Anche in Emilia-Romagna il tempo è finito e il settembre bollente cominciato

Recenti avvenimenti e confronti hanno aperto un mese potenzialmente incandescente. Bisogna agire subito ma serve un piano integrato, già fattibile – ecco una proposta strutturata

di Maurizio Morini, imprenditore e innovation manager


La scorsa settimana Bologna ha offerto uno spaccato significativo delle tensioni che attraversano l’Emilia-Romagna e, più in generale, il Paese. La Festa dell’Unità, il “Farete” di Confindustria Emilia Centro, l’intervista a Vincenzo Colla sul Corriere Bologna del 7 settembre e la crisi aperta in Yoox con oltre 200 licenziamenti: episodi diversi ma legati da un filo rosso comune.

Tutti segnalano che il tempo per le soluzioni di superficie rispetto alle grandi tematiche economico-sociali è finito anche nel nostro territorio.

Una società sotto pressione

I sindacati mettono in luce le nuove povertà: con inflazione crescente, servizi più cari e tariffe che lievitano, uno stipendio di 1.500 euro non basta più – ciò che pochi anni fa era considerato decoroso oggi è insufficiente.

Nel frattempo i dati raccontano un quadro drammatico: la Cassa Integrazione è cresciuta del 71% nel 2024 e del 15% nei primi mesi del 2025, con un balzo del +96,6% rispetto al 2023.

La robotica viene annunciata da anni come il sostituto inevitabile dei lavori manuali, ma non ha portato finora né sicurezza né nuove prospettive solide. L’e-commerce non è più la soluzione miracolosa che si pensava. Le nicchie di mercato e le relative eccellenze produttive possono sostenere singole realtà imprenditoriali, ma non offrono risposte sistemiche.

Le filiere locali mostrano fragilità strutturali: 400 imprese dell’Emilia Centro hanno alla guida imprenditori over 75 e occupano oltre 23mila persone, con enormi rischi di volatilità occupazionale. Colla nella citata intervista pare minimizzare il problema, mentre le associazioni di rappresentanza mostrano immobilismo preoccupante. E invece come conseguenza di questo eventuale collasso possono andare in crisi numerose filiere soprattutto nella meccanica (ne scrivo su questa testata da gennaio scorso).

Nel frattempo, 30mila aziende agricole in Emilia-Romagna (quindi almeno il doppio dei lavoratori coinvolti in proprio o per conto) rischiano la chiusura (dati Agri2000net), mentre la questione casa rimane un ostacolo insormontabile per attrarre talenti. E il tema della sicurezza sul lavoro continua a riemergere come una ferita aperta, inaccettabile in un Paese che si proclama già avviato verso l’Industria 6.0.

Sullo sfondo, l’angoscia demografica: l’Ocse stima che nel 2060 l’Italia avrà il 34% di lavoratori in meno, se non si interverrà su immigrazione e natalità.

Il nodo centrale

Eppure, mentre tutto questo accade, si continua a parlare di competenze come se fossero disincarnate. In realtà è sulle persone e sulle conoscenze che si deve costruire una strategia. È tempo di spostare il focus: dalle parole ai progetti, dalle dichiarazioni alle azioni.

Lo sviluppo è davvero finito, come ha scritto Pier Giorgio Ardeni nel suo ultimo libro? Anche se bisogna essere consapevoli che la capacità di carico del Pianeta non può più sopportare incessanti tassi di crescita economica, noi non vogliamo crederci. Serve però una visione globale nuova, che metta al centro l’umanesimo economico, percorsi di aggregazione e strumenti di sviluppo esponenziale.

Cosa fare

L’Emilia-Romagna può guidare un Piano Strategico Territoriale di Innovazione Sociale, con alcuni passaggi concreti:

  • Aggregare offerte e soggetti per creare entità più solide, incentivando il passaggio a società di capitali.
  • Favorire integrazioni orizzontali, più efficaci sul mercato delle filiere frammentate.
  • Attivare una politica fiscale selettiva, premiando chi si integra in coerenza con la visione comune.
  • Facilitare l’accesso al credito per imprese e network.
  • Promuovere tavoli di concertazione per accompagnare la transizione lavorativa.
  • Definire un piano di passaggio generazionale nelle imprese di filiera.
  • Penalizzare l’abuso di lavoro somministrato e incentivare assunzioni stabili.
  • Orientare i percorsi scolastici verso le Stem, con attenzione specifica alle donne, e una visione Steam (che integra le arti) per sviluppare le conoscenze utili a nuovi percorsi imprenditoriali (in tal senso i vari incubatori di startup e competence center presenti sul territorio devono urgentemente integrare le loro attività).
  • Rafforzare la formazione accelerata per occupati e inoccupati, accompagnata da supporto psicologico al cambiamento.
  • Sviluppare un piano casa per i lavoratori, sostenendo le imprese che investono in immobili per i collaboratori.
  • Attivare un welfare dedicato alle donne e alle mamme, per agevolare la partecipazione al lavoro.
  • Sviluppare un processo favorevole alla rinatalizzazione, con rafforzamento di servizi e agevolazioni.
  • Valorizzare il modello cooperativo, integrandolo maggiormente nei sistemi territoriali, a partire dai giovani e dalle nuove attività e intraprese.
Conclusione

Tutto questo deve avvenire dentro una cornice chiara: il Green Deal. L’energia resta un nodo critico, ma – come dimostra l’esempio virtuoso di Interface e di tante altre aziende in tutto il mondo – lavorare insieme rende tutto più semplice e, con buona pace di chi vuol mantenere la propria rendita di redditività, in ogni ambito si può fare il bene del pianeta e delle persone senza costi aggiuntivi, anzi con maggiori guadagni.

Non ci sono scorciatoie: o si esce insieme, o non si esce. Diamo forza al Sistema Bologna e al Sistema Emilia-Romagna.


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