La storica firma delle pagine culturali del “Carlino” porta in libreria la sua prima opera narrativa con Pendragon, “Ultima pagina. Volevo fare il giornalista”, che racchiude i ricordi di un’epoca, il 1980, molto diversa da oggi. Tra goliardate, macchine da scrivere, gesta poco eroiche e battutacce, Cumani rivive la visione di un mondo divertente, dissacrante, combattivo, senza dimenticare lo spettro della Storia. La presentazione il 17 febbraio in Sala Borsa con Roberto Grandi e Marcello Fois
di Edoardo Cassanelli, giornalista
Ci sono storie che ci accompagnano indietro nel tempo, ci immergono in realtà che a volte crediamo talmente lontane da non sentirne più l’eco. Ma i libri sono fatti apposta per cogliere i rimandi e imbrigliarli, come fossero un nutrimento per l’immaginazione del lettore. E così, sfogliando pagine e assorbendo capitoli, ci muoviamo a fianco dei personaggi, proviamo ciò che provano loro, fino a comprenderne ogni singolo tassello d’interiorità.
Il giornalismo italiano è una realtà vasta e affascinante, si potrebbe dire effervescente, e quarant’anni fa il fare informazione era molto diverso rispetto a oggi. Il romanzo “Ultima pagina. Volevo fare il giornalista”, edito dalla casa editrice bolognese Pendragon, ci riporta esattamente a quell’epoca, raccontata con dovizia dal suo autore, Claudio Cumani, giornalista di lungo corso e firma delle pagine culturali de “Il Resto del Carlino”. Ne parlerà martedì 17 febbraio in Sala Borsa, alle 18, con due nomi importanti della cultura bolognese, il massmediologo Roberto Grandi e lo scrittore Marcello Fois.
Il breve romanzo parla di un tempo che Cumani ha vissuto e che porta ancora stretto a sé, fulcro del suo bagaglio formativo, rivelandoci particolari accattivanti sui vecchi “pesta tastiere”.
La storia di “Ultima pagina” è ambientata nel 1980, un anno particolare a Bologna, qui messa sullo sfondo, in pratica mai nominata, eppure la sua aura, dietro il velo della narrativa, la si percepisce bene. Parliamo di un vero e proprio annus horribilis, segnato da tragici eventi, l’omicidio del giornalista Walter Tobagi, Ustica e l’attentato alla Stazione centrale. Ma oltre a rendere a noi vicini quei fatti oscuri della Repubblica, il libro ci fa scivolare, attraverso periodi articolati, vorticosi, e con uno stile ironico e provocatorio, nella concretezza delle redazioni di allora, dove i giornalisti lavoravano in “stanzoni” ingoiati dal fumo delle sigarette e dal ritmo stridente dei tasti delle macchine da scrivere, ad esempio le mitiche Olivetti Lettera 22. Uno spaccato che ci fa sentire persino il tintinnio degli spiccioli nelle tasche usati nelle cabine telefoniche e il fruscio della carta dei taccuini riempiti di fretta. Insomma, Cumani ci descrive nel dettaglio le “arti” di un mestiere dinamico e intraprendente, dando forma a un elogio all’emozione che si prova nel leggere le pagine di un quotidiano (cartaceo!) e al sentire l’inchiostro fresco della tipografia sui polpastrelli. «La mattina sono uno di quelli che annusa le pagine per sentire quell’odore di rotativa che lo connette con la vita che lo circonda», dice infatti l’autore nella sua nota all’inizio del libro. Da queste parole si capisce davvero l’amore verso la professione, verso la “caccia alla notizia”.
Il protagonista del romanzo, Milordino abbreviato in “Millo” (forse un alter ego?), ci tiene per mano illustrandoci le sue sgangherate avventure redazionali, nello “Stanzone” di un importante giornale in cui i ferri del mestiere si forgiano senza badare ai sentimentalismi. Il suo posto è al cosiddetto “Ufficio Province” (una sezione ormai scomparsa nelle testate attuali), un microcosmo caratterizzato da colleghi maestri del cazzeggio, battute sessiste, esilaranti aneddoti erotici, risate a crepapelle e urla sguaiate. Un luogo simile quasi a un girone dedito al non lavorare, o meglio a «una Fortezza Bastiani pronta a difendere l’incompetenza», come scrive Cumani, riferendosi a “Il deserto dei tartari” del collega Dino Buzzati. Gli uomini e le donne che fanno da contorno alle vicende di Millo sono tutti a loro modo pittoreschi e si presentano al lettore con nomignoli spassosi, dal Decano al Bulgaro al Baskettaro; una sorta di Compagnia dei Celestini – per dirla alla Stefano Benni, grande giullare della nostra letteratura scomparso di recente, una penna geniale che Cumani conosceva bene e ammirava, e le cui “tracce” si possono cogliere, a mo’ di omaggio, fra i capitoli di “Ultima pagina” – davanti alla macchina da scrivere.
Il mondo di allora era di sicuro meno rigido rispetto al nostro presente, marchiato da contraddizioni, ipocrisie e inutili complicazioni, da involuzioni sociali tipo il politicamente corretto e la cancel culture. Quarant’anni fa c’erano meno regole da seguire, la tecnologia non era tremenda e soffocante, il linguaggio era spregiudicato, privo di filtri, un approccio affatto formale, divisivo certo, ma non meno autentico, temprante. È una fetta di passato che non è destinata a tornare, e in parte è meglio così, ciò non toglie che pure tale fetta meriti la sua piccola porzione di memoria, senza pregiudizi e “correzioni”. Perché il passato va preso nella sua naturalezza, solo in questo modo ci si può incamminare verso il futuro con delle certezze.
E il passato Millo, ovvero quel fatidico 1980, lo ricompone in un lungo flashback da adulto, di fronte agli amici avventori del goliardico caffè “Non ho l’età”. Il suo viaggio all’indietro dai toni farseschi mette a nudo la sua identità di venticinquenne appena laureato, ancora estraneo ad alcune “formule” di maturità, assieme alla sua consapevolezza del mutamento, dell’orrore di Ustica e della bomba alla stazione.
Questo fa Millo, questo fa Cumani: ci ricordano che basta poco o niente per cambiare le carte in tavola, sconvolgere le esistenze, e tramutare la spensieratezza di un ragazzo nella coscienza critica di un uomo.
