Bruno Damini, un camaleonte tra cuochi e fiamme

La funambolica lettura del romanzo dell’autore parmigiano, ma bolognese di adozione, “Il primo a prender fuoco fu Totò. La Grande Storia di Monsù Peppino cuoco errante” (Edizioni Minerva) da parte di Barbolini, la cui ultima creatura letteraria “Il rasoio di Beckham” (La Nave di Teseo) lo stesso Damini aveva recensito lo scorso gennaio su “Cantiere Bologna”  (qui). Monsù Peppino, Masotola, nelle sue 100 vite fu anche cuoco personale di Guglielmo Marconi sullo yacht “Elettra”

di Roberto Barbolini, scrittore


Bruno Damini è un camaleonte, e i camaleonti sono creature piuttosto straordinarie. Almeno quelli come lui, capaci di saltare da un mondo all’altro con la stessa velocità con cui i simpatici lucertoloni cambiano colore dal rosso al giallo, dal verde al lavanda allo scarlatto, rimanendo tuttavia profondamente sé stessi.

Quello che voglio dire è che Bruno, si occupi di arti visive o di comunicazione e marketing in ambito teatrale, di giornalismo oppure di cucina (tanto per citare alcuni degli ambiti nei quali ha esercitato nel tempo i suoi talenti mercuriali), mantiene sempre uno stile inconfondibile, che imprime al suo camaleontismo una griffe non meno riconoscibile dei suoi gilet dal taglio impeccabile.

Questo “fregolismo dell’anima” – sapete bene chi era Fregoli: quel bel tipo capace di mutare in pochi istanti le proprie sembianze, trasformandosi nei personaggi più diversi – è tutt’altra cosa dal menefreghismo. Non una forma di superficialità, ma il suo contrario: l’adesione fervida e tentativa alla necessità profonda della ricerca (e d’un sempre rinviato, definitivo ritrovamento). Per questo, sia che si tuffi allegramente nel mondo della favola al grido infantile di «Borìdola!», sia che si occupi di “tarabàcli”, cianfrusaglie in dialetto parmigiano, o di  “fagioli ribelli”, ovvero i reni malati dei bambini, un suo titolo felice al quale s’è associata una meritoria campagna di crowdfunding, t’accorgi che la diaspora di Damini segue in realtà un filo rosso solidissimo, i cui garbugli apparenti sono solo lo smascheramento della realtà distopica in cui purtroppo ci troviamo a vivere.

Rispetto a essa, la scrittura è per Bruno un antidoto portentoso. È lui stesso del resto ad ammettere che l’alternanza scrittura-cucina giova alla salute mentale dell’autore. E che questa pratica salutare dovesse prima o poi approdare al romanzo era semplicemente scritto negli astri. Se è vero, come voleva Valèry, che «il più profondo nell’uomo è la pelle», basta scorrere il titolo campito sulla copertina del libro appena edito da Minerva (192 pagine, € 16,90) per rendersi conto che il romanzo di Damini farà “cuochi e fiamme”. Sì, avete letto bene: non si tratta di un lapsus. “Il primo a prender fuoco fu Totò” è infatti, come recita il sottotitolo, “La Grande Storia di monsù Peppino cuoco errante”. E il rogo finale nel quale il protagonista Giuseppe Masotola, ormai sul punto di morire, brucia tutti i cimeli della sua lunga e avventurosa carriera di chef è in realtà il suo contrario: il punto di partenza da cui lo scrittore, con l’acribia documentale d’uno storico di professione e la memoria appassionata di chi rievoca il passato altrui sotto il segno d’una simbiotica “cuginanza affettiva”, romanza in prima persona la vita spericolata e i miracoli culinari di monsù Peppino, nato a Napoli nel 1889 e «morto prima di morire» (parole sue) «quando ho smesso di cucinare».

Partendo dai pochi reperti salvati dalle fiamme – soprattutto fotografie e lettere private o di raccomandazione, ma anche un Buddha in porcellana policroma dal quale Peppino non riusciva proprio a separarsi – Damini ricostruisce in un intreccio inestricabile fra invenzione e detection storica l’esistenza straordinaria di quest’uomo ordinario, di umili natali ma di magistrale sapienza culinaria, i cui segreti mai volle rivelare (tranne la ricetta della pastiera napoletana come dono di nozze a una nipote) neppure in punto di morte.

Dapprima  semplice “capo gamella” e poi cuoco di bordo sulle navi militari, fra tempeste e battaglie ai tempi della Prima guerra mondiale, quindi a lungo radicato in terra d’Africa quando il fascismo inseguiva il suo vano sogno coloniale, Giuseppe Masotola fu anche capo chef sullo yacht “Elettra” del quasi inappetente Guglielmo Marconi, e via via in prestigiose magioni aristocratiche. Alla fine del secondo conflitto mondiale, arriverà perfino a cucinare per il controspionaggio americano. E qui s’incastra il divertente cameo di quel cantante yankee che furoreggia a Trieste e dintorni, bravissimo a imitare Frank Sinatra come Ella Fitzgerald: si fa chiamare Justin Durand, ma in realtà è l’italianissimo Giustino Durano, futuro sodale di Fo e Parenti.

Ma guai a spoilerare troppo: a invogliare lo stomaco del lettore vorace basterà dire che nel corso della sua avventurosa carriera, tra un sartù e un ragù, monsù Peppino ebbe modo di conoscere proprio tutti gli attori e le duchesse, i generali e gli avventurieri. E a tutti serviva, mai servile, i suoi piatti. Ultimi ma non ultimi, gli ospiti di Villa Olivella, la dimora del conte Caetani Cortez D’Aragona: lì, tra invitati del calibro di George Sanders e dell’allora “scandalosa” coppia Ingrid Bergman-Roberto Rossellini, un bel giorno compare nientepopodimeno che il principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis Di Bisanzio, in arte Totò, con tanto di barboncino nero in braccio.

Sarà proprio la sua foto a prender fuoco per prima. Resta l’enigma di quel rogo, appiccato da monsù Peppino al suo passato. Forse un blando complesso d’Erostrato, che per immortalarsi incendiò il tempio d’Artemide? Sicuramente una richiesta d’attenzione, secondo Damini, «forse un rito di celebrazione sull’altare dei ricordi, un gesto compassionevole verso una vita troppo intensamente vissuta». Lo stesso gesto che Bruno ha compiuto, à rebours, facendo rinascere monsù Peppino e il suo mondo dalle loro stesse ceneri. Sia lode a lui, e buon appetito.

Scusate, volevo dire: buona lettura.


RispondiAnnulla risposta