Intervista ad Andrea Paolucci, direttore di Itc Teatro che, partendo da San Lazzaro, col suo ricco cartellone si offre ogni anno come spazio pubblico a disposizione dell’intera comunità bolognese
di Cristian Tracà, dottorando di ricerca
Sono settimane cruciali per la ripartenza delle stagioni teatrali. Per questo, abbiamo pensato di raccontare come sta il teatro: i progetti, le difficoltà, il rapporto con la città. La prima chiacchierata di una serie che abbiamo immaginato di sviluppare nelle prossime settimane l’abbiamo fatta con Andrea Paolucci, direttore di Itc Teatro, realtà molto apprezzata del territorio.
Andrea, per la programmazione di questa stagione avete fatto scelte in continuità o ci sarà qualche sperimentazione?
«Si può dire che la sperimentazione e la ricerca di proposte innovative siano alcuni dei tratti di continuità tra le nostre stagioni degli ultimi anni. C’è continuità con la nostra storia, certo. Le linee guida che ci hanno reso una realtà riconoscibile restano solide: un teatro che parla dei grandi temi del presente. Ma la nuova stagione si muove su un terreno più aperto, attraversato da linguaggi, generazioni e pratiche diverse».
Che cosa vedremo in scena?
«Tornano alcune nostre produzioni, insieme a ospiti importanti come “Novecento” del gruppo PoEM diretto da Gabriele Vacis, “Abracadabra” di Babilonia Teatri, le storiche coreografie di Virgilio Sieni, “Sonate Bach | Di fronte al dolore degli altri” e le esperienze di partecipazione attiva del pubblico, come ne “La scelta” di Roger Bernat, dove gli spettatori diventano parte dell’opera stessa. Accanto a loro, nuovi artisti e compagnie emergenti portano sguardi inediti nella nuova rassegna under 35 “Emergenze”. Anche il cartellone per le nuove generazioni è un’area di libertà e invenzione. Incarna perfettamente la nostra idea di teatro come strumento di crescita, incontro e benessere relazionale».
Qual è il filo rosso che lega tutto?
«La stagione alterna produzioni nostre e ospitalità di rilievo, tutte accomunate da visioni teatrali capaci di creare uno spazio educativo, politico e affettivo per gli spettatori e le spettatrici più giovani. Un luogo dove imparare, fin da piccoli, che il teatro serve a crescere insieme. In questo equilibrio tra produzione artistica, ricerca e impegno sociale riconosciamo la nostra identità: un teatro che cerca sempre strade nuove e che non smette mai di farsi domande».
Il mondo del cinema lamenta da mesi un po’ di sofferenza? Come sta il teatro?
«Nessuno può fingere che le difficoltà non esistano. Viviamo in un tempo di profonde trasformazioni. Eppure, negli ultimi anni, nonostante i pesantissimi tagli del Ministero, la crisi della distribuzione e delle tournée, i costi vivi saliti alle stelle, abbiamo registrato segnali di tenuta concreti: il pubblico in sala è aumentato, le attività educative coinvolgono ogni anno oltre quattromila persone. Il nostro teatro di poco meno di 200 posti continua a muovere più spettatori e spettatrici di città ben più grandi».
C’è da essere ottimisti, quindi…
«Investiamo sulle persone e sul legame con la comunità: nella formazione, nelle reti sul territorio, nei progetti che portano il teatro fuori dalle sue mura, nella creazione di progetti speciali legati ai temi interculturali, sociali, educativi e pedagogici. Si tiene duro perché mollare vorrebbe dire perdere trent’anni di lavoro e di bellezza creata insieme alla nostra incredibile comunità. Ma è sempre più difficile chiudere i bilanci in pareggio e rendere sostenibile il lavoro di tutti noi».
Nel rapporto con la città qual è l’aspetto che vi rende più riconoscibili?
«L’essere un teatro immerso nella polis. Non un contenitore di eventi, ma una piazza civile dove arte, educazione e cura si incontrano. L’Itc Teatro è davvero uno spazio pubblico: ogni anno lo apriamo gratuitamente a decine di associazioni e istituzioni del territorio. I nostri laboratori sono frequentati da centinaia di cittadini di ogni età e provenienza. Il teatro diventa per molti un luogo di apprendimento e relazione, non un lusso per pochi».
Che tipi di rapporto avete sul territorio?
«Lavoriamo con scuole, carceri, centri per anziani e comunità terapeutiche. È un teatro che si misura con la fragilità, che non si limita a “mostrare” ma agisce per promuovere la cura e la dignità delle persone. E lo fa mentre porta avanti le proprie creazioni artistiche, le produzioni, la tournée: questo per dire che l’inclinazione a essere teatro di relazione non esclude il nostro carattere di artisti e artiste che creano. Direi piuttosto che lo nutre».
Quali canali di dialogo tenete aperti con il vostro pubblico per tenere presente il punto di vista degli spettatori?
«Il dialogo con il pubblico è parte integrante di questa visione. Lo pratichiamo in modi diversi: con gli incontri post-spettacolo, dove a volte sono i nostri allievi più ingaggiati a condurre la conversazione con gli artisti; con gli “Aperitivi con le parole del teatro”, curati da studiosi come Oliviero Ponte di Pino e Giulia Alonzo; con “Il palcoscenico delle idee”, che coinvolge studenti e studentesse nel confronto con figure del teatro e della cultura. Anche la Stagione Junior ha un suo canale partecipativo, con la giuria intergenerazionale di “Dammi la mano!”, composta da bambini e nonni. Online, la nostra comunicazione è continua. Ma il contatto diretto resta la forma più preziosa di conoscenza reciproca».
Il gusto del pubblico nell’era dei prodotti on demand è cambiato o il teatro per la sua diversità resiste e viene scelto proprio per questo?
«Credo che il teatro oggi resista non perché si oppone al mondo digitale, ma perché offre ciò che nessun algoritmo può dare: la presenza. È il luogo dove si torna umani tra umani, dove si abita insieme il tempo. La nostra idea di teatro è olistica: si prende cura delle persone, non solo attraverso lo spettacolo, ma anche nel lavoro quotidiano dei laboratori, dove ogni settimana centinaia di cittadini e cittadine si “allenano all’umanità”».
Lo consideriamo un luogo apocalittico o integrato?
«Né apocalittico né integrato: è necessario. Continua a offrire un’esperienza irripetibile di prossimità, di condivisione e di verità. E finché ci sarà qualcuno disposto a sedersi accanto a un altro per ascoltare o ad alzarsi in piedi per prendere la parola, il teatro non sarà mai un luogo del passato».

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