Intervista a Walter Mramor, presidente del Cda del teatro di via Cartoleria. Uno spazio storico della città che sembrava destinato a chiudere nel 2010, ma che grazie alla nuova gestione è tornato a essere un punto di riferimento importante per la scena culturale felsinea
di Cristian Tracà, dottorando di ricerca
Per la terza puntata dell’itinerario per i teatri di Bologna e dintorni abbiamo raggiunto Walter Mramor, presidente del Cda del Teatro Duse di Bologna. Il teatro di via Cartoleria si appresta a chiudere con un dicembre che racchiude lo spirito della nuova gestione, che non ha nascosto la grande soddisfazione per essere riusciti a salvare e rilanciare uno spazio storico che nel 2010 sembrava destinato alla chiusura.
Da qui alla notte di Capodanno il pubblico bolognese potrà trovare un’offerta variegata: dal concerto di Luca Barbarossa all’Orchestra Senzaspine, da una festa anni ’80 per festeggiare l’ultimo dell’anno al tradizionale appuntamento con il balletto classico che unisce varie generazioni nella contemplazione della magia de Lo schiaccianoci dell’International Classical Ballet. Ma lasciamo che sia Mramor a spiegare, da un altro punto di vista, come sta il suo teatro e il Teatro in generale.
Per la nuova Stagione avete fatto scelte in linea con il trend degli ultimi anni o avete inserito qualche sperimentazione?
«Aver rilanciato un teatro che stava per essere chiuso e che oggi, invece, gode dell’affetto e del sostegno di un pubblico che non è mai mancato, tanto da rendere il Duse uno dei teatri più amati e seguiti d’Italia, credo sia già una grande sperimentazione. Possiamo dire di aver trovato una nuova formula di gestione di un teatro da mille posti grazie a una intuizione che rappresenta un’innovazione a livello nazionale e che ha posto il Duse al centro dell’universo teatrale italiano. Più in generale, francamente, non vedo grande differenza tra il teatro classico e cosiddetto teatro sperimentale. Il teatro è buono o no e noi lavoriamo per fare sempre del buon teatro».
Il mondo del cinema lamenta da mesi un po’ di sofferenza. Come sta il teatro?
«Sono fortemente vicino al mondo del cinema che vive un momento di difficoltà anche per la concorrenza delle nuove piattaforme. Quanto al teatro, già più di 40 anni fa si diceva che il teatro fosse in crisi. Io ho percorso una vita a teatro, ho fatto tanto cose belle e visto tante sale piene. Sono convinto che il teatro non scomparirà mai perché non esiste un altro modo per scambiarsi emozioni dal vivo se non attraverso il rapporto che un artista, sia esso un attore, un musicista o un ballerino, instaura con il pubblico. Lo sguardo, la relazione tra palcoscenico e pubblico non sarà mai sostituito e avrà lunghissima vita».
Nel rapporto con la città, qual è l’aspetto che vi rende più riconoscibili?
«Fin dalla riapertura del Duse dopo la soppressione dell’Eti, ho sentito e percepito in maniera molto netta l’affetto dei cittadini e questa cosa non è scontata. Il rapporto con i bolognesi ci parla di una grande connessione, ma anche di rispetto da parte nostra nel cercare di offrire progetti artistici sempre importanti e di qualità, che siano portatori di benessere per l’intera comunità. Allo stesso tempo, il Duse ha costruito un rapporto altrettanto importante con le strutture artistiche del territorio con le quali esistono collaborazioni virtuose per la condivisione di progetti. A questi partner e alla città tutta mettiamo a disposizione uno dei teatri più belli e storici d’Italia, con tutto il suo appeal».
Il gusto del pubblico nell’era dei prodotti on demand è cambiato. Il teatro resiste o viene scelto proprio per la sua diversità?
«Il teatro ci seppellirà, è una forma d’arte che non scomparirà mai, avremo sempre bisogno del rapporto dal vivo che si crea a teatro tra palco e platea. Se è vero che siamo sempre più connessi ma sempre più soli, a teatro ci si sente, appunto, meno soli. La funzione stessa del teatro è quella di condividere emozioni, di riflettere, discutere e divertirsi insieme e questa funzione non tramonterà mai, anche di fronte alle nuove porte aperte dalla tecnologia. Sarà il teatro a usare l’Intelligenza artificiale e non viceversa».
