Le prossime elezioni non saranno solo una contesa politica: saranno la verifica della capacità della città di immaginare un nuovo modo di governarsi, aperto, inclusivo e strutturalmente dialogico. Bologna può scegliere se subire il cambiamento o guidarlo, se chiudersi in difese stanche o aprire un nuovo patto civico capace di generare fiducia, intelligenza collettiva, responsabilità condivisa. Non è una battaglia di schieramenti: è una chiamata all’intera nostra comunità
di Maurizio Morini, imprenditore, iscritto al Pd
Le candidature, stavolta, arrivano con grande anticipo. L’ingresso in campo di Alberto Forchielli – imprenditore di successo, visione internazionale, stile competitivo – segna un cambio di passo rispetto a chi finora aveva provato a sfidare il fronte progressista. Liquidare questa candidatura come episodica sarebbe un errore: Forchielli può parlare a mondi economici e sociali che negli ultimi cicli elettorali si sono sentiti poco rappresentati. La sua presenza rende ancora più urgente un tema che da settimane torna sulle pagine di Cantiere Bologna, anche grazie agli interventi di Ugo Mazza (qui) : serve un vero percorso partecipativo, non un rituale consultivo a ridosso delle elezioni.
La partecipazione oggi è una necessità politica e una urgenza civica. Bologna attraversa trasformazioni profonde: il tema della casa, che ho affrontato in precedenti articoli, continua a produrre tensioni; il turismo ha effetti valutati come ambivalenti; i giovani chiedono spazi e prospettive; gli anziani portano un patrimonio di memoria e cultura che rischia di non essere intercettato; il mondo produttivo affronta sfide globali che richiedono visioni coraggiose.
Nessuno di questi temi può essere governato senza una infrastruttura stabile di ascolto.
Parlo di “infrastruttura di ascolto” perché il punto non è “fare più incontri”, ma introdurre un modello organizzativo nuovo, che consideri la partecipazione un processo continuo e non una parentesi. In questa direzione può essere utile guardare a modelli evoluti per stimolare la partecipazione attiva, quale la Nuova Intelligenza Organizzativa, come riferimento metodologico per costruire la democrazia urbana dei prossimi anni. Secondo questo “percorso” la partecipazione efficace si fonda su quattro pilastri.
Primo: la leadership diffusa. Il ruolo del sindaco e della giunta non è solo decidere, ma mettere in condizione la città di generare idee. Servono cabine civiche dedicate ai nodi strategici – casa, mobilità, educazione, welfare, turismo, lavoro – con cittadini, imprese, università, associazioni e quartieri coinvolti stabilmente.
Secondo: il coinvolgimento strutturato. I giovani vanno chiamati a contribuire non come “categoria da ascoltare”, ma come co-progettisti della città che erediteranno. Gli anziani, depositari della storia civica, devono essere considerati una risorsa di visione e non un pubblico da intrattenere. Le imprese e il terzo settore, spesso convocate solo quando c’è un progetto da presentare, dovrebbero essere parte del processo sin dall’inizio.
Terzo: una comunicazione trasparente e dialogica. Partecipare ha senso se chi partecipa vede l’effetto del proprio contributo. Servono piattaforme semplici che mostrino cosa è stato accolto, cosa no e perché. È un modo per ricostruire fiducia e responsabilità reciproca.
Quarto: l’apprendimento continuo. Bologna deve tornare a essere una città-laboratorio, capace di sperimentare in piccolo, valutare rapidamente e scalare ciò che funziona. Anche questo è partecipazione: imparare insieme, correggere insieme, avanzare insieme. E secondo il nuovo paradigma di “pensare locale per agire globale”.
Un percorso partecipativo così concepito avrebbe anche un effetto politico rilevante: riporterebbe al voto fasce che oggi rischiano l’astensione, consolidando il carattere progressista della città non per inerzia, ma per consapevolezza. Bologna, nella sua identità più profonda, è progressista quando coinvolge, non quando si chiude. E un fronte democratico che ambisce a riconfermarsi ha bisogno di cittadini che si riconoscano nel metodo prima ancora che nel programma.
Al contrario, un clima di autoreferenzialità potrebbe produrre un effetto di rigetto: distanza, sfiducia, voti di protesta. È già accaduto in altre realtà urbane. Non possiamo permettere che accada qui, in una città che ha sempre costruito la propria forza sulla qualità delle relazioni sociali, educative, produttive e culturali.
Il 2027 sarà un anno decisivo, ma la sfida si gioca adesso. Bologna deve scegliere se subire la competizione o trasformarla in un’occasione per elevare la propria democrazia. Costruire una architettura partecipativa stabile, fondata su metodo, intelligenza collettiva e responsabilità condivisa, non è solo una scelta organizzativa: è un atto politico e culturale. È il modo più autentico con cui la città può guardare avanti senza perdere sé stessa.
I francobolli della storia civica di Bologna ci ricordano che quando la città mette insieme conoscenze, cultura e partecipazione, dai movimenti ai quartieri al civismo cooperativo, produce soluzioni e modelli da imitare. Dobbiamo riattivare questo “codice genetico bolognese”.
Il 2027 sarà un passaggio cruciale, ma la direzione si decide adesso. Bologna può scegliere se subire il cambiamento o guidarlo, se chiudersi in difese stanche o aprire un nuovo patto civico capace di generare fiducia, intelligenza collettiva, responsabilità condivisa. Non è una battaglia di schieramenti: è una chiamata alla città intera. Ai giovani che chiedono prospettive, agli anziani che custodiscono memoria, al mondo produttivo che innova, alla società che educa, a chi arriva e a chi resta.
Se Bologna saprà attivare tutte queste energie, allora il 2027 non sarà solo un’elezione: sarà la conferma di una comunità che sceglie di essere protagonista del proprio futuro. Una città che non aspetta il cambiamento, che non ha bisogno di guru visionari per definire cosa intende essere.
Una comunità che il futuro lo costruisce. Insieme.
Photo credits: Stefano Zocca/Unsplash

Da persona che ha votato a sinistra tutta la vita penso che alle prossime comunali voterò la destra per la prima volta pur di dare alternanza a una città martoriata dalle peggiori schifezze mai viste a livello ambientale, non c’è altro modo di mandare a casa un’amministrazione incancrenita che nessuna destra ormai può fare peggio del fascismo del PD. La misura è colma.
Mi sembra che finora l’ amministrazione si sia mossa in direzione esattamente contraria a idee come questa. Non credo sia più possibile un cambiamento di 180 gradi. Se il PD lo proponesse ora, sarebbe già troppo tardi, non ci crederebbe più nessuno.