21 novembre 1920: la strage di Palazzo d’Accursio

“Per non dimenticare”. Ecco cosa fecero i fascisti 105 anni fa, epilogo di violenze aumentate dopo la vittoria, 21 giorni prima, dei socialisti alle urne con il 58% dei voti. Leandro Arpinati intimò a chi voleva festeggiare: «Le donne e tutti coloro che amano la pace e la tranquillità restino a casa … Per le strade di Bologna, domenica, debbono trovarsi solo Fascisti e Bolscevichi. Sarà la grande prova in nome d’Italia!». La prova fu l’assalto al libero Comune: undici morti e 58 feriti

di Alberto Candi, già Avvocato generale presso la Corte d’Appello di Bologna


La grande guerra è finita da due anni e il cosiddetto biennio rosso sta per terminare, anche se i più ancora non se l’immaginano. È il biennio in cui la rivoluzione socialista è sembrata dietro l’angolo, annunciata dal successo della rivoluzione russa e invocata nei numerosi scioperi e moti di protesta scatenati dall’inflazione e dall’aumento inarrestabile dei prezzi. I disoccupati sono moltissimi. Nella sola Bologna, nel 1919, ne sono stati censiti circa 20.000. Molti di loro sono reduci di guerra. Tornati a casa, non riescono a trovare lavoro. Inoltre le donne che, con gli uomini al fronte, erano impiegate nelle fabbriche, rientrando in famiglia perdono il reddito su cui contavano.

Il sindacato, organizzato nelle camere del lavoro, e il partito socialista sono divisi al proprio interno. Ai minimalisti si oppongono i massimalisti, che attendono la rivoluzione come un mito, una scintilla pronta a sprigionarsi al primo grande sciopero, ma sono privi di un’organizzazione adeguata e di dirigenti con le idee chiare sul da farsi. Sono proprio loro, i massimalisti, a prevalere all’interno del partito operaio in questo momento; alla loro guida, Costantino Lazzari e Nicola Bombacci. Le parole “la terra ai contadini” e “le fabbriche agli operai” sono ripetute in tutti i comizî, ma non hanno concrete prospettive di realizzazione.

Nel 1920 Bologna registra il più lungo sciopero dei lavoratori della terra e l’occupazione di molte fabbriche metallurgiche. Sono manifestazioni di chiaro contenuto politico. I braccianti lasciano scadere i loro contratti richiedendo, per i rinnovi, non solo migliorie economiche, ma anche garanzie di coltivazione di tutte le terre, anche quelle lasciate incolte dai padroni, e l’assunzione dei lavoratori per il tramite esclusivo delle camere del lavoro. In questo modo il sindacato cerca di avere voce in capitolo sulla gestione della terra e sui minimi d’occupazione da garantire, ostacolando altresì l’impiego dei crumiri. I lavoratori non riconoscono come legittimo interlocutore l’associazione degli agrari e pretendono di stipulare i contratti azienda per azienda. L’associazione agraria reagisce intimando ai lavoratori di lasciare le terre alla scadenza del contratto e ordina ai propri iscritti di non assumere più alcun lavoratore, con il rischio che i raccolti vadano in malora. Per salvare la produzione, le camere del lavoro insorgono occupando le terre e, a questo punto, gli agrari si rivolgono al governo chiedendo che la polizia faccia rispettare il codice penale: la condotta dei “bolscevichi” costituisce reato! Il sindacato esita sul contegno da tenere e nel frattempo le forze dell’ordine operano numerosi arresti tra gli occupanti.

Nelle fabbriche metallurgiche, dopo scioperi bianchi da una parte e riduzioni di salari dall’altra, gli industriali decidono per la serrata. Gli operai allora reagiscono con l’occupazione delle fabbriche. Il prefetto cerca di scongiurarla mandando le forze dell’ordine a presidiare gli opifici. Alla Fiat, alla Casaralta, alla Maccaferri, alla Calzoni e in altre delle maggiori fabbriche si raggiunge un accordo provvisorio per cui ai lavoratori si dà il permesso d’entrare, ma è vietato qualsiasi tipo di sabotaggio dei beni padronali. Gli operai ottengono l’istituzione dei consigli di fabbrica, a modello dei “soviet” russi. Pensano, così, d’introdurre un inizio di controllo della produzione da parte della classe operaia. I consigli, però, non decollano: non sono in grado di diventare un veicolo per la rivoluzione. Gli stessi sindacati e i socialisti frenano l’esperimento, timorosi di perdere il controllo degli occupanti e la guida del proletariato.

Raggiunto finalmente un accordo, le occupazioni cessano. Gli operai vivono l’avvenimento come una sconfitta, mentre i padroni, irritati per l’attendismo del governo, si rivolgono alla destra sostenitrice dell’ordine con ogni mezzo, anche violento. In aprile è nata l’“Associazione di difesa sociale” che, in vista delle elezioni amministrative di fine ottobre, ha deciso di reclutare qualche centinaio di uomini armati. All’appello ha risposto, tra i primi, il Fascio di combattimento di Leandro Arpinati. Già il 20 settembre i fascisti irrompono armati in centro. Danno l’assalto al caffè ristorante della Borsa in Via Ugo Bassi, ritrovo socialista. L’operaio Guido Tibaldi, iscritto al partito, viene gravemente ferito e morirà pochi giorni dopo. È l’inizio delle violenze che conducono ai fatti di Palazzo d’Accursio.

Avvicinandosi le elezioni, l’“Associazione di difesa sociale” chiama a raccolta le forze di destra proponendo un listone unico. Nasce il comitato “Pace, Libertà e Lavoro”, che esprime la candidatura di Giuseppe Ruggi, noto chirurgo, liberale e attento alle ragioni dei reduci di guerra. Regista dell’operazione, il marchese Giuseppe Tanari. Il comitato ottiene l’appoggio armato del Fascio di combattimento bolognese. Il 31 ottobre 1920, i socialisti vincono le elezioni con il 58% dei voti validi. Il Partito Popolare di don Sturzo ottiene il 15% e il listone unico della destra il 26%. Nei comizî preelettorali del comitato, però, si è fatto intendere che, a prescindere dal risultato elettorale, i socialisti non isseranno la bandiera rossa su Palazzo d’Accursio. 

Il 4 novembre 1920, ricorrenza della vittoria, i fascisti invadono Palazzo d’Accursio, fanno suonare a festa la campana dell’Arengo e s’impadroniscono dei tram malmenando i conducenti che protestano per l’esposizione del tricolore sulle vetture. Polizia e carabinieri lasciano fare. Tra le 24 e l’1 di notte, un manipolo di squadristi dà l’assalto in armi alla camera del lavoro. Dall’interno del locale alcune guardie rosse rispondono al fuoco, fino a che, intimorito, il segretario del sindacato, Enrico Bucco, chiede l’intervento della polizia. Le forze dell’ordine arrivano al comando del vicequestore Francesco Lapolla, perquisiscono la sede della camera del lavoro e l’abitazione del segretario, trovano svariate pistole e arrestano numerosi sindacalisti, tra cui il dirigente. Allontanatesi le forze dell’ordine, i fascisti ritornano, invadono la sede sindacale e la devastano. 

L’insediamento della nuova giunta socialista è previsto per il 21 novembre. I fascisti si oppongono ai festeggiamenti. Mediatore il prefetto, si raggiunge un accordo per cui la bandiera rossa non sarà esposta sull’Asinelli e i fascisti resteranno all’interno della loro sede di Via Marsala. Le reali intenzioni dei fascisti sono, tuttavia, descritte nel manifesto che Arpinati fa affiggere sui muri cittadini il 19 novembre. Vi si dice che i fascisti non tollereranno l’“insulto” di cenci rossi sul palazzo comunale, concludendo con questo invito: «Le donne e tutti coloro che amano la pace e la tranquillità restino a casa … Per le strade di Bologna, domenica, debbono trovarsi solo Fascisti e Bolscevichi. Sarà la prova! La grande prova in nome d’Italia!». Per il 21, Arpinati chiede anche l’intervento in armi dei camerati di Ferrara, che puntualmente arrivano numerosi nella mattinata del giorno stabilito (v. nota 1).

Alle 15, nel salone di Palazzo d’Accursio inizia la cerimonia d’insediamento della giunta. Enio Gnudi, ferroviere, viene nominato sindaco. Nel suo discorso inaugurale, dopo aver salutato i consiglieri di minoranza riconoscendone il valore, preannuncia un programma di difesa degli interessi dei lavoratori. Passa quindi la parola al consigliere di minoranza Giuseppe Albini e, mentre costui inizia a parlare, si sporge dalla finestra per salutare la folla nella piazza. Nel frattempo, sulla torre degli Asinelli è comparsa la bandiera rossa e i fascisti si sono riversati fuori della loro sede. L’attivista Giovanni Battista Berardi è andato in cima alla torre a strappare la bandiera, mentre un folto gruppo di camicie nere, suddiviso in tre schieramenti, si è radunato all’altezza di Via Rizzoli e Via Indipendenza al limite della piazza antistante il comune, piena della folla socialista e presidiata dai carabinieri e dalle guardie regie. 

Vedendo il sindaco affacciato al balcone, la piazza esulta, vengono esposte le bandiere rosse e suonata la campana dell’Arengo. A questo punto, dal gruppo dei fascisti partono degli spari, come ammetterà Giorgio Pini, dirigente fascista, qualche anno più tardi (v. nota 2) e come, nell’immediato, scrivono sia l’“Avvenire” (v. nota 3), sia “il Resto del Carlino” (nella sua quarta edizione del 22 novembre 1920, prima di sposare, nella quinta, l’opposta versione di comodo dei primi spari a opera dei socialisti) (v. nota 4).

Udendo le deflagrazioni, la folla socialista sbanda e cerca di rifugiarsi all’interno di Palazzo d’Accursio. Dall’interno del salone delle cerimonie, le guardie rosse pensano che i fascisti stiano dando l’assalto al comune e rispondono buttando alcune bombe nella piazza. Da sotto, polizia e guardie regie prendono a sparare contro le finestre del salone. In piazza rimangono a terra 10 morti e 58 feriti. Si fa fuoco anche all’interno del salone dove, tra i rappresentanti delle opposte fazioni, molti sono armati. Alcuni storici ipotizzano anche la presenza di provocatori in armi in mezzo al pubblico. Un uomo, mai identificato, ferisce a morte il consigliere di minoranza Giulio Giordani, avvocato, colpendo, con esiti meno gravi, pure i consiglieri Cesare Colliva e Bruno Biagi.

Il questore Luigi Poli, nei propri rapporti, divide la responsabilità degli eventi tra i socialisti e i fascisti, ma mentre arresta molti dei primi chiedendo alla magistratura che ne catturi un’altra sessantina, si limita a denunciare i secondi a piede libero. I dirigenti, tra cui Arpinati, non vengono arrestati perché asseritamente irreperibili. Nella primavera del 1921, Poli e il vicequestore Lapolla saranno trasferiti da Giolitti perché ritenuti responsabili di favoreggiamento dei fascisti sin dall’assalto alla camera del lavoro del 4 novembre precedente.

I funerali di Giordani diventano una manifestazione di forza dei fascisti che, schierati dietro al feretro, inneggiano al defunto come a un loro martire, nonostante l’avvocato appartenesse alla componente radicale del blocco antisocialista. Subito dopo, il prefetto Giuseppe Visconti, approfittando delle dimissioni della vecchia giunta e della mancata conclusione dell’insediamento della nuova, chiama a governare la città un commissario di sua nomina.

Da lì in poi, e per tutti i primi sei mesi del 1921, le violenze e le devastazioni fasciste dilagano per tutta la pianura padana sotto gli occhi compiacenti di polizia e carabinieri. Il tempo per la marcia su Roma è ormai maturo.

Per i “fatti di Palazzo d’Accursio” vengono rinviati a giudizio tredici imputati. Il processo termina nel 1923 con due condanne. Pietro Venturi (detto Raffaele) è ritenuto responsabile di concorso nell’omicidio Giordani e nel ferimento di Colliva e Biagi. Gli vengono inflitti 13 anni, quattro mesi, dieci giorni di reclusione e 187 lire di multa. Per Nerino Dardi, ritenuto responsabile di spari contro un agente, la condanna è a nove mesi di reclusione.

Venturi, all’epoca dei fatti, era il vicesegretario della camera del lavoro. Era presente in municipio il 21 novembre perché appena eletto consigliere comunale. A suo carico pesano due testimonianze secondo le quali, in aula, si era fatto notare perché era tra i più focosi contro la minoranza, aveva una pistola tra le mani e assomigliava all’autore degli spari che avevano colpito Giordani, Colliva e Biagi (v. nota 5). La magistratura, evidentemente, ritiene queste dichiarazioni non idonee a dimostrare la partecipazione materiale di Venturi all’omicidio Giordani, ma sufficienti per sostenerne la condanna a titolo di concorso morale.

Il 3 aprile 1923, in un processo celebratosi separatamente dal primo con gl’imputati contumaci, i socialisti Vittorio Martelli, Armando Cocchi e Pio Pizzirani vengono condannati all’ergastolo come responsabili dell’omicidio e dei due ferimenti avvenuti nella sala consigliare. Tutti e tre erano importanti personaggi del socialismo bolognese. Gli ultimi due fuggiranno in Russia e moriranno all’estero; di Martelli – anche lui fuggito dall’Italia – si persero le tracce e il tribunale di Bologna lo diede per deceduto, con una sentenza di morte presunta, nel 1954.

Note:

(1) Il particolare è riferito da Olao Gaggioli, dirigente del Fascio di Ferrara, in una lettera indirizzata al dirigente dell’epoca dei Fasci italiani di combattimento. Cfr., Nazario Sauro Onofri, “La strage di Palazzo d’Accursio”, 1980.

(2) Così Nazario Sauro Onofri, “La strage di Palazzo d’Accursio”, cit.  

(3) Ibidem

(4) Cfr. Enrico Bassi, “I fatti di Palazzo d’Accursio”, in Critica Sociale, n. 6 del 1961. Lo stesso Bassi, in un’intervista rilasciata 50 anni dopo i fatti a Piero Pasini e Rinaldo Rinaldi per RAI 3, aggiungerà che a confermargli che i primi spari erano partiti dai fascisti erano stati, tempo dopo l’eccidio, lo stesso Arpinati e Dino Grandi (cfr. “I fatti di Palazzo d’Accursio 50 dopo”, Rievocazione di P. Pasini e R. Rinaldi, in Notiziario emiliano-romagnolo della RAI, 21.11.1970).

(5) Cfr. Vico Pellizzari, “L’eccidio di Palazzo d’Accursio”, 1923.


Un pensiero riguardo “21 novembre 1920: la strage di Palazzo d’Accursio

  1. Grazie ad Alberto Candi per questa pagina di storia, che non conoscevo.

    Riprendo questa frase:
    «Le donne e tutti coloro che amano la pace e la tranquillità restino a casa … Per le strade di Bologna, domenica, debbono trovarsi solo Fascisti e Bolscevichi. Sarà la grande prova in nome d’Italia!»

    La parola PACE viene spesso tirata fuori a sproposito. Anche oggi con le novità che purtroppo ci troviamo a dover affrontare grazie a Trump e Putin.
    Sembra che la diversità di opinioni sia fra chi è per la pace e chi non lo è (e quindi è un guerrafondaio), motivo anche delle divisioni legate alla manifestazione di Roma del 15 marzo.

    Purtroppo, a volte, la vera pace, la pace giusta va difesa, e bisogna lottare partendo sempre con le argomentazioni, l’intelligenza, la diplomazia, ma se non basta ?
    Anche i partigiani volevano una pace giusta, ma dovettero lottare contro l’occupazione nazi fascista, è così che è nata la nostra Repubblica e la nostra Costituzione.

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