La cooperazione emiliana alla sfida della Transizione climatica

Bologna può essere il bacino di coltura di un nuovo modo di fare comunità e di fare impresa. Dall’osservatorio di Kilowatt e delle Serre dei Giardini, che da dieci anni opera tra l’innovazione sociale e culturale e il pensiero ecologico, noto un grande desiderio da parte di ampi gruppi della popolazione – oggi troppo poco rappresentati – di ascolto, di prospettiva sul domani, di un immaginario futuro che vada oltre la tutela delle posizioni acquisite e che apra invece a nuovi modelli sociali, relazionali, di lavoro. Ciò che il modello cooperativo può offrire

di Nicoletta Tranquillo, coordinatrice Bologna Metropolitana – Confcooperative Terre d’Emilia


Bologna ha deciso di abbracciare una sfida tanto coraggiosa quanto necessaria, quella di raggiungere la neutralità climatica già nel 2030, ossia 10 anni prima degli impegni europei. Si tratta di un percorso molto difficile e potenzialmente anche divisivo.

Se non realizzata con la massima cura e attenzione, la transizione climatica rischia di pesare sulle spalle delle classi sociali e imprenditoriali più deboli, finendo per creare enormi conflitti (abbiamo visto cos’è successo con la rivolta dei trattori…). Gli effetti collaterali della trasformazione rischiano di essere ben poco sostenibili a livello sociale e vediamo affacciarsi il timore che l’espressione “transizione ecologica” significhi per larghe fasce di popolazione un aumento della povertà e dell’emarginazione. Si tratta di rischi che aprono spazio di gioco ampi alle posizioni più conservatrici e reazionarie, che avversano ogni forma di transizione ecologica.

Contemporaneamente, quello intrapreso è un percorso necessario per scongiurare una trasformazione del clima e della Terra per come la conosciamo verso un luogo inospitale per le persone e estremamente rischioso per le imprese. Basti pensare all’aumento degli eventi estremi che sta anticipando di anni ciò che la scienza aveva prospettato. Dall’altra parte, si assommano fondati timori che la situazione, se non affrontata di petto, possa davvero sfuggirci di mano. Tra l’altro, l’Italia e la pianura padana in particolare fanno parte di quelle aree in cui gli impatti del cambiamento climatico tenderanno a manifestarsi con maggior forza. L’urgenza di un impegno concreto delle città come Bologna, responsabili di gran parte delle emissioni climalteranti, emerge con chiarezza.

Credo che la cooperazione possa giocare un ruolo importante in questo percorso di trasformazione perché ha nel suo Dna la capacità di guardare al futuro, l’impegno a creare valore per la comunità e a non estrarlo per l’accumulo privato, l’attenzione ai bisogni sociali, all’equità e alla democraticità. Allo stesso tempo, questa che abbiamo davanti è una sfida per la cooperazione stessa, che deve ripensarsi rispetto a un contesto socioeconomico e culturale estremamente mutato.

Il mio augurio, e il mio impegno, è che la cooperazione, e il contesto bolognese così ricco di aziende esponenti del mondo cooperativo, sia storiche che nuove, possa trovare una leadership autentica in questo percorso, senza fermarsi allo spazio retorico che troppo spesso caratterizza i discorsi sulla sostenibilità, ma scoprendo un’occasione di rinnovamento che apra a un nuovo sistema di relazioni e di scambi più vicino ai principi cooperativi e lontano dal neoliberismo che ha generato le crisi che stiamo vivendo (sociale, economica e ambientale).

Dobbiamo essere capaci di comprendere il problema alla radice e di innovare. Abbiamo bisogno di donne e di giovani che ci accompagnino a scoprire per esempio un nuovo modo di relazionarci con la Natura e le risorse naturali, nuovi strumenti di negoziazione con ciò che non è umano, ma anche nuove modalità di rispondere ai bisogni sociali non con assistenzialismo, ma promuovendo un nuovo protagonismo delle persone.

Bologna per la sua identità può essere il bacino di coltura di questo nuovo modo di fare comunità e di fare impresa. Dall’osservatorio di Kilowatt e delle Serre dei Giardini, che da 10 anni opera tra l’innovazione sociale e culturale e il pensiero ecologico, noto un grande desiderio da parte di ampi gruppi della popolazione – oggi troppo poco rappresentati – di ascolto, di prospettiva sul domani, di un immaginario futuro che vada oltre la tutela delle posizioni acquisite e che apra invece a nuovi modelli sociali, relazionali, di lavoro. Ciò che la cooperazione può offrire. Per questo ho accettato con entusiasmo la responsabilità del coordinamento territoriale bolognese di Confcooperative Terre d’Emilia e ringrazio per la fiducia le tante cooperatrici e i tanti cooperatori che cercherò di rappresentare al meglio.


Un pensiero riguardo “La cooperazione emiliana alla sfida della Transizione climatica

  1. Obiettivo condivisibile ma ad oggi solo astratto. Necessario provare di metterlo a terra individuando alcune prime azioni concrete.
    Detto questo i gruppi ampi di popolazione disponibili a qualunque coinvolgimento esistono certamente, tanto le contraddizioni, anche pesanti da affrontare, riguardano altri.
    Interessante esperienze delle Serre e di Kilowatt, ma trattasi di realtà microscopiche, rispetto a un intero sistema produttivo che va affrontato, per cambiarlo, con ben altri strumenti e obiettivi.

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