Penalista tra i migliori, non solo a Bologna, raffinatissimo nei modi e nell’eloquio ma soprattutto molto efficace, se ne è andato a 78 anni. Lo si è saputo solo da qualche breve e qualche necrologio sui giornali, uno dei quali dello Yacht Club di Rimini che ha invocato “buon vento” per l’ultimo viaggio dell’ammirato velista che diventava quando poteva smettere la toga. Condoglianze alla moglie e alla famiglia. Al fratello Marco, pure lui brillante avvocato, l’abbraccio del Cantiere
di Giampiero Moscato, direttore cB
«Guarda via Garibaldi adesso. Ci sono agenti della Polizia locale sul marciapiede. Osserva il comportamento degli automobilisti. Li vedi? Sono perfetti nel rispetto del Codice della strada. Non parcheggiano in divieto di sosta. Non osano fermarsi in seconda fila. Sanno che altrimenti prenderebbero sicuramente una contravvenzione. Ecco. Questo è l’effetto della certezza della pena. Ci fosse, i reati diminuirebbero drasticamente, così come la sosta selvaggia».
Di vigili per la strada oramai se ne vedono sempre meno. Purtroppo anche il grandissimo avv. Armando D’Apote non c’è più. Fu lui, tanti anni fa, a usare quella sintetica ma maledettamente efficace metafora dei problemi della giustizia in Italia. Si era davanti alla Corte d’appello, in piazza dei Tribunali, e si osservava il traffico in direzione di piazza Cavour. Era tanti anni fa. Lui era capace di semplificare i pensieri complessi. Sapeva spiegarli bene.
Questo ricordo di una bella conversazione su temi tanto cari sia a me, cronista di giudiziaria, sia a lui, penalista affermato ed ex assistente della cattedra di Procedura penale, mi è tornato in mente in seguito a una bruttissima notizia. Un’enorme notizia che è passata quasi sotto silenzio, racchiusa in qualche breve sul “Resto del Carlino” e sul “Giorno”.
Proverò qui a dire perché, a mio avviso, D’Apote meriti un ricordo almeno nelle cronache locali. In prima pagina, di diritto (di cui era un maestro). Era un principe del Foro, non solo nei modi e nell’eloquio.
Armando ci ha lasciati l’altro giorno, a 78 anni. Un collega lo ha appreso dai necrologi e me lo ha segnalato. Lo Yacht Club di Rimini ha scritto di stringersi «attorno a tutta la sua famiglia per la perdita del socio e proboviro Avv. Prof. Armando D’Apote, grande avvocato, splendida persona, ottimo velista e grande amico di tutti noi. Buon vento Armando, non ti dimenticheremo mai». «Ci ha lasciati un collega di primissimo livello, un professionista eccelso e soprattutto uomo libero, senza compromessi», commenta il collega Guido Magnisi, anche lui tra coloro che hanno reso prestigioso il Foro di Bologna.
D’Apote era un avvocato di chiara fama e importante. Basti pensare che fu scelto da Mauro Moretti e dal Gruppo Ferrovie dello Stato, oggi Rfi, quale difensore nel processo per il disastro ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009. Sempre quale avvocato di parte civile per Rfi ha chiesto ai fascisti e ai mandanti della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 una richiesta di risarcimento danni per 13 milioni di euro. Solo alcuni esempi di una carriera ricca di momenti importanti.
Avrei un altro aneddoto, riguarda un dialogo a tre che ebbi con Armando e con l’allora procuratore aggiunto Luigi Persico su un processo in cui i due erano controparte e su un piccolo, involontario svarione che ebbi nella scelta di un termine utilizzato nel dispaccio Ansa. Non lo racconto per una scelta di rispetto del riserbo che su certe questioni anche il giornalismo deve mantenere. Ricordo la classe e l’eleganza con cui Persico mi redarguì e D’Apote mi perdonò la gaffe che feci. Una parola inadatta che rendeva efficace anche la mia valutazione di un atto giudiziario. Ma che assumeva (a mia insaputa) un aspetto comico e irriverente. Ringrazio due personaggi enormi, nel Gotha di quelli che resero i miei vent’anni di cronaca giudiziaria un’esperienza professionale meravigliosa.
Quel dialogo davanti a palazzo Baciocchi con Armando D’Apote mi fa giungere a un’altra considerazione amara. La certezza della pena di cui si parlava sembra valere, in Italia, solo per i poveri sfigati. Per i potenti piuttosto si assiste al disdicevole processo politico per cui viene sempre più favorita la certezza dell’impunità. Ed è la morte del diritto e del principio che «la legge è uguale per tutti», come lo vediamo troneggiare nelle nostre aule di giustizia. Perché la frase solenne funzioni dovrebbe esserci la certezza della pena. Ma soprattutto la pena dovrebbe essere giusta, equa, rieducativa.
Basterebbe qualche norma ben fatta e qualche vigile in più, come quelli che osservava quel grande professionista in un bel giorno di vita di tanti anni fa.
Buon vento, Armando. Ma non dismettere mai la toga, nemmeno lassù.

Un ricordo rispettoso e affettuoso ricordando le tante volte che, lealmente, ci siamo confrontati.
Valter Giovannini (ex Procuratore Aggiunto)
Grazie Giampiero per questo bel necrologio, espressione della tua stima per Armando, che ho ammirato anch’io.
Da tempo l’avevo perso di vista, ma proprio in questi ultimi giorni avevo pensato a lui e a come mi avrebbe fatto piacere rivedere lui e la moglie.
L’avevo conosciuto per avergli chiesto, ormai tanti anni fa, verso la fine degli anni ‘80, la sua assistenza per l’impresa nella quale lavoravo. Me l’aveva segnalato l’avv. Mario Ghezzi, prematuramente scomparso, come il
migliore penalista per quel
tipo di problema.
Eravamo poi diventati amici; di lui serbo tanti ricordi, specie dei suoi racconti sulla pesca subacquea, una sua epica attività.
Rammento infine come gli piacesse dire che preferiva difendere i colpevoli, essendo troppo difficile difendere gli innocenti.
Alla fine degli anni 90 ero in un momento di gravi difficolta’ e siccome lo conoscevo gli chiesi aiuto: me lo diede e poiché non potevo pagarlo lo fece gratuitamente; non credo l’abbia mai detto ad alcuno. Continuò a venirmi a trovare ogni volta che avevo bisogno di lui e a darmi dei consigli preziosi e lo fece sempre senza chiedermi nulla. Oltre ad essere stato un principe del foro è stato un principe del cuore e senza mai vantarsene anche perché sarebbe stato poco elegante avrebbe sentenziato con il suo straordinario acume. ADDIO MIO CARO AMICO. Nicola Atzeni