Finché non saremo in grado di ascoltare le ragioni dei civili palestinesi (nonostante i crimini di Hamas) e le ragioni dei civili israeliani (nonostante i crimini del governo Netanyahu), non potremmo mai trovare il senso di un accordo. Oggi siamo chiamati tutti a uno sforzo molto più grande dal semplice prendere parte alle proteste e alle urla. Ciò di cui abbiamo un grande bisogno è di inventare strumenti nuovi di incontro. E servirebbero anche le stanze del silenzio
di Cristina Ceretti, consigliera comunale Pd
In questi giorni ci sono stati diversi incontri in città per esprimere le ragioni dell’una o dell’altra parte nei conflitti in Medio Oriente, purtroppo quasi sempre accompagnati da contestazioni di rabbia, che comprendo, mescolate a parole pericolose da cui prendo totalmente le distanze. Anche queste prime ore dopo la notizia di nuovi attacchi, mi chiedo se sia possibile una strada diversa dall’indignazione di fronte a tutto questo sfregio della dignità umana.
Allo scontro sociale, alla polarizzazione delle posizioni, è fondamentale che Bologna sappia reagire costruendo una via diversa, fatta di rammendo dei rapporti fra comunità differenti per storia, cultura, credo. Questo non significa che ognuno di noi non abbia una sua precisa posizione su ciò che sta accadendo, ma significa ogni giorno alimentare un dialogo possibile fra comunità e associazioni diverse e distanti, anche quando ciò che accade nelle zone di conflitto ci appare assolutamente imperdonabile. Anche quando in cuor nostro, crediamo che le ragioni risiedano prevalentemente da una parte.
Questo momento storico ci chiede molto di più dell’indignazione. Tutto quel che sta succedendo in quel piccolo fazzoletto di terra, nel territorio geografico di Palestina, poco più grande della Sicilia, ha un impatto grande sulla storia del mondo e ci sta mostrando il volto più oscuro della condizione umana, quella fatta di risentimento e di odio.
Finché non saremo in grado di ascoltare le ragioni dei civili palestinesi (nonostante i crimini di Hamas) e le ragioni dei civili israeliani (nonostante i crimini del governo Netanyahu), non potremmo mai trovare il senso di un accordo. I civili dell’una e dell’altra parte sono doppiamente vittime, del nemico e dei loro governanti, che entrambi hanno votato nell’illusione di avere maggiore difesa e sicurezza.
Quando si bombarda, si lanciano missili, si passa immediatamente dalla parte del torto e questo dovremmo cercare di averlo chiaro ogni volta che alimentiamo la macchina degli armamenti, una macchina potentissima che toglie risorse alla sanità pubblica per poi riconsegnarle persone da ricucire nel fisico e nell’anima.
Oggi siamo chiamati tutti a uno sforzo molto più grande dal semplice prendere parte alle proteste e alle urla. Ciò di cui abbiamo un grande bisogno è di inventare strumenti nuovi di dialogo per nutrire ogni giorno la pace e non accontentarci delle tradizionali forme di disobbedienza civile. Per questo è quanto mai necessaria a Bologna la “Casa dell’incontro e del dialogo tra Religioni e Culture”, la casa del dialogo, una proposta lungimirante e giusta fatta in tempo di pace, quanto mai urgente ora in questo tempo di guerre. Così come sarebbero preziose le Stanze del Silenzio, esperienze già presenti in molte città, per dare riparo e conforto a chi sente il bisogno di raccoglimento, quiete o preghiera, indipendentemente dalla sua visione, cultura e religione.
La pace dunque si costruisce giorno per giorno nella relazione quotidiana e, vorrei aggiungere, anche attraverso la forza del silenzio. Dialogo e silenzio, ci insegnano a sederci in mezzo ai tanti, non dalla parte di chi pensiamo abbia ragione, ma in ascolto delle narrazioni degli altri, delle ragioni di tutti, per favorire una sintesi di intesa possibile, concreta, fattibile anche fra interlocutori che non sembrano disposti al perdono l’uno dell’altro.
Sono tre le cose che concretamente possiamo fare: 1) non far venire mai meno l’attenzione e la cura delle relazioni verso tutte le differenze presenti nella nostra comunità; 2) costruire un patto tra istituzioni e associazioni per offrire sollievo alle popolazioni civili colpite, sostegno concreto per le tante sofferenze che le guerre producono; 3) continuare a camminare silenziosamente nei cortei della pace, nelle tante marce pacifiste che per fortuna nella nostra città non mancano. Passo dopo passo, nell’incontro, nella relazione, è lì che l’ascolto si fa dialogo e il dialogo si fa silenzio. Condizioni necessarie alla politica se, oltre all’indignazione, vuole percorrere la faticosa strada del riconoscimento e della giustizia.

Gentile Cristina, lei e’ d’accordo che alle celebrazioni del prossimo xxv Aprile debba partecipare a pieno titolo anche la Brigata ebraica?
Un cordiale saluto.
Valter Giovannini
Secondo me oggi, nel 2024, essere antifascisti significa anche essere “partigiani di pace” e dunque è legittimo il richiamo al “cessate il fuoco”. Ritengo che CHIUNQUE creda nella convergenza di questi due valori, antifascismo e pace, è legittimato a rinnovare il portato storico-culturale del 25 Aprile insieme agli altri. Ognuno con la propria identità.
Grazie per la domanda, ricambio il suo cordiale saluto.
Cristina
La foto del titolo ci riporta alla fiaccolata PACE SALAM SHALOM del 5 dicembre scorso: https://www.repubblica.it/cultura/2023/12/06/news/alessandro_bergonzoni_con_le_mani_appena_giunte-421584942/
In attesa della Casa del dialogo tra religioni e culture, gli “artigiani di pace” a Bologna non sono rimasti con le mani in mano!
E’ imminente il viaggio di comunione e pace in Terra Santa: PACE A VOI!
Dal 13 al 16 giugno. Iscrizioni entro il 6 maggio.
Qui tutte le info utili ⬇️
https://forms.gle/3BJW2vsVHJQVS3778
Alberto Zucchero, Portico della Pace