Dopo quanto accaduto durante l’occupazione del Crescenzi Pacinotti Sirani, con aule devastate dal vandalismo di ignoti, nasce uno spazio per riflettere su come comunichiamo il lavoro che si fa per rendere i luoghi aperti, recuperando i fari di pensiero che in questa città ci hanno abituato a rovesciare il ragionamento, cercando sempre con fatica di fare in modo che gli ambienti sfidati dal problema crescessero con la domanda che si erano trovati davanti
di Cristian Tracà, consigliere di quartiere e dottorando di ricerca
Una profonda ferita. La sento come cittadino, come educatore, come rappresentante nelle istituzioni. Vedere il Crescenzi Pacinotti Sirani ridotto così mi fa male, e pure molto. Perché in quei corridoi e in quelle stanze c’è un pezzo importante della mia vita a Bologna e perché da anni ci sono dentro fino al collo in tutti i progetti che sono stati costruiti con un lavoro corale per renderlo un luogo di umanità, perché non è un caso isolato.
Stamattina ne parlavo con qualche ex studente e sono stati loro per primi a chiedermi di raccontare che cosa c’è dietro quel portone divelto, perché c’è una posta in gioco che va oltre la schiuma degli estintori. C’è un piano simbolico che forse ci aiuta a capire dove siamo e da dove dobbiamo ripartire, perché alla curva successiva nell’opinione pubblica ci sarà la nostalgia per la scuola autoritaria e questo non possiamo permettercelo.
Il modo più semplice per non perdere la speranza è raccontare che cosa succede dietro a quelle mura alte e spesse su via Saragozza, perché spesso la foga della vita non ci lascia spazio né per il racconto né per la discussione. Voglio consegnare a chi legge questo giornale alcuni scatti e spero di trovare il modo insieme alla Dirigente e ai colleghi e alle colleghe di raccontarlo anche a tutte le classi nelle prossime settimane.
Non perché bisogna rivendicare, o perché qualcuno è eroe o perché la Scuola debba monopolizzare il sistema formativo da mattina a sera, ma perché la democrazia ha bisogno di rendere trasparenti i processi. I silenzi in situazioni come queste vanno superati dalla proposta. Sarei felice se prendessero parola coloro che in una società mediatica sempre più giudicante hanno paura di rappresentare la loro idea, di non essere adeguati, di non avere le parole giuste o i progetti giusti per il futuro.
Se parlassero quelle centinaia di studenti e di studentesse che per la prima volta nella loro vita hanno messo piede in un teatro la sera, scoprendo un luogo intergenerazionale aperto al diritto alla cultura di tutte e di tutti, che in cambio di pochi euro ha permesso loro di vedere qualcosa che pensavano non appartenesse anche a loro.
Mi piacerebbe che a parlare fossero gli studenti e le studentesse che hanno trovato nel nostro Istituto una seconda chance, dopo mesi o anni di difficoltà in alcune scuole in cui avevano sperimentato un senso di inadeguatezza. Negli ultimi anni ne abbiamo accolti centinaia e tanti altri ne abbiamo avuti in lista d’attesa a cui non siamo riusciti a dare risposta. Mentre svolgevamo decine di colloqui con loro e le loro famiglie a luglio per spiegare tutti i meccanismi di passaggio, di esami integrativi, contemporaneamente in altre aule c’erano corsi di alfabetizzazione, mentoring individuali per non lasciare che l’estate disperdesse ciò che si stava creando faticosamente nel corso dell’anno.
Penso a tutte quelle persone che da due anni al pomeriggio trovano una luce accesa e rimangono in gruppo a fare i compiti, a frequentare i corsi di potenziamento, a parlare col proprio mentor, a fare teatro con qualche collega che ha dedicato ore e ore ai ragazzi e alle ragazze sole, recitando con loro, cucendo per loro i vestiti di scena, costruendo le scenografie. Per mettere in piedi tutto questo ci sono volute ore e ore di progettazione, rendicontazione, monitoraggio con un lavoro di squadra che ha attraversato tutte le parti che lavorano in una Scuola.
Penso a tutti coloro che si occupano di disabilità e di difficoltà in una scuola con un alto grado di fragilità che la rende un luogo complesso ma che ha fatto crescere tutti e tutte come forse nessun altro ambiente.
Penso a quegli studenti che hanno avuto l’opportunità di fare uno stage in Europa con Erasmus+, per cui la scuola ha fatto da ponte, in silenzio, con il mondo, rimuovendo gli ostacoli, senza mettersi le stellette.
Ce l’abbiamo sempre fatta? No. Abbiamo cercato, in tante e tanti, però, di creare un ambiente umano che restasse sempre nell’equilibrio tra il prendersi cura e dare autonomia. Entrare in classe col sorriso, raccontare la bellezza dello stare insieme e dell’imparare insieme, testimoniare la diversità di chi è felice pur non avendo il portafogli pieno. Nelle nostre aule c’è un bisogno drammatico di questo: all’inizio sembra l’utopia dell’umanista, pian piano diventa testimonianza.
In questa occasione forse nasce uno spazio per riflettere su come comunichiamo il lavoro che si fa per rendere i luoghi aperti, recuperando i fari di pensiero che in questa città ci hanno abituato a rovesciare il ragionamento, cercando sempre con fatica di fare in modo che gli ambienti sfidati dal problema crescessero con la domanda che si erano trovati davanti. Come dice spesso una persona che stimo «pur con tutti i suoi difetti che ancora si trascina da decenni, la scuola è l’ultimo baluardo rimasto a combattere sul fronte».
Fa male, molto male, sapere che l’aula con i materiali per i ragazzi con disabilità è stata distrutta. C’è un principio di responsabilità da affermare: sarà necessario che chi è arrivato a un gesto così estremo dovrà capire fino in fondo che cosa significa fare del male a dei compagni e a delle compagne. Penso che in quei gesti assurdi ci sia un dramma, una mancanza di parole, di cui dovremo occuparci presto.

Lettera al Crescenzi Pacinotti Sirani
Disappunto e dispiacere – Notte della ragione
Gentile Dirigente Scolastica, Dott.ssa Alessandra Marcucci,
desidero esprimerLe la mia più sincera solidarietà per quanto accaduto nella notte del 10 aprile 2025 (Notte della Ragione).
La scuola pubblica rappresenta un bene primario e prezioso per l’intera comunità. Talvolta ci si rende conto del suo valore solo quando viene messo in discussione. Il disappunto e il dispiacere per l’accaduto sono profondi. L’indifferenza nei confronti dei beni pubblici contribuisce a rendere la comunità socialmente più fragile.
La ringrazio sin da ora per quanto farà affinché questo triste episodio diventi occasione di riflessione e crescita emotiva collettiva.
Con i più cordiali saluti,
Gianluigi Grieco
Genitore 1AFM
Lo scoramento che parla attraverso le parole di Cristian Tracà è la triste constatazione che basta uno scatto di ferina violenza per spegnere tanti sforzi di attenzione, ascolto, impegno nella causa comune.
La scuola pubblica che realizzi al meglio i suoi progetti più alti subisce quasi sempre contraccolpi dalla mediocrità.