Referendum giustizia – Un appello alla città: votare no per la democrazia

La Camera Penale di Bologna ha detto sì, per ragioni tecniche, alla riforma della Giustizia che sarà sottoposta a referendum confermativo. Ma il tema non è solo giuridico. È politico. «La legge riequilibra il rapporto tra i poteri», ha detto Meloni. Lo scopo è dare forza all’Esecutivo e indebolire la magistratura. Legislativo non pervenuto: la maggioranza in quattro votazioni non ha presentato un solo emendamento per non contraddire il Capo. Può piacere quest’idea di Governo, chiunque governi?

di Giampiero Moscato, cittadino, direttore cB, ex cronista giudiziario


C’è un fatto bolognese che mi spinge a parlare in una testata locale della modifica del titolo IV della Costituzione, la cosiddetta “riforma della giustizia”, dopo che il disegno di legge del governo Meloni ha ottenuto il sì definitivo dal parlamento. Anche la Camera Penale, per voce del presidente, il docente UniBo Nicola Mazzacuva, già magistrato e poi avvocato, giurista di rango, ha dato un giudizio favorevole parlando al “Corriere di Bologna”: «Solo un giudice terzo garantisce un processo imparziale e non ci sono rischi di assoggettare i pubblici ministeri alla politica». Tecnicamente è parere rispettabilissimo. Sarebbe magari pure condivisibile se, insieme a un riequilibrio tra i Poteri dello Stato, ci fosse una vera riforma della giustizia.

A me, da cittadino che ha studiato legge, fatto pratica legale e per trent’anni il cronista giudiziario, non sembra affatto una riforma: mi pare tutt’altro, piuttosto preoccupante. In sintesi, il Ddl dell’ex magistrato Carlo Nordio prevede la separazione delle carriere dei magistrati requirenti (i pm) e giudicanti (dal Gip-Gup fino alla Cassazione), l’istituzione di due diversi Consigli superiori della magistratura, l’introduzione del sorteggio per i membri dei Csm e la creazione di un’Alta Corte disciplinare per eventuali svarioni dei magistrati di entrambe le funzioni. Sul resto (potenziamento degli organici, velocizzazione dei processi) non c’è traccia di riformismo. Una riforma vera della giustizia, aggiungo, non indebolisce un potere dello Stato a favore di un altro. Magari lo aggiusta, lo mette in condizioni di funzionare meglio. Ma non lo ridimensiona.

Tra i favorevoli (da sempre) alla separazione delle carriere c’è il Partito Radicale. Non nascondo che, ai tempi di Marco Pannella, avevo forti simpatie per il Pr. A volte, aiutato dal sistema elettorale proporzionale, l’ho pure votato.

Il tema, tecnicamente, è rilevantissimo. La troppa vicinanza tra i pm e i giudici che devono valutare il loro lavoro (magari in altri periodi hanno lavorato nello stesso ufficio) nel tempo ha prodotto anche guasti. La terzietà è un fattore essenziale della giurisdizione, Mazzacuva ha ragione. Ma nel sistema penale italiano, ammesso che serva un giudice terzo, non c’è ora, e non ci sarebbe poi, la parità tra le due parti principali del processo, tra l’avvocato che difende l’imputato e il pm che lo accusa. L’avvocato non ha alcun obbligo (sarebbe folle se lo facesse) di portare sul tavolo del giudice terzo, nel caso le scoprisse, le prove della colpevolezza del suo cliente. Il pm ha invece il dovere (e quante volte gliel’ho visto fare in carriera) di esporre le prove che scagionano la persona che ha messo sotto inchiesta. Perché? Perché ha una formazione che è uguale a quella dei giudici. Lavora per l’interesse dello Stato (e dei suoi cittadini). Non deve vincere una causa: deve contribuire a fare giustizia. Un avvocato vince anche se fa assolvere un criminale. Un pm perde soprattutto se fa condannare chi non ha commesso il delitto di cui è imputato. Ricordiamo Enzo Tortora, no? Tutti noi perdiamo, in quel caso. I garantisti dicono che «è meglio liberare mille colpevoli che punire un innocente». E pure io grido da sempre questa frase.

Tra i favorevoli alla separazione delle carriere ci sono persone illuminate di chiara fama e credo alle loro nobili intenzioni. Ma la riforma del Titolo IV è di rango costituzionale. Tant’è che, non avendo raggiunto il Ddl Nordio nelle quattro votazioni tra Camera e Senato la maggioranza qualificata dei due terzi, la norma sarà sottoposta a referendum confermativo, in Primavera, secondo il dettato dell’art.138 della Costituzione. Si badi bene, però: non servirà il quorum del 50 per cento più uno dei votanti. La norma diventerà legge se il sì prevarrà anche se a votare sarà andato il 10 per cento dei titolari del diritto. È giusto affidare a un referendum senza quorum e al voto popolare una materia così delicata?
La Costituzione è roba seria. Nel 1948, dopo vent’anni di fascismo e una guerra spaventosa si riunirono in Parlamento tutte le forze democratiche del Paese per scrivere una Carta che garantì tutti i diritti, persino quello di andare in parlamento e al Governo, anche agli eredi di quella dittatura che quei diritti li aveva mandati al confino, ai plotoni di esecuzione, alla violenza dei sicari e alla guerra.

Serve una riforma della giustizia? Sì, serve. Lo dico anche io. Ma una riforma costituzionale viene fatta tra tutte le forze del Parlamento, in un dibattito in cui tutti possano contribuire al miglioramento del disegno di legge, se si raggiunge il quorum dei due terzi delle Camere. Sapete quanti emendamenti ha proposto in quattro votazioni la maggioranza che sostiene il governo Meloni e il Ddl Nordio? Se dite «nemmeno uno» avete indovinato. Evidentemente in quella maggioranza non si deve contraddire il capo, anzi la capa. Giorgia Meloni ha chiaramente enunciato lo scopo della “riforma”: «Questa legge serve a riequilibrare il rapporto tra i poteri». Il Legislativo, terzo potere dello Stato, non è pervenuto in questo caso: ha abdicato a favore del governo. Del quarto potere, quello della stampa, si sa non solo dai fuori onda cosa pensa la Meloni, e purtroppo con lei buona parte della nostra politica.

Dopo che la Corte dei Conti ha bocciato per evidente danno erariale il ponte sullo stretto di Messina, la presidente ha pronunciato queste parole: «È l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento». Solo se approva ciò che fa il Governo la magistratura fa il suo “dovere”? No: il dovere dei magistrati è quello di tutelare l’interesse di tutti ed eventualmente di correggere il governo, secondo la sacrosanta divisione dei poteri dello Stato che, dal 1948, abbiamo anche in Italia. E se boccia il Governo non travalica: fa il suo mestiere.

È chiaro che governo e parlamento possono e devono correggere e migliorare l’assetto dello Stato. Ma è una riforma che non si può fare a colpi di maggioranza. Non può, non deve prevalere il pensiero di una parte ai danni dell’altra. Può piacere davvero la logica della Meloni e di Nordio, riequilibrare nel senso di ridimensionare i magistrati? A me molto poco. Un controllo dell’Esecutivo sui giudici mi preoccuperebbe anche se a governare fosse Platone o chiunque altro, anche chi vorrei al potere. Con la Meloni e una destra autoritaria fa anche paura.

Da Bologna, patria del Diritto, facciamo sentire al Paese che votare NO al prossimo referendum sarà un atto di giustizia contro una riforma che non solo è sbagliata ma è pure subdola e ha fini diversi dall’interesse di tutti. La Meloni ha già tranquillizzato i suoi elettori: se il referendum boccerà la riforma lei non si dimetterà. Ma sarà comunque un gran bel risultato.


4 pensieri riguardo “Referendum giustizia – Un appello alla città: votare no per la democrazia

  1. Grazie Giampiero, un ottimo e utile articolo .
    Le ragioni per votare no sono politiche e tecniche.
    Il titolo del referendum è forviante. Infatti la separazione delle carriere c’è già.
    Quindi il referendum punta ad altro.
    Sappiamo a cosa e ne abbiamo le prove.

  2. Grazie Giampiero condivido in toto ciò che hai scritto: le modalità con le quali si è giunti a questa situazione impongono un NO di natura politica, anche se per onestà intellettuale sto acquisendo maggiori informazioni di natura tecnica da amici avvocati e magistrati dei quali apprezzo la loro sensibilità giuridica

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