Teatri di Vita: genuinamente politici

Con l’intervista a Stefano Casi, direttore artistico del centro di produzione teatrale di via Emilia Ponente, continua il percorso di incontro e ascolto di Cantiere Bologna con i teatri della città

di Cristian Tracà, dottorando di ricerca


Dopo Itc di San Lazzaro (qui), abbiamo raggiunto Stefano Casi, direttore artistico di Teatri di Vita, «il teatro che vede dove altri non guardano» e che si appresta a concludere il secondo segmento della sua programmazione annuale con gli ultimi due spettacoli.

Avete fatto scelte in linea con il trend degli ultimi anni o tra la prima e la seconda parte di stagione ci sarà una particolare sperimentazione?

«Per noi la prima e la seconda parte di stagione, rispettivamente autunnale e invernale, rappresentano due discorsi diversi e complementari. Tagliare in due la stagione tradizionale ci consente di cogliere eventuali novità, e di rispondere al contesto sociale, culturale e politico, attraverso due diversi titoli che sottoponiamo come suggerimenti di lettura e interpretazione dell’attualità, come per esempio nel 2025 sono stati “Decadenza. Vestigia degli anni Venti”, nel blocco gennaio-aprile, per suggerire un confronto sulle condizioni di oggi e di un secolo fa, e da settembre a dicembre “Come potevamo noi cantare” per interrogarci sul rapporto tra produzione artistica e contesto di guerra. In questo momento l’impostazione delle stagioni rimane così, in una “sperimentazione consolidata”: spettacoli che stimolano pensieri ed emozioni, in una cornice che li lega per farli interagire con il presente. Vedremo quale sarà il titolo della stagione gennaio-marzo 2026, che sveleremo nella tradizionale tombola-festa del 6 gennaio».

Il mondo del cinema lamenta da mesi un po’ di sofferenza. Come sta il teatro invece?

«Rispetto al cinema il teatro ha avuto una maggior capacità di ripresa dopo la pandemia, per un’evidente ragione: la presenza, la fisicità, il contatto tra chi guarda e chi agisce in scena, non surrogabile da qualsivoglia mezzo digitale. È un patrimonio prezioso di interesse e disponibilità che cerchiamo di coltivare offrendo Teatri di Vita come spazio di comunità e di pensiero. Quindi possiamo dire che il teatro sta abbastanza bene dal punto di vista della domanda e dell’incontro tra artista e pubblico, anche se la sofferenza c’è, e nel nostro caso si chiamano burocrazia istituzionale e tentativo politico di ingabbiare la qualità dell’incontro teatrale in algoritmi che premiano malintese strategie aziendali».

Negli anni la vostra programmazione è andata incontro all’evoluzione del “Politico”. Al di là delle singole stagioni, qual è l’aspetto, secondo te, che vi rende più riconoscibili?

«Credo che la tensione del nostro teatro verso il politico sia un movimento di reazione: sono la politica e le emergenze sociali a bussare alla porta di chiunque faccia cultura, e noi non abbiamo fatto altro che aprire la porta. Non per un teatro ideologico, ma genuinamente politico, che si confronti con la polis e le sue istanze, soprattutto con l’attualità, sapendo combinare i grandi orizzonti (per esempio sono stati diversi, in questi ultimi mesi, gli eventi che abbiamo proposto per riflettere su Gaza) con le tensioni dell’individuo, a loro volta, anch’esse, politiche. Ecco, credo che siano questo rigore e questo “coraggio” (così ci ha detto poche settimane fa uno spettatore uscendo da uno spettacolo che affrontava senza mezzi termini una questione spinosa) a renderci riconoscibili e apprezzati dal pubblico».

Da sempre siete molto attenti alla questione spettatorialità: con quali strumenti state monitorando il feedback del pubblico?

«Questo è l’altro punto di forza: il rapporto con spettatori e spettatrici, che spesso è personale, costruito nel tempo, fatto di scambi nel foyer, di reazioni e di suggerimenti. C’è quasi una partecipazione familiare (del resto «Un teatro come casa» è uno dei nostri slogan) che rende superfluo qualsiasi monitoraggio del gradimento, mettendo semmai in primo piano il dialogo personale. Perché per noi non c’è il “pubblico”, ma ci sono i singoli individui. E poi, c’è un riscontro molto pratico: l’abbonamento “blind”, sottoscritto a ogni blocco di stagione da moltissime persone senza conoscere il programma, alla cieca. Segno di una fiducia nelle nostre scelte e nell’impostazione del nostro lavoro, e volontà di lasciarsi sorprendere».

Il gusto del pubblico nell’era dei prodotti on demand è cambiato o il teatro resiste e viene scelto proprio per la sua diversità? 

«Credo che il teatro sia scelto per la sua diversità, che risiede come dicevo nella fisicità e nell’incontro materiale, ma il pubblico è inevitabilmente immerso in una realtà ormai mutata. Entro spesso a teatro nell’ultima fila per avere la percezione del corpo totale del pubblico durante i nostri spettacoli, e mi sto rendendo conto che alla necessità del teatro si affianca la necessità di inserirlo nel flusso digitale che caratterizza il nostro quotidiano: la foto per Instagram, il commento social, il link ad approfondimenti… tutto questo indica l’assorbimento del teatro nel contesto comunicativo digitale, cosa che trovo interessante e anche positiva, perché può essere un arricchimento dell’esperienza della fisicità teatrale. Anche se non potrà mai esserne un surrogato».


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