Il mio amico Stefano Benni e la Pluriversità dell’Immaginazione

«La fondammo nel 1996. Non si riuscivano a contenere le richieste di iscrizioni. Vennero invitati scrittori, filosofi, psicoanalisti, attori e autori di teatro, giudici, insegnanti, operatori sociali a parlare di scienza, di educazione, di sofferenza, di libertà, di giustizia. Ricordo che quando Rossana Rossanda venne alla Sala Sirenella aveva le lacrime agli occhi: era stata l’unica sede legata al Pci in cui nel 1969 aveva potuto dire le ragioni della fuoriuscita del gruppo del Manifesto dal partitone»

di Alessandro Castellari, scrittore


Era il 1994. Leggevo nella sede della “Italo Calvino” le Città invisibili a un pubblico appassionato. Mi avvicinò la signora Antonietta, mi disse che era la zia di Stefano Benni e che ci teneva moltissimo che lo conoscessi perché avremmo potuto fare tante belle cose insieme.

Lo incontrai, sentimmo una reciproca sintonia e la prima proposta che mi fece fu quella di una serie di incontri sull’immaginazione. Così nacque il primo seminario fra il febbraio e il marzo del ’96 nel teatrino del circolo Atc di via San Felice a Bologna. No, in quel discorso sull’immaginazione non c’erano solo narrativa, teatro, arte, musica, perché l’immaginazione è una dote di tutti quando non viene sottomessa e svilita dall’estremismo logico aziendale o dagli effetti speciali della pubblicità. Pensate ai bambini con il loro magico imperfetto («Io ero la fatina, tu eri il mostro»), pensate alle immagini di viaggi, di avventure, di amori che ci nascono guardando il mare. Ecco, il quel 1996 Stefano ci parlò soprattutto della nostra facoltà immaginativa.

Subito a entrambi venne in mente di fondare la Pluriversità dell’Immaginazione che Stefano volle dedicare a Grazia Cherchi, quella grande intellettuale che lavorava in Feltrinelli e che gli aveva dato le indicazioni per diventare uno scrittore. Mi raccontava commosso che, quando lei prese in mano le bozze del suo primo libro, gli disse: «Mi piace molto, ma adesso lo riscrivi tutto».

La Pluriversità mosse la cultura bolognese nei dieci anni successivi. Non si riuscivano a contenere le richieste di iscrizioni. Facemmo seminari prima in un teatro, poi in un cinema, poi nella mitica Sala Sirenella di via Andreini, una sala da ballo costruita dai compagni operai negli anni cinquanta: con i suoi festoni e le sue poltroncine rosse sembrava una sala di riunioni ufficiali delle città del Patto di Varsavia. Vennero invitati scrittori, filosofi, psicoanalisti, attori e autori di teatro, giudici, insegnanti, operatori sociali a parlare di scienza, di educazione, di sofferenza, di libertà, di giustizia.

Ricordo che quando Rossana Rossanda venne alla Sala Sirenella aveva le lacrime agli occhi: era stata l’unica sede legata al Pci in cui nel 1969 aveva potuto dire le ragioni della fuoriuscita del gruppo del Manifesto dal partitone. Indimenticabile fu anche l’incontro con Daniel Pennac. La sala del cinema Settebello era piena di gente. Sul palco c’ero io, c’era Benni, c’era Pennac con una traduttrice dal francese. Benni si rivolse a me: «Se Daniel ha una traduttrice, voglio anch’io un traduttore». Lo guardai costernato. «Sì, – aggiunse – io parlo in bolognese e tu traduci in italiano». Fu un dialogo letterario con doppia traduzione.

A volte sorridente e ironico, altre volte silenzioso e chiuso nei suoi pensieri, io gli stavo vicino, perché, come ha scritto una amica giornalista, la sua era una natura rude, tenera, umorale, generosa. In un tempo segnato dall’incertezza sociale e individuale (allora e ancor più ora) eravamo entrambi consapevoli che ciò che conta soprattutto è un luogo che si possa frequentare, dove scambiare sguardi e parole, dove sentirsi presi in considerazione come persone.

La cultura, in questo senso, è uno straordinario “oggetto mediatore” e ci permette letteralmente di trovare le parole per iniziare un rapporto con le persone che ci siedono a fianco o che bevono un caffè con noi nel bar attiguo alla sala. Se la politica non riparte dalla ricchezza di queste “agorà” e non le sostiene, non cambierà né i suoi riti (equilibri interni e leadership), né i suoi linguaggi, e soprattutto non saprà cogliere di tante e tanti  l’esigenza di sentirsi rappresentate/i.

Molti intellettuali parteciparono in quegli anni agli incontri e ai seminari della Pluriversità. Io credo che l’abbiano fatto perché sentivano che il dantesco viver di cittadini si riorganizzava in forme adeguate ai tempi: la cultura, anche con il loro contributo, trovava le parole che ci servono quotidianamente.


RispondiAnnulla risposta