La decisione del Tribunale di Bologna sulle scuole medie Rolandino responsabilizza in modo eccessivo il personale scolastico. A vederla da fuori, l’ambizione di taluni è che la scuola di si trasformi in un apparato burocratico e giuridico che soffoca la relazione educativa, che toglie respiro all’esperienza scolastica e impedisce la crescita. Ma davvero vogliamo costruire un mondo in cui l’autonomia delle persone più giovani è sostituita da un cordone sanitario fatto di prescrizioni, sorveglianza e carte bollate?
di Andrea Femia, digital strategist cB
La recente sentenza del Tribunale di Bologna sulle scuole medie Rolandino, su cui si è ottimamente espresso nei giorni scorsi Cristian Tracà (qui), è un capolavoro di mummificazione della condizione infantile dei figli. Secondo i giudici, la responsabilità non ricadrebbe sul ragazzo e sulla sua scelta consapevole, ma sulla scuola e sull’insegnante che avrebbe dovuto affidarlo a qualcuno, come se le scuole pullulassero di professionisti a cui consegnare la supervisione di singoli individui, ed evitare che la semplice partecipazione alla lezione all’aperto accrescesse la sua voglia di unirsi al gioco.
La decisione colpisce non solo per la severità verso l’istituzione scolastica, ma anche per il messaggio culturale che trasmette: l’idea che persone adolescenti, non dei bambini dell’asilo nido, non possano essere ritenute minimamente responsabili delle proprie azioni, mentre gli adulti che li circondano debbano farsi garanti di ogni singolo gesto, in ogni singolo istante. È un paradigma educativo che rischia di tradursi in una pedagogia del controllo totale, che deresponsabilizza i minori e scarica ogni colpa sugli insegnanti.
È paradossale: da un lato la società chiede che la scuola accompagni i ragazzi verso l’autonomia, che li formi come cittadini e cittadine consapevoli, in grado di prendere decisioni e di affrontarne le conseguenze. Dall’altro lato, però, ogni errore, ogni caduta, ogni disobbedienza diventa colpa dell’adulto che non ha sorvegliato abbastanza. Così, il processo educativo viene annullato: i ragazzi restano in una condizione di bambinismo permanente, mentre i docenti si trasformano in sorveglianti, schiacciati da un carico di responsabilità che va ben oltre il loro ruolo.
Il rischio è evidente. Se ogni atto di disobbedienza viene tradotto in una colpa dell’insegnante, la scuola sarà portata a blindarsi dietro regole sempre più restrittive, controlli sempre più capillari, tecnologie invasive come app di tracciamento, registri elettronici e sistemi di segnalazione continua alle famiglie. Strumenti che da 37enne mi fanno inorridire, pensando a quanto sia stata libera e felice – mi sembra controintuitivo dirlo da fu adolescente bocciato, plurime volte rimandato, depresso, incazzato col mondo – la mia esperienza di studente solo venti anni fa.
A vederla da fuori, l’ambizione di taluni è che la scuola si trasformi in un apparato burocratico e giuridico che soffoca la relazione educativa, che toglie respiro all’esperienza scolastica e impedisce la crescita dei ragazzi.
Ma davvero vogliamo costruire un mondo in cui l’autonomia dei giovani è sostituita da un cordone sanitario fatto di prescrizioni, sorveglianza e carte bollate? È giusto chiedere agli insegnanti, già sovraccarichi di responsabilità didattiche, educative e organizzative, di farsi anche garanti totali della condotta di 20 o 30 adolescenti, senza alcuna possibilità di errore?
Il caso di Bologna mette a nudo una contraddizione profonda. Se l’obiettivo è formare cittadini maturi e consapevoli, è bene che si impari ad assumersi il peso delle scelte. Ragionevolmente disobbedire a una persona adulta, per giunta la tua insegnante, nove volte su dieci non comporta nulla. Se ti dice sfiga e una volta su dieci ti va male, non può essere l’adulto a pagare. Ogni atto di disobbedienza ha una conseguenza: è proprio attraverso quell’esperienza che si impara. Trasformare l’errore in un processo giudiziario significa negare la funzione educativa della scuola e disegnare un sistema che tutela l’apparenza di sicurezza, senza costruire alcuna responsabilità reale.
C’è bisogno di ricostruire un dialogo tra famiglie, scuola e ragazzi. Un dialogo che non passi per i tribunali, ma per la consapevolezza condivisa che crescere significa anche rischiare, cadere, rialzarsi e comprendere i propri limiti. Non possiamo chiedere al corpo docente di essere angeli custodi onnipresenti: possiamo invece chiedere alla scuola di essere un luogo di crescita, dove l’errore diventa occasione di apprendimento.
La sentenza di Bologna rischia di andare nella direzione opposta: legare il concetto di figlio a quello di un eterno infante. Un concetto che rischia di essere opprimente e asfissiante per i figli stessi, più che per i genitori, che si stanno trasformando in qualcosa di difficile da descrivere senza incappare in querele che vorrei evitare ai miei compagni di avventura nel giornale.
Tanto per tutelarci ulteriormente: nessuno dice che la sentenza sia giuridicamente sbagliata, per carità di Dio, NON SIA MAI. Anche perché poi i tribunali cristallizzano non solo ciò che è giusto secondo la legge, ma soprattutto secondo la società.
Però si conceda di dire che tutto questo è veramente deprimente. Degno di una società abbastanza depravata.

Il caso della scuola Rolandino di Bologna, dove un ragazzo già convalescente da una frattura si è procurato un nuovo infortunio, non dovrebbe diventare solo una questione di responsabilità legale da scaricare interamente sull’istituzione scolastica. La sentenza che condanna la scuola per non aver affidato il minore a un altro adulto sembra rafforzare l’idea che l’insegnante debba trasformarsi in un custode permanente, dimenticando che il suo ruolo principale resta quello di educatore. Forse sarebbe più corretto chiedersi se la famiglia non abbia il dovere di informare chiaramente il figlio sui limiti imposti dalla sua condizione fisica, e di assumersi in parte la responsabilità del suo rientro in classe. Una dichiarazione esplicita dei genitori, che autorizzi la ripresa delle lezioni e riconosca i rischi inevitabili, potrebbe costituire un equilibrio più giusto. Così si eviterebbe di scaricare sugli insegnanti l’impossibile compito di prevedere ogni circostanza, in ogni momento. Il patto educativo tra scuola e famiglia funziona solo se entrambe le parti collaborano, trasmettendo al minore il senso della responsabilità personale. Altrimenti rischiamo una scuola imbottita di regole e carte bollate, sicura solo in apparenza, ma incapace di accompagnare davvero i ragazzi nella crescita.