C’è vita nell’arte, a volte basta cercare

“Da Oriente a Occidente”, esposizione appena conclusasi allo spazio Pietro di via Galliera 20, dimostra una volta di più quanto necessario sia parlare e fruire della buona pittura e della buona scultura, quando ci sono, e di quanto bisogno abbiamo di una critica d’arte che, invece, sappia essere tranchant verso tutto ciò che, forse, arte non è

di Stefania Dubla, curatrice d’arte pubblica


Si è conclusa giovedì la mostra “Da Oriente a Occidente” allo spazio Pietro in via Galliera 20 a Bologna (qui). La spinta a scriverne nasce dal fatto che, quando c’è della buona pittura e della buona scultura, bisogna dirlo e bisogna farlo anche nell’ottica di limitare i danni di un’omologazione al successo non di rado affidata ai comunicati stampa spacciati per pubblicazioni originali, agli articoli pagati, ai trafiletti comprati. C’è necessità che la critica d’arte si prenda un rinnovato spazio, fatto di sguardi competenti che elogino la qualità quando è presente e che siano tranchant verso tutti gli altri sforzi che non possono essere definiti artistici. Abbia pazienza chi legge oppure, meglio, non ne abbia affatto. Per i testi, di cui saremo presto inondati, di un Art week bolognese dove proprio tutto tutto sarà bellissimissimo dichiaro, senza remora alcuna, di averla già persa.

Nell’arco di una settimana nel mese di settembre ho fruito della proiezione di un documentario, di una mostra fotografica e di un’esposizione di artisti e artiste emergenti.
Un documentario, rivelatosi estremamente interessante, ma presentato nella sinossi dei diversi siti online su cui era pubblicizzato come un film su tutt’altro argomento. Ciol p’ lambascion, si direbbe in maniera molto poco elegante dalle mie parti. Una mostra, elogiata sulle riviste d’arte nazionali più accreditate come fotografica, ma le cui opere sono state stampate in dimensioni superiori alla loro capacità massima di risoluzione. Sarebbe forse stato più coerente definirla “esposizione tra pixel in evidenza e immagini involontariamente pointilliste”?

C’è poi un portone in via Galliera, ombreggiato dai portici, che si apre solo all’occorrenza, senza fuochi d’artificio per l’opening né papiri di spiegazione all’ingresso. Un atrio settecentesco, poi a lato una porticina stretta e la sorpresa, finora e per le mostre che ho visitato, che non disattende le aspettative. “Da Oriente a Occidente” principia con un letterale squadernamento di pagine e piani: nello stretto corridoio d’ingresso, nelle pareti di destra e sinistra, dei fogli attaccati a un filo affollano l’aria vibrante, sospesi e alternati come l’atmosfera del disegno impresso sopra. È il racconto visivo e fantastico della poesia di Pessoa, messa a nudo nella profondità dei suoi versi dal tratto nero, lineare e pungente, di Chen Wang, sapiente illustratore cinese.

Superato quello che più che un corridoio è un attraversamento emotivo, si giunge nella più ampia sala centrale. Il ritmo del respiro ora è lento accanto alle immagini solo evocate del pittore Domenico Grenci. Le sue sono trattazioni di assenza composte come presenza; volti graziosi in procinto di scomparire nell’acquosa bile dove origina la malinconia. Di fronte, sul tavolo e sulle pareti, un surplus di tele a olio, a firma di Mei Yuchen, proiettano in sgattaiolanti fughe prospettiche scenografie teatrali in cui l’impaginato architettonico prende il sopravvento sulle minute figure umane, accennate come comparse di uno spettacolo maestoso.

Nell’angolo della sala spicca, forte di un’illuminazione ben calibrata nell’economia soffusa della stanza, una scultura di Aleksandar Petkov – per me che ho frequentato Bologna ad anni alterni prima di stabilizzarmici, tra gli artisti-rivelazione dell’ultima Art City. Petkov nel 2023 ha infatti già vinto il Combat Prize, sezione Scultura, per la forza che la sua opera esprime nell’incontro di «materiali che si attivano e rilanciano reciprocamente».

Rivelazione della mostra è invece, a mio avviso, l’artista Guo Jiayi. La sua pittura ha una capacità espressiva immediata e benedetta da una savia scioltezza tecnica. Dalle composizioni piccolissime alle grandi tele, Guo Jiayi spazia tra le epoche e spesso lo fa con il proprio volto ritratto, trovando ispirazione sul senso della rinascita nelle pitture su seta della tomba di Mawangdui Han. Accanto a lei, nel piccolo antro sacrale che a un tratto rivela lo spazio della galleria Pietro, una scultura di modeste dimensioni ritrae le sembianze di un pesce combattente bagnato nel colore dell’oro: una delicata e affascinante manifattura di Cristiano Licciardello. A conclusione dell’esperienza Liu Fanyi performa tra sonanti calici pluriformi e un nettare versato che muta colore a seconda del bacino di vetro in cui è accolto.

Unica nota meno armonica nel complesso della mostra è forse il concept curatoriale presentato nel testo d’ingresso, forzato nel voler rinchiudere in categorie stagionali le opere che hanno invero un’indipendenza e forza bastevoli a loro stesse. A fare il lavoro di giuntura tra loro è, a mio avviso, la luce nello spazio, studiata nei suoi balzi di pieno e vuoto esattamente come nel bilanciamento di assenza e presenza è costruita ciascun’opera.

Un lavoro globale, con la cura intelligente di Riccardo Peng e l’allestimento fine e attento di Simone Gheduzzi, che per gli e le scrutatrici dell’arte emergente valeva la pena visitare. Per il panorama artistico bolognese, uno spazio e dei nomi da continuare a tenere d’occhio.


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