La proposta di Camerini – i programmi del Comunale nello storico edificio di piazza della Costituzione e viceversa, gli spettacoli qui già previsti spostati al Comunale Nouveau – sottolinea il diritto che è giusto sia riconosciuto al massimo teatro cittadino di occupare gli spazi migliori che la città può offrire
di Piero Orlandi, architetto
Silvia Camerini, con la sua “modesta proposta per il Comunale Nouveau” pubblicata su Cantiere Bologna del 28 aprile scorso (qui), ha immaginato di trasferire alla Sala Europa del Palazzo dei Congressi, ritenuta più consona all’uso, gli spettacoli ora programmati nella sede provvisoria del Teatro Comunale.
Lo spostamento del teatro lirico bolognese nel quartiere fieristico, dall’inizio del 2023, a causa dei restauri della sede storica, è l’ultima delle migrazioni di funzioni che sono avvenute negli anni tra la città storica e quella che era nata negli anni Settanta per essere la Bologna Nord. Fortunatamente il percorso è inverso rispetto a quello compiuto dalla Galleria d’Arte Moderna, quando nel 2007 le attività dell’edificio progettato da Leone Pancaldi furono trasferite nel MAMbo di via don Minzoni (qui).
Da questo punto di vista, sia il Comunale Nouveau che l’idea di trasferirne la programmazione alla Sala Europa sono altrettanto capaci di mantenere, in modo più o meno permanente, i valori urbani nel quartiere fieristico. Ma le carenze della sede provvisoria del teatro contrapposte alle virtù della Sala Europa fanno pendere la bilancia verso quest’ultima.
Premetto che non so perché sia stato deciso il nome Comunale Nouveau. Sottolineare la novità di una sistemazione provvisoria è forse un eccesso. Meglio è certamente riservare il termine al nuovo distretto culturale che uscirà dai restauri in corso e che così è descritto nella pubblicazione che accompagna il programma della stagione 2025. Credo vada espresso un caloroso apprezzamento per gli sforzi organizzativi messi in campo dalla soprintendenza Macciardi che ha gestito il difficile trasloco. E non sono in grado di giudicare la fattibilità dell’operazione proposta da Camerini; ignoro i dettagli degli impegni contrattuali che legano il Comune ai gestori della Sala Europa. Ciò che mi preme è però ricordare come è nato e cosa voleva essere il Palazzo dei Congressi, per rilanciare con forza l’idea di aumentare il peso delle sue funzioni culturali e urbane.
L’edificio fu realizzato nel 1975 su disegno di Melchiorre Bega, architetto di Crevalcore che emigrò a Milano dopo le polemiche che si levarono contro il suo palazzo per uffici in piazza Ravegnana del 1954; è il suo ultimo progetto per Bologna, un anno prima della sua scomparsa. Mi piace paragonarlo al Barbican Centre londinese, il più grande centro teatrale d’Europa, costruito nel 1976 su progetto di Chamberlin, Powell & Bon, su un’area bombardata di ben quattordici ettari.
Non sembri esagerato il riferimento a dimensioni architettoniche e urbanistiche così diverse, perché nella Bologna degli anni Settanta si pensava in grande e si guardava lontano. Certo, il Barbican è parzialmente un’altra cosa: per esempio comprende oltre duemila appartamenti, concentrati in tre torri di quaranta piani; ma residenza a parte, vi sono (e qui si giustifica l’accostamento che faccio al Palazzo dei Congressi bolognese) un centro per le arti, una biblioteca, una sala concerti, un teatro, un cinema, una galleria d’arte, ristoranti, due scuole e una chiesa, oltre a giardini e cortili e parcheggi ai piani inferiori.
Un’opera di architettura brutalista, di cemento, vetro e ferro; percorrendone gli interni si respira un’aria di utopia realizzata che non può non ricordare il progetto del Fun Palace di Cedric Price, che il visionario architetto inglese disegnò negli anni Sessanta, basandosi sulle intuizioni della regista londinese Joan Littlewood: una università della strada, scriveva Littlewood, «un luogo dove si pregusteranno i piaceri del futuro», ecco fin dove poteva arrivare in quegli anni il gusto per l’utopia, anzi la fiducia che essa potesse vincere le resistenze della realtà! Era concepito come un “laboratorio di divertimento”, un luogo in cui le persone potevano partecipare a varie attività, dalle arti e mestieri alle proiezioni di film e agli incontri di comunità, e dove lo spazio stesso sarebbe stato in continuo cambiamento e adattamento alle esigenze degli utenti.
Il Fun Palace non vide mai la luce. Ma il Barbican è un po’ questo. Forse anche il Teatro Comunale, quando ci sarà restituito, sarà qualcosa di simile, ce lo auguriamo. Certamente è già qualcosa di simile il Palazzo della Cultura e dei Congressi, fin dal nome. L’edificio fa parte di un insieme di poli, a diversa destinazione funzionale, che costituivano nell’idea iniziale il completamento delle attività da svolgersi nel complesso direzionale del Fiera District. Funge da collegamento tra il corpo d’ingresso alla fiera, progettato da Enzo Zacchiroli, e la Galleria d’arte moderna di Pancaldi.
In queste connessioni trovo somiglianze tra le utopie londinesi e quelle bolognesi coeve, anzi perfino precedenti. Nel grande sogno urbano che era la Bologna a Nord – nuovo centro direzionale, amministrativo, culturale, fieristico e città-giardino del futuro, per una società rinnovata – si trovava la stessa forza, la stessa utopia, lo stesso coraggio, la stessa felicità del Barbican. La proposta di Camerini – i programmi del Comunale al Palazzo dei Congressi, e viceversa gli spettacoli qui già previsti spostati al Comunale Nouveau – è un pensiero felice, perché ci porta di nuovo il soffio felice di quelle utopie, e sottolinea il diritto che è giusto sia riconosciuto al massimo teatro cittadino di occupare gli spazi migliori che la città può offrire.
Photo credits: Biblioteca Salaborsa
