La sconfitta referendaria, riverberatasi anche nel dibattito congressuale del Pd provinciale, ha mostrato che la “necessaria postura” identitaria del centrosinistra consente di prendere la rincorsa, di avere rinnovate energie, ma non è sufficiente a costruire una narrazione vincente. Serve una diversa visione del mondo da costruire con metodo e azione quotidiana
di Fabrizio Sarti, già sindaco di Bentivoglio tra il 1990 e il 2004
Il congresso rimane una istanza di forte e piena democrazia reale anche se non sempre si assiste a un dialogo vero. Più facile riscontrare una sorta di difesa di ufficio del proprio modo di pensare.
Pur nelle caratteristiche locali del congresso è stato impossibile sottrarsi alla discussione sugli esiti referendari. Partecipando mi è venuta in mente una esortazione di Vincenzo Visco di qualche anno fa: «La sinistra deve ora recuperare identità e valori smarriti e riacquistare la propria autonomia culturale e politica». Io penso che il punto sia proprio questo della “propria autonomia culturale”, per cambiare la narrativa prevalente presso gli elettori che oggi premiano il Centrodestra. Ritengo questa piena autonomia culturale e politica nel caso della campagna referendaria non ci sia stata, peraltro già di per sé incapace di produrre una visione unificante del mondo del lavoro.
Provo a spiegarlo con le parole dell’Istituto Cattaneo: «Sulla base dei dati storici e di sondaggio, era facile desumere che sarebbe stato impossibile raggiungere il quorum per la validità del referendum. Il suo svolgimento è stato quindi interpretato dalle forze politiche sostenitrici del Sì come un grande sondaggio sulla loro capacità di mobilitare il proprio elettorato di riferimento, insieme a una parte dell’elettorato di centrodestra e di astensionisti cronici, per “mettere in minoranza” il governo». Il risultato prodotto, oltre a sancire la sconfitta delle proposte referendarie e compreso un ulteriore svilimento dell’istituto referendario, con le conseguenze politiche che ne sarebbero derivate per esempio sul tema delle politiche migratorie, «ha visto piccoli incrementi rispetto al proprio bacino elettorale storico, registrati sulla posizione referendaria da loro sostenuta riguardo al lavoro da Pd, Avs e M5S, contraddetti dalle grandi perdite subite sulla cittadinanza»
Nella sostanza abbiamo verificato che il campo stretto, almeno sui temi del lavoro così posti, è unito (un po’ meno sui temi della cittadinanza), è attrattivo almeno un po’ verso l’astensione, ma non vince se non diventa campo largo, come testimoniano le recenti vittorie in alcuni Comuni come Genova, Ravenna, Taranto. Ma questo ci era già noto fin dalle elezioni politiche del 2022.
In ogni caso rimangono i problemi da affrontare, con la convinzione che la “necessaria postura” identitaria può consentirci di prendere la rincorsa, di avere rinnovate energie, ma non è sufficiente a costruire una narrazione vincente.
Per stare ai temi del lavoro, le criticità del mercato del lavoro italiano sono note: i bassi livelli di occupazione (soprattutto femminile), i bassi salari, l’elevata disoccupazione di lungo periodo, un numero ancora impressionante di Neet (giovani che non studiano e non lavorano), il crescente divario fra le competenze richieste dalle imprese e quelle possedute da chi cerca lavoro, la precarietà che, in termini quantitativi, non è dissimile dagli altri Paesi ma da noi è fatta da contratti “ a-tipici”: part-time troppo flessibili, intermittenti senza regole d’orario, tirocini ripetuti, partite Iva pretestuose. Da un lato ha maggiori effetti negativi sulle opportunità di vita dei giovani per la carenza di adeguate protezioni sociali e di efficaci sostegni al re-inserimento, dall’altro caratterizza interi settori come il commercio, il turismo, la logistica, ad alta intensità di lavoro ma molto frammentati.
Tutto ciò nel contesto di una radicale trasformazione tecnologica guidata dall’intreccio della digitalizzazione, l’automazione e l’intelligenza artificiale che sta investendo tutti i campi dell’economia: la produzione, il consumo, i trasporti, le comunicazioni. La radicalità dei cambiamenti in atto e i primi effetti riscontrabili sulla quantità e qualità del lavoro sono preoccupanti. Senza contare che negli ultimi 13 anni, dal 2011 al 2023, più di 550mila giovani italiani hanno lasciato l’Italia per emigrare all’estero e di questi oltre il 37% erano laureati.
Se così è, non era meglio misurarsi con la realizzazione di un nuovo patto per il lavoro del futuro? proposte concrete sulle grandi sfide che riguardano l’occupazione. Sfide che sono al centro dell’agenda progressista europea, come sottolineato dai rapporti Letta e Draghi: senza un netto recupero di competitività l’economia europea è destinata a un significativo arretramento.
Alle semplificazioni conservatrici e a volte autoritarie della destra italiana bisogna rispondere non con semplificazioni di segno contrario. Serve una diversa visione del mondo da costruire con metodo e azione quotidiana a partire dalla ricerca del consenso di strutture sociali stratificate, frammentate e le loro rappresentanze politiche, imparando a confrontarsi, utilizzando al meglio le conoscenze e i risultati della ricerca scientifica e sociale.
Photo credits: Massimo Percossi/Epa-Ansa.it

Fatico a capire cosa si intenda per “necessaria postura identitaria”, più facilmente penso a ideali, cultura e processi democratici per giungere a una linea politica.
Forse è un linguaggio criptico all’interno del PD.
Comunque se si parla di lavoro e di salari senza parlare dell’aumento dei profitti e delle rendite, oltre che del ruolo dello Stato per cambiare questa realtà si reste in una logica subalterna e perdente.
Per quanto riguarda l’errore del referendum, come tanti pensavo che il quorum non fosse raggiunto, ma mi sorprende che non si valuti che se ci fosse stato il quorum del 50%+1 De Pascale non sarebbe stato eletto: se non il PD non ne fa un punto centrale della sua iniziativa politica per riportare i cittadini la “postura” resta perdente.
Saluto il mio ex collega Fabrizio Sarti, ex collega di tanti tanti anni fa.
Uno dei pochissimi che rispettavo…visto il deserto culturale, la spartizione dei posti di responsabailità tra i diversi partiti, e l’arrivismo sfrenato ed infame in cui eravamo immersi.
Nel merito: io credo alla necessità di nuove radicalità.
Abbiamo bisogno di nuove radicalità e non di real politik, che abbonda da tutte le parti.
Per questo aderisco solo ad una Associazione: la “Luca Coscioni”, che si batte per il diritto alla autodeterminazione nel fine vita. E che si espone anche infrangendo la legge e assumendosi responsabilità personali da parte dei suoi esponenti.