Prodiani edipici, pericolosamente anacronistici

Riconosciuto definitivamente a Elly Schlein il coraggio e il merito di aver indicato una rotta un po’ più precisa alla sinistra italiana, poiché ogni stagione della Storia ha le sue donne e i suoi uomini domandiamoci se, finiti questo mandato e questa legislatura, non sia il caso di rivedere qualcosa. Anche a costo di fare i conti con l’eredità politica di coloro che l’Ulivo e il Pd li hanno prima immaginati e poi costruiti

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Rileggendo l’ultima riflessione affidata da Aldo Bacchiocchi a queste pagine (qui), e ragionando del concomitante approdo del cosiddetto ddl Delrio in Commissione Affari Costituzionali al Senato (qui), viene da chiedersi dove si possa ancora trovare, al giorno d’oggi, la saggezza ulivista da lui invocata.

Certo il testo del ddl (qui), almeno all’apparenza, potrebbe sembrare nulla più che una pressoché innocua presa di posizione di una minoranza partitica interna, peraltro già disconosciuta dalla maggioranza. E in fondo, anche l’attacco all’autonomia accademica e scolastica che in realtà nasconde non è nulla di nuovo. Perlomeno, niente che non sia già stato tentato più volte dalla destra di governo. Aggiungiamoci quella spruzzatina di distopia orwelliana che sostanzialmente rende l’antisemitismo un reato d’odio peggiore degli altri reati d’odio – dopotutto si sa, «siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri» – e non risulta difficile intravedere nel testo del provvedimento tutti i principali connotati del déjà vu. Perciò lascerei perdere le pur gravi implicazioni giuridiche della vicenda, per concentrarmi invece sulle sue conseguenze politiche.

Trent’anni possono passare in fretta, oppure molto lentamente. Tutto sta nell’intensità con cui li viviamo. Eppure non c’è dubbio che, rispetto a quel 1996 ricordato con affetto da Bacchiocchi, le cose del mondo siano cambiate decisamente. Se in meglio o peggio, è tutto sommato inutile stabilirlo in questa sede. Trent’anni possono passare anche offrendoci una qualche forma di saggezza, oppure lasciarci esattamente identici a quando abbiamo cominciato. Tutto sta nella consapevolezza con cui li attraversiamo.

Ecco, nell’immaginare il «Pd nuovo» e il centrosinistra che verrà, come chiede Bacchiocchi, cominciamo magari dal chiederci se il ramoscello d’ulivo, più che a riappacificare, sia servito in realtà in tutti questi anni a nascondere un fallimento politico, quella pervicace ostinazione a voler tenere insieme tutto e il suo contrario, spesso e volentieri con la scusa flebile di un nemico comune o col pretesto di un’ambizione governativa e governista che, ogni volta, ha finito per collassare inevitabilmente sopra identità contraddittorie.

Una volta stabilito questo, e riconosciuto definitivamente a Elly Schlein il coraggio e il merito di aver indicato una rotta un po’ più precisa alla sinistra italiana, poiché ogni stagione della Storia ha le sue donne e i suoi uomini domandiamoci se, finiti questo mandato e questa legislatura, non sia il caso di rivedere qualcosa. Anche a costo di dover fare i conti con l’eredità politica di coloro che l’Ulivo e il Pd li hanno prima immaginati e poi costruiti.

Perché per esempio in quel saggio ‘96 Sandra Zampa e Pier Ferdinando Casini, oggi senatori Pd eletti a Bologna e cofirmatari del ddl Delrio, c’erano già e addirittura su fronti opposti, confermando la tesi di cui sopra. A mancare, invece, erano gli splendidi centomila che lo scorso ottobre hanno sfilato per le vie della città e che ogni giorno, ormai da due anni, compiono piccoli o grandi gesti in difesa dei diritti umani e di quelli di un popolo oppresso (qui).

Ferma restando la gratitudine per quanto fatto – anche verso chi oggi ha scelto di stare da un’altra parte – credo sia a loro e alle loro istanze, innanzitutto, che oggi occorra dare risposte il più chiare e coerenti possibile.


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