Occorre aprire adesso una discussione pubblica, larga e informata, per una via progressista all’Intelligenza artificiale capace di ridurre le disuguaglianze. Usiamo la tecnologia per restituire tempo, potere e qualità della vita alle persone, invece di concentrarli altrove. Non è una questione tecnica: è agenda democratica
di Mery De Martino, consigliera comunale Pd
La nostalgia consola, ma non governa. Freddi lo ha ricordato in un recente articolo comparso su Cantiere Bologna (qui) che mi offre l’occasione per fare un passo in avanti nel ragionamento. Perché se la sinistra, come ricorda Freddi, si è arenata «su una delle questioni centrali, ovvero quale sistema economico si rende necessario per garantire efficienza economica, giustizia sociale e libertà individuale», allora è il caso di prendere a mano il nodo che oggi e ancor più domani modellerà la nostra vita: l’Intelligenza Artificiale.
L’IA non è qualcosa di impalpabile ma un sistema complesso, creato dall’uomo, capace di elaborare simultaneamente milioni di dati. L’IA riconosce schemi, ordina informazioni, coordina attività. Se lasciata in balia di logiche di profitto, tanto care alle Big Tech, come già avvenuto con altre innovazioni tecnologiche del passato, tenderà a spezzare i lavori in micro-compiti e a misurare ogni gesto, spingendo su controllo, precarietà, mera sostituzione. Un esempio concreto: in un call center l’IA può sostituire il lavoro di una persona reale (con tutta la frustrazione dell’interlocutore che non avrà a che fare con l’intelligenza ed empatia umana che è unica e irripetibile), oppure può smistare ticket da 100 secondi, valutando tempi, tono di voce e proponendo risposte “giuste” (apparentemente maggiore efficienza, in pratica obiettivi più stretti, meno autonomia, più stress) oppure, a parità di carico di lavoro, può diminuire stress e fatica degli addetti facilitando la risoluzione di problematiche con la possibilità di mettere a sistema, in pochi secondi, un elevato numero di informazioni, sapendo che la scelta finale resterà sempre in mano all’addetto perché è l’unico a poter esercitare un pensiero critico originale.
Non si tratta di destino: tutto ciò è l’effetto di regole e scelte manageriali precise.
L’IA può potenzialmente liberare tempo e migliorare la qualità del lavoro, ma non lo farà da sola. Servono almeno due leve. La prima è una politica industriale che indirizzi investimenti, standard e appalti verso tecnologie che alleggeriscano il lavoro manuale e supportino, senza sostituire, il pensiero critico e di supervisione. La seconda è la redistribuzione dei guadagni di produttività: se le macchine fanno di più, quel “di più” deve tornare alle persone in salari, servizi e, soprattutto, in tempo. Liberare il tempo è, infatti, condizione non sufficiente ma indubbiamente necessaria per uscire dall’individualismo e dare realmente gambe a concetti condivisibilissimi come la “società della cura” che fino a oggi, a parte piccole e lodevoli sacche di resistenza, restano per lo più belle parole scritte su bei manifesti. Ed è dentro questo quadro che vive anche il dibattito sul reddito di base legato allo sviluppo tecnologico. Tra chi guarda a un “post-lavoro” con un reddito garantito e chi avverte che, senza toccare la struttura produttiva e i poteri di mercato, il reddito di base rischia di diventare un indennizzo passivo che si innesta in un contesto che resta diseguale.
C’è poi un altro passaggio decisivo: i dati non sono mai neutri. Quelli che raccogliamo e come li pesiamo decidono cosa vediamo e cosa ignoriamo. Come ci ricorda Pasquinelli in una bella intervista uscita su “Micromega” nel 2024, la tecnologia, se non governata dalla politica, cristallizza rapporti sociali e scelte preesistenti: se questi sono diseguali, lo sarà anche l’algoritmo che avremo creato per automatizzare alcuni processi. Detta ancora meglio con le parole di Carlo Galli: la tecnica non è mai neutra ma è insieme strumento di libertà e di dominio. Solleva dalla fatica ma può produrre squilibri e nuove gerarchie.
Per questo è fondamentale, come ci ricordano da tempo tante realtà ed esperienze nate dal basso, sviluppare uno sguardo femminista sui dati: includere le esperienze di chi oggi è invisibile, correggere bias storici, valutare gli impatti di genere e intersezionali prima che un modello diventi regola. Perché allenare un sistema sui “soliti dati”, porterà a ottenere i “soliti esiti”.
L’alternativa non è tra fedi salvifiche e condanne apocalittiche, ma nel mettere la tecnica, oggi l’IA, dentro la politica.
Vorrei che questo dibattito coinvolgesse sempre più la cittadinanza perché su di essa vedremo le conseguenze delle scelte che saranno prese. Le regole si scrivono adesso e finiranno nelle nostre buste paga e nel nostro tempo di vita. Nei territori, Bologna tra questi, cominciamo ad avere supercomputer e progetti di gemelli digitali capaci di migliorare scelte su trasporti, sanità, ambiente, servizi. Ma anche questi funzioneranno solo se ben governati: con verifiche indipendenti su come i sistemi decidono, formati aperti e interoperativi, attenzione ai dati utilizzati, capacità della politica di tenere saldo il pensiero critico, coinvolgimento della cittadinanza. Altrimenti l’innovazione correrà, ma senza portaci con sé e allontanando ancora di più il luogo delle decisioni da chi quelle decisioni le subisce.
Occorre aprire adesso una discussione pubblica, larga e informata, per una via progressista all’IA capace di ridurre le disuguaglianze. Persa quella che definisco la battaglia “terrestre” (che vale comunque la pena continuare per alleviare le fatiche contingenti) è forse nello spazio digitale, se governato per tempo dalla politica, che possiamo costruire un modello economico alternativo all’ipercapitalismo che a oggi scorrazza indisturbato nelle piattaforme digitali (a proposito di innovazioni non governate) radicandosi nella mente delle persone ormai fin dalla prima infanzia (basta fare un giro su Tik Tok per vedere bambine di 6 anni che promuovono prodotti cosmetici o adolescenti che narrano il successo dei loro nuovi brand sulla scia del sempreverde “se vuoi, puoi”). Usiamo l’IA per restituire tempo, potere e qualità della vita alle persone, invece di concentrarli altrove. Non è una questione tecnica: è agenda democratica.
Photo credits: Giacomo Maestri/Cineca

Il fatto che oggi negli Stati Uniti la discussione sull’IA verta principalmente sui rischi di risposte addomesticate da criteri aprioristici (etici, politici ecc) a monte e che le risposte possano variare in base alle ”caratteristiche” dell’interrogante la dice lunga sulla complessità del tema. Il vecchio dilemma su ”chi controlla i controllori” è quanto mai attuale e, mi si permetta, non nutro grande fiducia in strumenti collettivi facilmente manipolabili. Forse servirebbe un’authority nonostante il non fulgido esempio italiano dove a volte questi strumenti sembrano più idonei a legittimare le infrazioni ai principi che alla reale tutela degli stessi.
Scusate, non ho citato la normativa europea e italiana perchè mi sembrano necessarie ma ampiamente insufficienti.
Giustissimo accendere un gran riflettore sulla IA. Se da un lato c’è chi ne può fare un uso inadeguato, c’è anche una parte della popolazione che, per ignoranza o per gap generazionale, preferisce starne alla larga. Sarebbe utile, forse, organizzare degli incontri di aggiornamento.