Ancora pochi giorni per visitare l’esposizione, a cura della Fondazione Mast, che indaga l’esilio e la perdita della casa e della patria come elementi centrali del processo storico che collega il genocidio attualmente in corso a Gaza alla “Nakba”, l’espulsione di massa dei palestinesi dai loro villaggi a opera delle forze sioniste, avvenuta tra il 1947 e il 1949. I materiali presentati sono prodotti da Forensic Architecture, centro di ricerca della Goldsmiths University of London, che indaga su violazioni dei diritti umani
di Paola Bonora, già docente ordinaria di Geografia Unibo
Nella grande gazzarra intorno ai “macigni”, tra chi lodava, chi criticava e chi “ehi, ci sono anch’io”, abbiamo dimenticato un’altra, preziosa, iniziativa culturale in corso: la serie di mostre che la Fondazione Mast ha donato alla città. Rimangono ancora visitabili solo quella presso la sede e quella nei sotterranei di palazzo Bentivoglio. Quest’ultima, prorogata sino all’11 gennaio, spero venga resa permanente e possa diventare un riferimento rigoroso e scientifico per famiglie, insegnanti e tutti coloro che vogliano capire le dinamiche storiche e le implicazioni attuali di un conflitto esiziale per i palestinesi – tanto più dopo gli inaccettabili episodi censori in alcuni istituti scolastici (qui e qui).
“Looking for Palestine” – questo il titolo della mostra – è un’esposizione che non va guardata, ma studiata in tutti i dettagli. Come spiega il sito della Fondazione «l’esilio e la perdita della casa e della patria sono elementi centrali del processo storico che collega il genocidio attualmente in corso a Gaza alla Nakba (“catastrofe” in arabo), l’espulsione di massa dei palestinesi dai loro villaggi a opera delle forze sioniste, avvenuta tra il 1947 e il 1949». I materiali presentati sono prodotti da Forensic Architecture, centro di ricerca della Goldsmiths University of London, che indaga su violazioni dei diritti umani, lavora in collaborazione con realtà della società civile e ha condotto indagini in tutto il mondo insieme a o per conto delle vittime, che siano comunità o singoli individui. Gli esiti di questo lavoro sono stati presentati in tribunali nazionali e internazionali, tra cui la Corte Europea dei Diritti dell’uomo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e la Corte internazionale di giustizia dell’Aia.
Si tratta di un paziente lavoro di indagine storica e spaziale che va colto con calma, dandosi il tempo di analizzarla con cura, leggendo i testi minacciosi dei volantini, “bombe informative” lanciate sui gazawi per farli sfollare, ascoltando i boati registrati nelle notti e le testimonianze raccolte nei video, capendo le mappe mentali dei pochi sopravvissuti a rappresentazione del proprio mondo. Tentativi di ricostruire almeno nella memoria l’identità perduta, quella che si incarna nei luoghi.
Il processo di sostituzione culturale e etnica in atto in Palestina agisce non solo con la cacciata e lo sterminio degli abitanti, ma interviene anche sulla spazialità, attraverso la cancellazione delle determinazioni territoriali frutto dell’opera millenaria delle popolazioni insediate, delle loro tecniche costruttive, dei sistemi agrari. Città e villaggi demoliti, campagne riconfigurate, kibbutz costruiti sui confini di Gaza a pianta pentagonale per ottimizzare le linee di fuoco (come le città da guerra nel XVI secolo). Un itinerario documentato anche attraverso foto aree e ricostruito in eloquenti cartografie. Modifiche sistematiche volte all’annullamento della storia e delle sue proiezioni territoriali.
La mostra sottolinea la continuità tra le azioni e i meccanismi alla base del trasferimento forzato, presente e passato, a opera di Israele e il trauma fisico e psicologico generato da questi cicli di espropriazioni. «Attraverso bombardamenti indiscriminati, invasioni di terra e incessanti ondate di ordini di evacuazione, Israele – precisa il sito – ha perseguito con ostinazione l’obiettivo di frammentare la società palestinese come avvenuto durante la Nakba, erodendo qualsiasi senso di stabilità nel territorio e nella comunità, al fine di favorire ulteriormente la fuga degli abitanti e scoraggiarne il ritorno. I lavori proposti non si limitano a documentare questi cicli di violenza diretta e indiretta ma propongono strategie di resistenza per combattere la guerra di cancellazione tuttora condotta da Israele».
Un invito a noi, corresponsabili della catastrofe in corso, a conoscere, capire, contrastare. Su, andate a visitarla, c’è molto da imparare.
Photo credits: Fondazione Mast

Interessante, molto interessante l’idea di renderla permanente. Ne avete parlato con la Città Metropolitana e/o con l’Unione Reno Galliera?
Gaza: quando gli oggetti e le immagini raccontano la storia
Quando sono andata a vedere “Looking for Palestine” a Palazzo Bentivoglio avevo ancora negli occhi una mostra su Gaza vista qualche mese fa all’Istituto del Mondo Arabo di Parigi.
“Trésors sauvés de Gaza. 5.000 ans d’histoire” metteva in mostra circa 130 reperti archeologici tra cui anfore, mosaici, stele funerarie, statuette ellenistiche, resti cristiani e islamici, parte di una collezione di oltre 500 reperti in deposito a Ginevra.
Scendere nei sotterranei dell’IMA era come attraversare una soglia. Gaza non era più solo macerie e bombardamenti, ma una città stratificata, fertile, attraversata da civiltà, commerci e religioni. Gli oggetti antichi e le fotografie dei primi del Novecento restituivano un messaggio semplice. Gaza è sempre stata abitata, coltivata, costruita e trasformata. Nella seconda parte dell’esposizione si precipita nell’attualità con le immagini di scavi interrotti e archeologi al lavoro tra rovine fumanti e cantieri congelati dai bombardamenti dell’ottobre 2023.
A Bologna il collettivo Forensic Architecture, autore di “Looking for Palestine”, pratica una sorta di archeologia forense del presente: usa tecnologie digitali, ricostruzioni 3D e analisi spaziali per documentare violazioni dei diritti umani che rischiano di essere cancellate.
Se a Parigi erano anfore e mosaici a testimoniare la stratificazione storica di Gaza, a Bologna sono le immagini, i video, le testimonianze dei sopravvissuti a diventare prove materiali.
Il filo che lega le due mostre è lo stesso: restituire visibilità e dignità a ciò che viene sistematicamente cancellato. Gaza non può essere ridotta a macerie nell’immaginario collettivo, perché è storia viva, da cinquemila anni a oggi.