Gli spazi prendono vita e si animano se sono vissuti da persone, idee e passioni, funzionano se captano e riempiono quel vuoto che risponde ai bisogni sommersi di una o più comunità, e dunque non abbattiamoci come si abbattono gli edifici, restiamo uniti e facciamo Cultura
di Tommaso Ussardi, direttore d’Orchestra e presidente di Senzaspine Aps
Con la chiusura e demolizione del Mercato Sonato, si chiude un grande capitolo per tutti noi. Una grandissima comunità fatta di persone molto diverse e spesso anche distanti tra loro, unite e collegate da un interesse comune, uno spazio, un modo di fare cultura, di essere cultura, persone che tra pochi giorni non avranno più un luogo che li teneva insieme.
Parto da mercoledì sera, ovvero dall’ultima Classica da Mercato, una rassegna che dal 2016, tutti i mercoledì (anche durante il periodo dannato del Covid), ha ospitato concerti di musica da camera e sinfonica, principalmente di musica classica ( anche se chi ci conosce sa che il nostro concetto di musica classica è quanto mai sconfinato). Una rassegna collocata al centro della settimana, all’interno di una programmazione estremamente varia, un modo per mettere la “classica” al centro, in dialogo con gli altri linguaggi, un modo per accendere una luce su un patrimonio enorme, di rara bellezza, oggi quanto mai dimenticato, percepito ostile e intoccabile, e che invece ha solo bisogno di essere incontrato, raccolto e vissuto.
Classica da Mercato serviva a questo, dare un’opportunità ai musicisti di essere vicini, utili e integrati alle comunità di cittadini di cui loro stessi fanno parte, un’occasione per consegnare, alle persone curiose e coraggiose, le chiavi per aprire uno scrigno sepolto, che una volta aperto, risuona per sempre e non si richiude più.
Mercoledì 29 maggio, l’ultima volta, un momento triste, ma allo stesso tempo bello, perché ci ha fatto cogliere la vera magia del Mercato, una magia difficilissima da ricreare, una magia determinata dalla facilità dell’incontro, del confronto, dalla gioia di vivere uno spazio semplice che per alcuni forse può sembrare brutto e inadatto, ma come brutta e inadatta può sembrare la vecchiaia, come brutte le rughe, memorie di pagine scritte sulla pelle di mura vissute, attraversate, ferite e rigenerate.
Di Live club, scuole di musica, teatri, orchestre, circoli associativi, ce ne sono tanti e sicuramente anche migliori, ma quell’unicità di insieme, di condivisione e di osmotica socialità, quell’unicità che è la storia stessa del Mercato, la polis dello scambio, dove trovare materie di prima necessità, un tempo alimentari, oggi di Arte e Cultura, anch’essi beni di prima necessità, le mura di 70 anni di storie e memorie di generazioni, rimesse in vita da un’orchestra sinfonica, sono le mura che oggi ci ricordano quanto questa sia e quanto rimarrà una storia incredibile.
Probabilmente elaborare il lutto al quale stiamo andando incontro da più di un anno ci ha assopiti, intorpiditi, sfibrati e a volte non vediamo l’ora che arrivi il momento dell’addio per trovarci di fronte al fatto compiuto, in modo da sentirne finalmente il vuoto e quella mancanza di cui ormai facciamo quasi fatica a capirne il peso, la dimensione e l’eccezionalità.
Probabilmente quando tutto ciò diventa “normale”, nel senso della “norma”, probabilmente è lì che scatta un meccanismo di difesa di chi si sente tutelato da regole che scandiscono la sua quotidianità, gli spazi, le funzioni, i diritti, conquiste che quasi non riconosce più perché rientrano nel campo della scontatezza, della “normalità” per l’appunto.
Questo forse per un progetto come il nostro dovrebbe rappresentare la conquista più grande, essere diventati un qualcosa che c’è e non può non esserci… e invece purtroppo sappiamo che la normalità è una parola che ingabbia, anestetizza, assuefa, che rischia di farci dimenticare la bellezza e la rarità di ciò che ci circonda e, nel momento in cui non ci sarà più, diventa un attimo passare dalla scontatezza alla scontentezza, dalla normalità alla nostalgia.
Quello però che più mi preme scrivere oggi, non è ricordare i migliaia di eventi, le mila mila tessere di soci che dal 2015 animano il Mercato Sonato, le collaborazioni, la gigantesca scritta “NO WAR” che taglia il cielo, o raccontare l’incertezza del nostro futuro e di tutte le attività che svolgiamo. No, di questo si è già detto decine di volte. Quello che più mi preme scrivere è: facciamo tesoro dell’esperienza del Mercato, per ricrearne altri cento, impegniamoci affinché questa semplicità di fare comunità diventi la regola in tutte le sue infinite forme.
Il momento è evidentemente triste per tutta Senzaspine e questi ultimi giorni di Demolition Party sono un chiaro segnale di quanto vogliamo urlare e piangere, coperti dalla musica, dal ballo e dalle luci di una festa che non sarà mai in grado di raccontarci e raccontarsi appieno, ma comunque Festa sarà.
Bene. E allora apriamo il sipario e diamo inizio alla demolizione del Mercato. Ma a una condizione: che per quanto “demolitica” non dovrà mai trasformarsi in una Demo-lisi. Al contrario, dovrà trasformarsi in una “Demo-fusione”, un momento in cui tutte le comunità qui incontrate si riconosceranno per innamorarsi fino all’ultimo giorno prima della separazione, un’occasione per coltivare fino all’ultimo quella necessità e desiderio di ritrovarsi al più presto e tornare insieme.
Gli spazi prendono vita e si animano se sono vissuti da persone, idee e passioni, funzionano se captano e riempiono quel vuoto che risponde ai bisogni sommersi di una o più comunità, e dunque non abbattiamoci come si abbattono gli edifici, restiamo uniti e facciamo Cultura.
