Stasera si terrà la manifestazione di Non Una di Meno – Bologna spinta da quanto successo a Giulia Cecchettin. Alcune considerazioni sparse, disordinate e autocritiche sui limiti della narrazione maschile
di Andrea Femia, consulente digitale cB
Non tutti gli uomini. È la formula della difesa in questo processo che non esiste, perché i processi sono fatti per durare fino a trovare una soluzione, questa è più che altro un’onda mediatica finalizzata a polarizzare ciò che è già polarizzato per natura. È caccia al maschio, si scrive oggi sui giornali più conservatori del Paese.
La cultura patriarcale è quel fenomeno storicizzato e antropologicamente funesto all’interno del quale sono sorte le vicende che daranno il via all’ennesima, necessaria, manifestazione spinta dall’uccisione di una donna, stasera a Bologna, a partire dalle 19.00 in piazza 8 agosto con Non Una di Meno.
Non c’è dubbio che il dato culturale sia enormemente rilevante, negarlo sarebbe folle. Però c’è un elemento che rende difficile la visione d’insieme. Nel corso degli ultimi decenni si sono fatti passi da gigante nella maratona verso la parità di genere. Intendiamoci, siamo ancora al medioevo sotto molto aspetti, ma è bene riconoscere il percorso. Cresce enormemente il numero di persone di sesso femminile in posizione dirigenziale all’interno di strutture lavorative statali e private. Cresce il numero di rappresentanti politiche di sesso femminile, e capite bene che nelle democrazie rappresentative questa cosa è fondamentale. Sussistono evidentemente delle differenze, e siamo appunto ancora distanti dal parlare di parità, ma il trend è evidentemente positivo.
Nello stesso periodo storico in cui l’intera Europa progredisce sotto il punto di vista delle condizioni sociali femminili, sono migliorati in parallelo i dati sulla violenza e sugli omicidi. I luoghi e le strade che frequentiamo sono molto più sicuri rispetto al passato, i dati parlano chiaro, è così ovunque.
Però c’è un però. Anche questo, gigante.
I dati sulle persone di sesso femminile uccise, in particolare se considerate quelle uccise per mano di una persona legata da affetto – parentale o passionale – sono rimasti uguali a loro stessi. Sono stantii. Non si smuovono. La fredda logica dei dati ci dice che cercare la soluzione dove l’abbiamo cercata fino a ora, e che tanto bene ha prodotto alle società in altri ambiti, ci sta probabilmente allontanando dal punto. Che la radice dei problemi sia culturale è evidente, ma all’interno di questo c’è un vulnus che la società e la cultura non possono guarire.
Non ho soluzioni, ci mancherebbe, ma da maschio (per giunta bianco ed eterosessuale; una specie di cui francamente si fa fatica ad andare fieri, ve lo immaginate un pride del genere? Gesù…), dicevo, da maschio un’idea me la sono fatta. Ci conosciamo, tutti, troppo poco. Abbiamo limiti di comprensione delle emozioni, probabilmente anche dei sentimenti. Limiti dettati da una ferocia emotiva più primitiva che da homo technologicus.
Credo di essere una persona ragionevole e mi è sempre parso di rispettare quanto più possibile le persone che ho conosciuto nel percorso di vita, eppure nonostante questo ritratto autoassolutorio non posso fare a meno di pensare che in passato mi è capitato, per esempio, di controllare il cellulare di una partner, e scambiare quella urgenza di sapere qualcosa che mi era oscuro come un segnale di amore è una sincera follia.
Sincera perché in quel momento non sei lucido, quindi può sembrare una scelta di senno. Follia perché bisogna essere veramente stronzi per pensare che quella roba lì abbia a che fare con l’amore.
Molto spesso, questo mi sento di poter dire riguardi l’enorme maggioranza degli altri maschi che conosco, viviamo con la consapevolezza che abbiamo senso se siamo i principali protagonisti di una storia. Sentirsi in secondo piano, anche solo emotivamente, è qualcosa che davvero molti di noi non accettano e non sono pronti a fare. Il problema è probabilmente insito nel verbo “sentirsi”. Non abbiamo, da soli, gli strumenti per capire. E anche quando capiamo, non ci è facile agire di conseguenza.
Non voglio neanche citare i casi di assoluzione dell’amico che manda foto non richieste di cazzi o cose simili, perché lì siamo all’abc del degrado psicologico. Ma andando più in fondo, la cosa migliore che si possa fare, probabilmente, è accettare che se anche si è animali (e lo siamo tutti), se anche si è emotivamente dominati da sensazioni che non si vorrebbero, c’è sempre qualcuno disposto ad ascoltare, possibilmente senza giudicare. Comunicare per non esasperare, meglio se con gente che ha studiato per comprenderti. E magari provare a partecipare sinceramente e in modo attivo alla crescita della consapevolezza che la sfera d’intimità tra individui ha bisogno di parità anche nei discorsi e nelle mansioni tra le mura di casa, anche sotto le lenzuola. Del senso di colpa non ce ne facciamo niente nessuno.
Ma ognuno potrebbe darsi il compito di provare a conoscersi un po’ meglio per non arrendersi al peggio di sé. Di quello c’è davvero bisogno. E delle manifestazioni, delle piazze, dei processi che fanno seguito alle ondate. Come stasera con Non Una di Meno. Ascoltare è ascoltarsi.
