«Abitiamo una Regione con grandi eccellenze e meriti, anche amministrativi, ma oggettivamente bulimica nel generare apparati normativi e procedurali sovrabbondanti, con scarsissima considerazione delle ricadute operative. L’hic sunt leones inizia immediatamente oltre la soglia dell’Istituzione. Procedure e protocolli, perché non siano assunti astratti, dovrebbero essere giudicati a partire dagli effetti. La domanda corretta è: hanno prodotto una Bologna più accogliente e vivibile? Temo di no»
di Pierluigi Molteni, architetto
In queste ultime settimane, anche a seguito delle vicende milanesi, si è acceso un forte dibattito cittadino a partire dalle trasformazioni urbane in atto. All’interno di una comunità matura e consapevole questo avrebbe potuto (e dovuto) innescare una riflessione approfondita e di prospettiva per riformulare obiettivi e processi: chi amministra “passa”, mentre le “regole del gioco” durano, oltre il tempo dei singoli mandati politici.
Sfortunatamente non siamo una comunità matura e consapevole e quindi l’unica forma che rimane alle diverse entità che si fronteggiano, depositarie del verbo e dell’interpretazione autentica di bisogni, istanze e necessità, è la denuncia, l’esposto, lo scontro, purtroppo anche fisico.
Forse l’unica via di uscita da questa impasse sempre più grottesca è analizzare lucidamente le vere criticità e, dismettendo le ipocrisie, porvi laicamente rimedio.
Partiamo dalle procedure e dalle norme. Abitiamo una Regione con grandi eccellenze e meriti, anche amministrativi, ma oggettivamente bulimica nel generare apparati normativi e procedurali sovrabbondanti, con scarsissima considerazione delle ricadute operative. Tutta questa sovraproduzione si basa su un assunto fondamentale: l’hic sunt leones inizia immediatamente oltre la soglia dell’Istituzione. Procedure e protocolli, perché non siano assunti astratti, dovrebbero essere giudicati a partire dagli effetti, quindi la domanda corretta da porsi è: gli apparati normativi hanno prodotto una città più bella, accogliente, vivibile? Temo di no. E qui abbiamo il primo grande problema: se le norme non si basano su una profonda capacità di interpretare i contesti nella loro realtà fisica, economica e culturale, se non coinvolgono nella loro ideazione e nella verifica del loro funzionamento coloro che sono chiamati ad applicarle, se non si è disponibili a un loro costante monitoraggio e implementazione, quelle norme e quei processi diventano semplici routine burocratiche: sono spazi da “crocettare” senza che diventino patrimonio tecnico e culturale di una comunità professionale prima e di una comunità civica poi.
Questo distacco e contrapposizione tra chi “norma” e chi “applica” produce in quest’ultima parte un comprensibile istinto di conservazione. Partiamo da un ritardo culturale incolmabile nei riguardi del progetto, della sua necessità e centralità, tanto da fare dei progettisti l’anello debole di tutta la catena di creazione del valore urbano (valore non solo economico ma di qualità e senso).
Se poi i progettisti sono obbligati a trasformarsi in legulei per interpretare leggi complicate e contraddittorie e applicare procedure farraginose e astruse, il tempo che questi possono dedicare al loro vero mestiere si riduce drasticamente. E se i progettisti hanno meno tempo da dedicare ai progetti (e ai cantieri), possiamo veramente aspettarci che le città migliorino?
Potere politico ed economico sono un altro binomio critico su cui dovremmo smettere di raccontarci favole. Leggiamo i fatti: in tempi di vacche estremamente magre per i bilanci pubblici, ogni progettualità diventa emergenziale e questo stato delle cose viene ormai incredibilmente accettato come ineluttabile. Vi sembra logico che per realizzare infrastrutture indispensabili si debba vincere una lotteria (del Pnrr nel caso del tram)? Vi sembra normale che i “soldi della lotteria” debbano essere messi a terra in tempi più che dimezzati rispetto a quelli normalmente necessari a strutture tecniche pubbliche ridotte all’osso? Esiste un altro luogo al mondo dove per partecipare a un bando di finanziamento pubblico per la realizzazione di un’opera pubblica bisogna prima produrre un progetto di fattibilità che però l’Amministrazione non può permettersi fino a che non ottiene quel finanziamento?
In queste condizioni di oggettivo disagio concettuale, che esistano correlazioni tra potere politico e potere economico è ovvio e indispensabile perché delle due l’una: o si forniscono risorse al pubblico per realizzare in autonomia quello che serve a una comunità, oppure il pubblico deve trovare accordi con il privato, nella maniera si spera più sensata e utile, perché contribuisca a realizzare quello che serve alla comunità.
L’ultimo vertice di questo poligono sghembo e imperfetto sono le comunità di cittadini su cui ricadono gli effetti di queste trasformazioni. Assistiamo da alcuni anni alla crisi delle democrazie mature, dove sempre meno persone vanno a votare. Mentre si denuncia questo deficit di rappresentatività, assistiamo allo stesso tempo inerti e un po’ rassegnati al paradosso di piccoli gruppi di cittadini che portano avanti singole rivendicazioni. Rivendicazioni spesso senza una visione complessiva (e le città non sono degli hic et nunc dati una volta per tutte ma organismi complessi che evolvono nel tempo e hanno bisogno del contributo di tanti) e senza mai un’assunzione di responsabilità (chi paga politicamente, civilmente e penalmente le proprie scelte sono sempre altri).
Ora, la partecipazione è un valore sacro per le comunità che funzionano: il destino naturalistico dei Prati di Caprara è l’esempio più virtuoso e significativo della necessità e utilità dei comitati. Il problema sorge quando da strumento di dialogo la partecipazione diventa pura occasione di scontro; quando la competenza, la buona fede, la rappresentatività degli unici interessi buoni e utili si ritiene essere sempre da un’unica parte. Quando c’è lo scontro, la partecipazione è tutt’altro che includente.
E se si hanno dubbi, spesso legittimi, sulla partecipazione troppo “guidata” da parte delle Istituzioni, bisogna anche uscire dalla retorica della partecipazione “in purezza”: chiunque ne sappia qualcosa, sa che non esiste in natura. Questa è la situazione che mi sembra stia oggi caratterizzando una città decisamente, ma anche faticosamente, in trasformazione, che sta correndo sicuramente al di là dei propri limiti di velocità e dove, anche e soprattutto per questo, sarebbe molto importante ricominciare a confrontarsi per sedimentare processi, conoscenze e approcci, perché diventino patrimonio comune per il dopo.

Condivido ma le raccomandazioni finali, pur essendo condivisibili, sfiorano anch’esse l’utopia.
Avevo provato a proporre quello che a me sembrava un passo concreto nella direzione auspicata dall’autore dell’articolo.
Pur sapendo in cuor mio che non sarebbe stato accettato e che era una provocazione proposi:
“Commissionate, gentili assessori di nuova nomina, un lavoro di external audit, in economia, con il compito di monitorare lo stato do attuazione di norme, progetti ecc e relativi outcome, affidandolo a soggetti con esperienze sul campo ma soprattutto al di fuori dell’amministrazione, e dei soliti noti, con la supervisione della sola metodologia da parte dell’Università.
Risposta, in sintesi: “ma chi è questo? Ma.che vuole questo?”.
La mancanza di una vera politica fa crescere in maniera esponenziale la BUROCRAZIA e noi in regione e in italia siamo in mano ai BUROCRATI da molti anni quindi ipotizzo una grossa difficoltà nel cambiamento