Il tramonto del piedistallo

Le statue pressoché invisibili del centro storico di Bologna, una cinquantina scarsa, sono al centro del libretto che Silvia Camerini Maj ha scritto e che indaga l’atteggiamento che la nostra comunità ha avuto e i modi con cui abbiamo voluto onorare chi evidentemente, per un motivo o l’altro, si era meritato attenzione. Solo sette monumenti prima dell’800 (e uno solo è pagano, il Nettuno), via via vengono posti sempre più in basso, sino alla panchina su cui siede Lucio Dalla, in funzione selfie

di Ugo Berti Arnoaldi, ex dirigente editoriale


Aprendo il suo intelligente e piacevole libretto dedicato alle statue del centro storico (“Statue per le vie di Bologna. Sculture e monumenti del Centro Storico”, introduzione di Piero Orlandi, foto di Giacomo Pompanin e Piero Orlandi, in riga edizioni), Silvia Camerini Maj osserva che questi monumenti, una cinquantina scarsa, per il bolognese che ci passa accanto o sotto tutti i giorni sono praticamente invisibili, come fossero trasparenti.

Ora passarli in rassegna a uno a uno seguendo, come il libro propone, un tragitto cronologico che va dal Cinquecento a oggi, dal Gigante al piccolo Dalla di piazza Cavour, è non solo un’occasione per ricominciare a vederli ma anche un’esperienza che può illuminare l’evoluzione dell’atteggiamento che la nostra comunità ha avuto in merito a chi e come vada pubblicamente onorato con una statua. Non stupisce naturalmente che, delle sette statue erette prima dell’Ottocento, sei siano di carattere religioso, e ben quattro (San Domenico e tre Madonne) stiano in cima ad alte colonne, offerte nella loro celeste lontananza alla devozione dei fedeli. E sempre dall’alto, sopra il portone di Palazzo d’Accursio, il severo Gregorio XIII quasi si china sulla piazza, in un sontuoso panneggio che pare rispondere all’insolente nudità pagana del Nettuno che ha di fronte (unica statua non cristiana in tre secoli). Gregorio veniva a integrare lo schieramento religioso della facciata, avendo alla sua destra il trecentesco Bonifacio VIII ora al Museo medievale e la Madonna di Nicolò dell’Arca. Sempre affacciato sulla piazza, ma dal portale di San Petronio, c’era stato anche un altro papa, Giulio II, ma la statua di Michelangelo durò solo tre o quattro anni: nel 1511, al ritorno dei Bentivoglio, fu distrutta dai bolognesi. Perché le statue, allora come adesso, non erano al riparo delle traversie politiche. All’arrivo dei francesi nel 1796 lo stesso Gregorio XIII fu salvato truccato da San Petronio e Bonifacio VIII, più trasportabile, fu tolto dalla vista. L’ultimo santo che ci consegna l’età moderna non può non essere San Petronio. Anche lui itinerante, involtolato nei suoi panni barocchi, ha benedetto i bolognesi davanti all’Asinelli, e poi nella sua basilica, e poi di nuovo all’Asinelli, e ora di nuovo in chiesa, da un piedistallo abbastanza ridotto, che lo tiene vicino ai passanti.

L’Ottocento monumentale invece è laico e celebra glorie patriottiche. A parte un Luigi Galvani che sta, vestito leziosamente, su un piedistallo più alto di lui davanti al Pavaglione, il secolo è per i protagonisti del Risorgimento: il guerresco Vittorio Emanuele II, esportato dai repubblichini ai Giardini Margherita da piazza Maggiore, che si intitolava a lui; il popolano dell’8 agosto che brandisce contro gli austriaci, secondo una maliziosa interpretazione popolare, un mattarello con la sfoglia; per il Risorgimento radicale il Garibaldi equestre e il sacerdote massone Ugo Bassi, lui pure statua pellegrinante; per il Risorgimento moderato e borghese l’imponente Marco Minghetti, ben elevato sul suo piedistallo, e un modesto busto di Cavour.

Con il Novecento va prendendo piede una diversa statuaria. Intanto già dal finire dell’Ottocento compare una scultura d’arredo, come le fontane, ma soprattutto più tardi le varie sculture «d’invenzione», diciamo così, dell’arte contemporanea come le colonne di Pomodoro, migranti anche loro. Declinano viceversa le statue delle personalità. E declina il piedistallo (a dire il vero anche per le sculture non figurative, a volte poggiate direttamente per terra). Padre Pio si alza poco più di un metro da terra, e così il San Tommaso del Collegio domenicano, Salvo D’Acquisto ancor meno; e Lucio Dalla ce lo troviamo seduto sulla panchina, eternamente in posa per i selfie, a rinnovare la panzana che la Piazza Grande della sua canzone (scritta dal pavese Bardotti) sia la piazza Cavour della sua gioventù.

Anche i robusti partigiani di Minguzzi a Porta Lame stanno a terra e paiono, scrive Silvia Camerini, «due spericolati pedoni che attraversano improvvisamente la strada». I due, nati nel 1947 dal bronzo che aveva dato forma al Mussolini equestre dello stadio, precedono però la moltiplicazione di personalità che, come statue del presepio napoletano in formato magnum, si diffondono per le città, in Italia e fuori, pronte a sorridere al «selfista».

Celebrando il Pavarotti a braccia aperte (simile a quello di Modena, che però un piccolo piedistallo ce lo ha), posto l’anno scorso per strada davanti al teatro di Pesaro, il sindaco assicurava che quella piazza «diventerà un spazio della musica, dove scattare una foto da portare sempre nel cuore»; e il Comune di Parma, inaugurando il Giuseppe Verdi in panchina nel piazzale San Francesco, sottolineava con convinzione che quello non voleva essere «un monumento puramente commemorativo… ma una scultura che diventi parte della città e un volano turistico».

Commemorare, che cosa triste. I nostri famosi mica li vogliamo commemorare, ma incontrare per strada, andarci a braccetto, dargli del tu, associarli in uno scatto. E ciò implica che nelle statue essi siano ben riconoscibili, tali e quali erano nella realtà: un verismo che non ci si aspetta dall’arte più titolata e viene fornito, con esiti non di rado imbarazzanti, da artisti più alla mano. Tutto ciò offre materia per più di una riflessione sull’arte nelle città e sarebbe bello se Silvia Camerini se ne facesse carico, magari anche uscendo dal centro a meditare tristi pensieri sull’arte nelle rotonde. Per parte mia proporrei una moratoria.


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