La crisi delle sedi fisiche del Pd e il futuro dei circoli nella Città Metropolitana

La direzione del Pd di Bologna il 20 gennaio prossimo deve deliberare in merito alla chiusura  di buona parte degli spazi fisici utilizzati da circoli territoriali. Ma bisogna immediatamente avere una strategia organizzativa alternativa e prevedere soluzioni innovative per gli spazi che restano

di Maurizio Morini, Innovation Manager


La chiusura del 40% dei circoli del Partito democratico nella provincia di Bologna (tra gli altri, il Corriere di Bologna, 4 e 5 gennaio 2025) rappresenta un segnale allarmante non solo per il partito ma per l’intero tessuto democratico della Città Metropolitana.

Questa drastica riduzione degli spazi fisici di incontro rischia di compromettere in modo significativo i momenti di confronto politico e sociale, rendendo ancora più fragile lo stato dell’elaborazione politica locale. In assenza di soluzioni gestionali e organizzative alternative, il rischio è quello di escludere ulteriormente i cittadini già distanti dalla politica, allargando il divario tra il partito e la comunità. I circoli, infatti, non sono solo luoghi di amministrazione o logistica: dovrebbero rappresentare il cuore pulsante del dibattito democratico e della partecipazione civica, strumenti insostituibili per costruire e rafforzare il coinvolgimento politico.

Il contesto attuale si intreccia con una gestione immobiliare complessa, che ha le sue radici nel vasto patrimonio ereditato dai Democratici di Sinistra. Tre sono gli attori principali di questa rete: Fondazione Duemila, Immobiliare Porta Castello e Coop Edile Bastia. Ognuno di questi soggetti opera con finalità e obiettivi differenti, ma tutti sono legati da un vincolo comune: garantire la sostenibilità del patrimonio immobiliare loro conferito.

La Fondazione Duemila, in particolare, è vincolata a un modello non lucrativo, ma per poter rispettare i propri obblighi fiscali dipende dai canoni di locazione versati dai circoli. Immobiliare Porta Castello può svolgere attività commerciali, ma anche in questo caso la sostenibilità dell’intero sistema dipende dal flusso regolare di entrate. Così come Coop Edile Bastia, che gestisce immobili tramite affittanza e compravendita, e che contribuisce a completare il quadro di gestione.

Siamo di fronte a un problema sistemico dove gli attori funzionali appena citati svolgono il ruolo a loro assegnato, e che richiede dunque uno sforzo innovativo in sede politica.

Questa situazione non è circoscritta ai soli circoli interessati dalla chiusura, ma riguarda tutto il territorio metropolitano. Al centro del problema c’è un modello operativo ormai superato, incapace di rispondere alle sfide organizzative e gestionali del presente. La carenza di una visione strategica/organizzativa condivisa ha reso difficile per il partito individuare soluzioni alternative che preservino la funzione primaria dei circoli: essere spazi aperti di confronto e partecipazione. A ciò si aggiunge il rischio di una frammentazione della base politica e sociale del Pd, che potrebbe portare a un ulteriore isolamento rispetto alla cittadinanza. È evidente che senza un piano operativo innovativo e una capacità di adattamento alle nuove esigenze, il rischio è quello di compromettere la vitalità stessa del partito sul territorio.

È possibile una soluzione innovativa e condivisa?

Di fronte a una situazione così complessa e con varie voci che si alzano, come testimoniato dalla stampa citata, l’unica via auspicabile è quella di un confronto ampio e serrato, che coinvolga tutte le parti interessate: i vertici del partito, i gestori del patrimonio immobiliare e la base democratica. Solo una discussione partecipata può portare a soluzioni innovative che tengano conto delle diverse esigenze, senza sacrificare il ruolo fondamentale degli spazi (fisici e non) di confronto.

Parallelamente, è necessario ripensare il modello operativo del partito, puntando su soluzioni che coniughino sostenibilità economica e partecipazione democratica. La riduzione delle sedi fisiche dovrà essere compensata da una più che proporzionale attività online e secondo modelli di rete, che non solo favorisca il confronto diretto ma che stimoli anche la collaborazione tra territori diversi, creando una rete di partecipazione più inclusiva e dinamica. Su questo tema ho già scritto il 2 dicembre scorso sempre su Cantiere Bologna (qui). Bisognerebbe perciò procedere rapidamente in tal senso.

Inoltre, gli spazi fisici ancora disponibili potrebbero essere co-affittati ad associazioni di volontariato o gruppi di giovani progressisti, che attraverso iniziative sociali o culturali contribuirebbero a vivacizzare i circoli stessi. Questa soluzione permetterebbe di condividere le spese di gestione, considerato che le sedi dei circoli sono fisicamente impegnate per non più del 25% del tempo utile, salvo rare eccezioni.

La crisi dei circoli non è solo una questione di risorse economiche: è una sfida politica e culturale che richiede coraggio e visione per essere superata. Investire in un approccio integrato, che valorizzi sia le nuove tecnologie sia le sinergie con altre realtà sociali, può rappresentare una strada concreta per rilanciare il ruolo del partito nella città metropolitana di Bologna.

Photo credits: Ansa.it


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