Ho aderito per la prima volta a uno sciopero perché l’azienda ha tutto l’interesse a destinare maggiori risorse ai dipendenti per evitare che i migliori se ne vadano
di Tobia Desalvo, dipendente gruppo Hera
Per la prima volta dalla mia assunzione nel 2006 ho aderito a uno sciopero: insieme a più del 30% dei dipendenti coinvolti (2.200 persone) e ai lavoratori in appalto chiediamo maggiori risorse per tutti i lavoratori. Abbiamo manifestato sia l’amarezza per un mancato riconoscimento dell’azienda che la fiducia in una prospettiva positiva sotto le insegne dello slogan molto calzante “Inizia l’Hera di tutti”: un richiamo sia al purpose aziendale multistakeholder sia a un momento di inizio.
Le relazioni industriali del Gruppo vanno rinnovate rispetto a quelle dei primi anni del secolo, quando il contesto era del tutto diverso: i servizi erano a minor contenuto di tecnologia e qualità, la tutela garantita dai contratti nazionali era di manica più larga, la pensione era più vicina e per i colleghi più capaci e intraprendenti si aprivano ampi spazi di crescita. Da allora, il rinnovamento generazionale ha interessato sia i vertici del Gruppo sia i lavoratori. Sono stati assunti quasi esclusivamente giovani professionisti altamente qualificati, che stanno costruendo il successo dell’azienda in un quadro di crescente complessità e innovazione.
Per erogare servizi ad alto valore aggiunto si lavora in team multidisciplinari, dove dipendenti e fornitori dei servizi core collaborano gomito a gomito. Si lavora bene quando vengono assegnati obiettivi chiari e trasparenti a tutti i collaboratori, quando a ciascuno viene riconosciuto annualmente il corretto inquadramento in base alle competenze e una quota delle premialità legate ai risultati del proprio lavoro. Attualmente è invece purtroppo consuetudine che un lavoratore debba attendere parecchi anni aumenti promessi che potrebbero non arrivare mai. È interesse dell’azienda intervenire con prontezza e decisione per garantire la possibilità di premiare i lavoratori, onde evitare che i più bravi alla prima occasione se ne vadano via e che chi rimane si rifugi nel conformismo e smarrisca via via la propria attitudine proattiva verso i processi aziendali.
Non chiediamo altro che destinare maggiori risorse ai lavoratori, verificare gli inquadramenti su tutto il perimetro, sanare le storture inevitabilmente accumulatesi negli anni e rinnovare le procedure di gestione del personale. Un compito largamente alla portata, che possiamo svolgere meglio promuovendo un rapporto trasparente tra lavoratori, responsabili e direzione del personale che in maniera franca e schietta metta sul tavolo le differenti esigenze. L’azienda ha tutto da guadagnare nell’investire risorse in un ambiente di lavoro più sereno e premiante.
Il Gruppo è chiamato a indirizzare con successo uno dei più annosi scogli per le relazioni sindacali e l’economia italiana: la questione salariale. Gli stipendi che si allontanano pericolosamente dalle traiettorie europee privano il Paese delle competenze migliori. Qui, invece, gli alti livelli di produttività consentono di investire in salari e stipendi le risorse adeguate per consolidare un successo duraturo.
Infine, vorrei spendere due parole per evitare fraintendimenti sulle prospettive del Gruppo. I Comuni soci che hanno conferito i propri asset per realizzare il Gruppo Hera hanno dato vita a una grande operazione industriale per cui l’accesso alla finanza è fattore di successo. In questi anni possiamo con serenità dare atto della dedizione con cui il management ha tenuto fede all’impegno della propria mission, contribuendo alla creazione di valore e alla transizione dei territori.
Segnalo a entrambe le parti che il vero limite alla crescita dell’azienda risiede nella convinzione diffusa che il ruolo del Gruppo si limiti all’erogazione di servizi per clienti e Comuni. Per costruire una prospettiva di crescita industriale occorre svolgere il ruolo di lavoratori e imprenditori in un mercato sempre più tecnologico e internazionalizzato, ricco di opportunità per chi è dotato di risorse e coraggio. È adesso il momento di rinsaldare il rapporto tra prospettive strategiche, consapevolezza diffusa e competenza della forza lavoro.
In questi vent’anni il Gruppo ha aumentato i propri valori economici di un ordine di grandezza. Nel 2050, quando starò per andare in pensione in un mondo carbon neutral, dovremo aver aggiunto un altro 0 ai numeri in fondo ai bilanci per essere all’altezza della nostra ambizione e garantire ai nostri territori il mantenimento della proprietà dei fattori di produzione del successo economico e sociale.

Nessuno sciopero in 18 anni?
Una visione miopa del mondo.. e dell azienda
Ugo Mazza o se preferisce Dott. Ugo Mazza, Lei che conosce il mondo e le aziende (quelle pubbliche a guida PD) mica quelle a mercato, quanti scioperi ha fatto in vita sua? Ci illumini!!!