Intervista a Giulia Fabini, ricercatrice in sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale di Unibo e presidente dell’articolazione regionale di Antigone, che sull’ultima visita della sua associazione all’istituto penitenziario di Bologna dice: «Abbiamo trovato una situazione peggiore rispetto agli anni precedenti e un clima che desta grande preoccupazione»
di Barbara Beghelli, giornalista
Altro che freddo. Con una sola caldaia per mille, è dura sopravvivere. Eppure la situazione alla Dozza è questa. E lascia pure che malfunzionino, queste benedette caldaie, mettendo così in croce tutti e costringendo sia il personale (agenti accasermati) che i reclusi a stare al gelo e a lavarsi con l’acqua fredda. Ma, viene da chiedersi, ripararle in tempi normali è davvero una mission impossible? Pare di sì.
Quest’anno, come ha evidenziato anche il segretario nazionale della polizia penitenziaria della Uil Domenico Maldarizzi, la situazione è più critica del solito proprio perché «è in funzione solamente una caldaia». Il malcontento serpeggia. Tanti gli episodi di pericolo che si sono venuti a creare anche recentemente, l’ultimo non più tardi di due settimane fa: un grande incendio che ha messo a rischio tutti. Tensione creatasi a causa di alcuni detenuti ribelli che per fortuna non è degenerata in rivolta solo e unicamente grazie al tempestivo intervento del personale del penitenziario.
Ma ripristinare condizioni accettabili di vivibilità è così difficile? Ne parliamo con Giulia Fabini, ricercatrice in sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale (Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Bologna), che fa anche parte dello staff del Master interateneo in Criminologia critica dell’Università di Padova e Bologna.
Lei è presidente regionale di Antigone da tre anni. Cos’è e come si struttura?
Antigone Emilia-Romagna è una delle articolazioni regionali più attive e consolidate dell’associazione politico-culturale che affronta tematiche legate al carcere e alle politiche criminali basando le attività sull’Osservatorio regionale delle condizioni di detenzione. Lo scorso giugno abbiamo pubblicato il II Rapporto regionale e a giorni uscirà il resoconto annuale delle attività dell’Osservatorio, con un riepiolgo delle nostre considerazioni sullo stato delle carceri in Regione.
Come vede la situazione al carcere della Dozza? Sono usciti diversi articoli in questi mesi per denunciare le difficili condizioni. Infine è intervenuto anche il Garante.
Noi visitiamo l’istituto penitenziario di Bologna due volte all’anno. L’ultima visita risale a dicembre. Abbiamo trovato una situazione peggiore rispetto agli anni precedenti e un clima che desta grande preoccupazione. Finalmente i funzionari psicopedagogici sono 9 come previsto dalla pianta organica, tuttavia, la situazione è particolarmente disomogenea tra sezione e sezione. Nella sezione 2B a ‘trattamento ordinario’ abbiamo trovato diverse celle buie e silenziose e la situazione era particolarmente tesa anche nella 1C, dove è stata incendiata una cella.
Da mesi i detenuti sono senza riscaldamento e acqua calda.
La questione del funzionamento a singhiozzo o della mancanza totale dell’acqua calda è uno degli elementi di criticità, che peraltro abbiamo riscontrato anche a Piacenza e Parma. A questi va aggiunta la presenza di detenuti malati con febbre anche alta, il cattivo stato delle docce comuni, perdite d’acqua; ci è poi stata riferita la presenza di topi e scarafaggi in diverse sezioni.
Il carcere tra popolazione detenuta e agenti accasermati pare superi le 1.100 persone.
La capienza regolamentare a Bologna è di 500 persone ma sono 814, quindi attualmente si supera la soglia-limite di moltissimo. Lo spazio vitale è di almeno 3 metri quadri a persona. Va da sé che la pianta organica delle figure che operano all’interno degli istituti, in particolare personale giuridico-pedagogico, psichiatri, psicologi, è calibrata sulle presenze previste, non quelle effettive. Quando la popolazione aumenta – cosa che a Bologna sta avvenendo velocemente, considerando che le persone detenute un anno fa erano 753 – non solo le dimensioni della struttura ma nemmeno il personale risultano più adeguati.
Per ripristinare condizioni accettabili di vivibilità all’interno cosa si dovrebbe poter fare? Chi può porvi rimedio?
Sarebbe necessario porre in essere immediatamente delle misure deflattive della popolazione carceraria, prevedere minori ingressi e maggiori uscite, con il ricorso più consistente a misure alternative alla carcerazione. Le leggi ci sono, bisogna attuarle. Ma le condizioni di detenzione non passano solo dal numero di persone detenute. È fondamentale ripristinare condizioni strutturali adeguate, assicurare la salute fisica e mentale delle persone detenute, promuovere lavoro, formazione e attività.
