuni e, prima ancora, di apertura e trasparenza delle decisioni amministrative.

A fronte di queste nuove condizioni portate «dal basso», gli istituti della partecipazione bolognese hanno cominciato a sperimentare pratiche e forme organizzative distanti dal modello della partecipazione politica istituzionalizzata, così com’era nato. Questo cambiamento è sfociato nell’esperienza dell’Urban center, nei primi anni Duemila: un soggetto che ha portato avanti iniziative di partecipazione anche molto diversificate e che ha informato la cittadinanza attraverso attività laboratoriali per coinvolgere le persone su temi vari legati alla riorganizzazione e all’uso dello spazio pubblico. 

Il passo successivo è coinciso con l’approvazione del Regolamento per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani – quello che ha istituito i Patti di collaborazione nel 2014 – e l’avviamento del Bilancio partecipativo, voce di spesa che si aggira attorno allo 0,3% del bilancio comunale, dedicata alla realizzazione di progetti condivisi con la cittadinanza.  La quota di bilancio comunale messo a disposizione del bilancio partecipativo di fatto stabilisce l’importanza che allo strumento viene data dall’Amministrazione comunale: a Porto Alegre si è partiti, ad esempio, dall’11% per arrivare al 25%.

L’iter, tuttavia, prevede rimodulazioni del progetto pensato da cittadini e cittadine. Gli esiti non sono finora stati all’altezza delle aspettative: dai Patti di collaborazione e dalle iniziative del Bilancio partecipativo sono scaturite da un lato molte micro-proposte attraverso le quali la popolazione esprimeva la volontà di gestire spazi della città, dall’altro le proposte sono sfociate in limitate realizzazioni di arredo urbano o in alcune pedonalizzazioni temporanee di zone non cruciali. Tutto questo risulta ancora più deludente per l’assenza di un legame con le più complesse strategie urbanistiche dell’amministrazione: di fatto l’attivismo sociale è stato costretto a rari momenti di confronto per lo più programmato.

L’Urban center è confluito, poi, nel 2018 in un soggetto rinnovato, la Fondazione dell’Innovazione Urbana (Fiu), ma l’esercizio della partecipazione sui temi urbanistici si è annacquato ulteriormente. Nel caso delle grandi trasformazioni di aree pubbliche la ricerca del consenso da parte dell’Amministrazione si è scontrata con mobilitazione degli abitanti, ed è venuta sempre più a mancare trasparenza nella deliberazione pubblica.

Quale modello di partecipazione

Esempio eclatante di questo atteggiamento ha riguardato i Prati di Caprara: un’ex-area militare verde destinata a una quasi completa conversione immobiliare e che rappresenta l’oggetto più conteso dell’attuale stagione amministrativa. 

Dapprima è stata ignorata e poi contrastata l’azione dei comitati di cittadini nati per salvaguardare i valori naturali e ambientali del sito, bollando la mobilitazione come frutto di un’errata valutazione dei reali contenuti del progetto, nonché a una falsa immagine dei valori naturalistici: si sarebbe trattato di «solo verde percepito». La popolazione si sbagliava, insomma: non aveva capito che quel bosco urbano non era niente di speciale. Non solo: il livello della contrapposizione si è alzato e immediatamente e l’Amministrazione ha sostenuto che l’opposizione al progetto avrebbe messo a rischio la realizzazione di un nuovo plesso scolastico e la costruzione di «case popolari bellissime». Cominciava a farsi strada uno storytelling basato sul ribadire concetti positivi in grado di mettere in ombra lo scontento e gli aspetti negativi. 

Hanno preso quindi forma manifestazioni di piazza, talvolta di grandi dimensioni, e un’istruttoria pubblica in Consiglio comunale, innescata da «ParteciPrati»: vista la sordità dell’amministrazione comunale si è innescato un processo di progettazione partecipata promosso dal Comitato Rigenerazione No Speculazione e sono stati sorteggiati cento cittadini e cittadine della popolazione residente, scelti fra coloro che avevano aderito all’estesa raccolta di firme per sostenere la causa. L’esito, in questo caso, è stato un profondo ripensamento del progetto da parte del Comune, che per ora ha prudentemente lasciato decadere ogni previsione edificatoria. 

Il dibattito sui Prati di Caprara è diventato emblematico di quello che ha interessato e interessa tutte le aree militari bolognesi inutilizzate. La posta in gioco è alta perché le scelte condizioneranno il modello di sviluppo della città per i prossimi decenni, ma il meccanismo decisionale esclude completamente la cittadinanza dalle decisioni politiche. La «clausola di riservatezza», contenuta nell’accordo quadro, siglato tra Comune e Ministero della Difesa all’inizio del 2020 evidenzia quale sia l’approccio: non potrà, infatti, essere divulgata pubblicamente alcuna informazione sul procedimento di riconversione urbanistica.

Ancora una volta, la narrazione in voga è quella della ricerca del consenso partecipativo che però mette a tacere e non tiene in alcun conto l’antagonismo sociale, come se non esistesse: interessante notare che il «modello» utilizzato nel caso delle aree militari si ritrova ripetuto in una serie di altre vicende emerse di recente dall’annuncio di progetti urbanistici legati al Pnrr. 

Il dibattito, che ha riguardato la costruzione di un edificio nello storico parco della Montagnola – che ha trovato spazio solo a tratti sulla stampa – rappresenta un altro momento cruciale. Il progetto, affidato direttamente allo studio di Mario Cucinella è stato portato a termine senza alcuna consultazione con gli abitanti. Una volta chiarito che l’edificio prevedeva una superficie maggiore di quella precedentemente occupata dalla struttura temporanea abbattuta perché vecchia ed «energivora», è scattata la protesta e la raccolta firme. L’amministrazione ha difeso l’intervento, ha rigettato l’accusa di consumo di suolo nonostante il palese allargamento di superficie cementificate e l’abbattimento di alcuni ginkgo biloba, ha minacciato cause per danni causati da un ritardo dell’avvio dei lavori. È stata anche negata l’assemblea pubblica richiesta per mesi. Solo a seguito della raccolta firme è stato costruito un tardivo processo partecipativo da cui, però, è stato escluso ogni tipo di confronto sull’edificio in sé, sul suo uso e gestione. Tutto questo nonostante la «promessa» di coinvolgimento decisionale di cittadini e cittadine. 

Il paradigma della condivisione deliberativa sembra dunque giunto a un punto critico dopo i numerosi episodi che hanno visto in questi anni disattendere gli accordi fatti con cittadinanza e soggetti associativi: lo sgombero del centro sociale Atlantide, poco prima della firma del Patto di collaborazione di cui l’allora assessore Alberto Ronchi si era fatto garante (2015); più di recente il tentativo di scorporo di Istituti comprensivi e accorpamento in altri plessi senza consultare operatori e abitanti; la rilocalizzazione di alcune strutture scolastiche (il Nido Cavazzoni al parco Acerbi o il nido Roselle nel Giardino Bassi), che prevedono l’occupazione di suolo libero all’interno di aree verdi di quartiere, senza valutare la ristrutturazione dell’esistente. 

Tutto questo, nonostante a ottobre 2022 la giunta comunale abbia deliberato l’approvazione delle linee guida di progettazione degli spazi educativi e scolastici, che individua fra i criteri prioritari il coinvolgimento della cittadinanza con «processi di progettazione partecipata». Queste contraddittorie oscillazioni, per le quali si coinvolge la cittadinanza su temi marginali, ma si nega ogni iniziativa partecipativa dal basso sui temi urbanistici cruciali, rischiano di portare la popolazione al rigetto di ogni futura promessa (anche sincera) di amministrazione condivisa. Il risultato sarebbe di dilapidare le risorse che tuttora animano le molte e vitali forme di cittadinanza attiva presenti sul territorio bolognese e, infine, di cancellare la lunga eredità di partecipazione civica di cui la città è stata portatrice.

L’articolo è stato scritto per la rivista Jacobin Italia


3 pensieri riguardo “La partecipazione debole

  1. Il “Cantiere di Bologna”, diretto da Giampiero Moscato e Aldo Balzanelli, è una palestra aperta al dibattito in una città (è una mia opinione) un po’ “bloccata”. Oggi ospita, sotto il titolo “Una partecipazione debole”, un interessante, e in buona parte condivisibile, contributo.
    Leggiamo, a firma di Chiara Affronte, Gabriele Bollini e Diego Segato, un dato indiscutibile: la partecipazione “concreta” dei cittadini, non contro le Istituzioni ma per allargare il “diritto “ di cittadinanza è a Bologna abbastanza esangue.
    In questi giorni in giro nella città ci sono manifesti del Comune che inneggiano alla partecipazione del “bilancio partecipato”, che sarebbe una somma, 500.000 euro a Quartiere, che la Giunta mette a disposizione di progetti presentati dai Quartieri.
    Apprendiamo dagli autori dell’intervento sul Cantiere che la somma messa a disposizione dei Quartieri è lo 0,3% del bilancio complessivo dei Quartieri,
    Recentemente ai Quartieri è stata tolta una delle poche competenze gestionali, quella della gestione degli impianti sportivi, che erano a loro rimaste. In questi ultimi due-tre lustri è avvenuta una progressiva trasformazione dei Quartieri. Da organi di Governo decentrato sono stati ridotti a una mera funzione di vago indirizzo. Questo è avvenuto, altro aspetto essenziale, con un progressivo aumento della superficie e della popolazione dei Quartieri, ignorandone l’identità e la storia delle periferie che esiste. Oggi ci sono sei mega quartieri per una città che non arriva ai 400.000 abitanti. Fra le altre storture persiste l’assurda divisione del centro storico fra due quartieri diversi. Altro esempio, sbagliatissimo, è, oltre al centro storico, la divisione fra quartieri diversi dell’area collinare. La territorializzazione naturale sarebbe il numero di 8-9 Quartieri, però con poteri gestionali e di Governo effettivi.
    Questa trasformazione, che è l’esatto contrario della vera partecipazione, è una mia convinta opinione, è avvenuta per la subordinazione e debolezza della politica verso la potente e influente burocrazia comunale. Un’altra conseguenza, forse non voluta ma fatale per i Quartieri a causa del loro depotenziamento politico e partecipativo, è il ruolo del Sindaco che nel suo ruolo verso i Quartieri anemici sta assumendo, forse inconsapevolmente, il ruolo di una sorta di Direttore Generale.
    Che tutto questo avvenga nella città dove Achille Ardigò e Giuseppe Dossetti “inventarono” i Quartieri è un tantino deprimente.

  2. giusto: la fiaba di Andersen; da sempre a Bologna si parla di ‘partecipazione’, termine di ‘sinistra’ ma talmente abusato da aver perso significato (‘plurisemantico’ secondo D. della Porta). Ora però é partita (per la verità maluccio) l’Assemblea Cittadina sul clima, con un impegno preciso in merito alla reale influenza dei cittadini sulle scelte importanti (non dove mettiamo le panchine come mi sentii dire in Via Larga anni addietro…). Nessuno – alò governo o all’opposizione che siano- ricorda che coinvolgere SERIAMENTE i cittadini risponde semplicemente all’art. 1 Costituzione: ‘la sovranità appartiene al popolo’ (salvo subito precisare ‘nei limiti della legge’: il problema é che le leggi si fanno in base al principio di rappresentanza, dando vita aun confitto di interessi! ma la democrazia va ridotta solo alla rappresentanza, l’idea é molto più ricca, come osserva D. Held, politologo inglese). Le sfide della contemporaneità, a partire dalla crisi climatica, richiedono scelte condivise: é questa l’intelligenza della democrazia (e qui merita di essere ricordato lo studio di H. Landemore della Assemblea di cittadini (scelti a campione) che ha elaborato le proposte di riforma della Costituzione islandese).

  3. Ottimo articolo. Ma, come sempre, non troverà ascolto in una Amministrazione sorda. Come fare a togliere loro il cerume dalle orecchie?

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