Al Pilastro serve un ponte, non un muro

Evocare Cossiga e il ’77 è un delirio, ma conviene evitare l’errore che Pci e Palazzo d’Accursio fecero allora quando convinti delle proprie buone ragioni rifiutarono il dialogo con il dissenso bollandolo come violento e prevaricatore. C’è una parte dell’opinione pubblica di centrosinistra che pensa si debba fare ogni sforzo per superare una contrapposizione che non giova a nessuno se non a chi strumentalizza lo scontro per qualche misero interesse elettorale

di Aldo Balzanelli, condirettore di Cantiere Bologna


Chi, parlando del Pilastro, ha evocato i carri armati di Cossiga e il ’77 non ha il evidentemente senso della misura e della realtà. Chi ha paragonato la recinzione del MuBa al lager di Auschwitz non ha evidentemente il senso del ridicolo. Però…

C’è un però. A scanso di equivoci ho firmato la petizione favorevole alla realizzazione del Museo, ma lo scontro durissimo e prolungato sul progetto del Comune induce qualche riflessione a chi ha la mia età e ha vissuto gli anni che contrapposero il “Movimento” all’amministrazione comunale e alla sinistra, in particolare al partito più rappresentativo e rappresentato dell’epoca, il Partito Comunista Italiano.

In quegli anni non condividevo quasi nulla delle tesi e delle pratiche del “Movimento del ‘77”. Mi appariva ridicolo il ritratto di una città che a me sembrava sostanzialmente ben amministrata e veniva invece descritta come una culla della repressione poliziesca, oppressa dal regime asfissiante del Pci, testardamente impegnata a soffocare ogni dissenso e ogni creatività per difendere una “vetrina” in realtà impresentabile, tanto da meritare un affollatissimo convegno internazionale “Contro la repressione” capace di infrangerla, quella vetrina. Mi apparivano preoccupanti le autoriduzioni, le occupazioni violente, le spese proletarie, i frequenti scontri di piazza, bizzarra la teoria del rifiuto del lavoro, del “lavorare con lentezza”, il “vogliamo tutto e subito”, qualche contiguità di troppo con chi stava decidendo di scegliere la lotta armata. Su tutto questo litigavo spesso con gli altri fuorisede che invece partecipavano alla “rivolta”, con i quali eravamo amici e con cui condividevamo le serate in osteria.

Allo stesso modo oggi non sottoscrivo quasi nulla delle tesi dei protestatari del Pilastro. La lotta alla cementificazione (che non esiste), contro i cedimenti alla speculazione (ma quale? è un bene pubblico), lo scandalo per i quattro alberi trapiantati, la definizione di “fascista” attribuita alla giunta “Lepore/Clancy” , l’aggressione verbale alla stessa vicesindaca davanti alla targa che ricorda l’omicidio di Francesco Lorusso e via delirando.

Ho l’impressione però che, come negli anni Settanta il Partito Comunista e la giunta di Renato Zangheri non compresero cosa stava accadendo, tanto da spingere Enrico Berlinguer a definire «quattro poveri untorelli che non spianteranno Bologna» i ragazzi del Movimento, oggi il Pd e la giunta sottovalutino la frattura che il braccio di ferro al Pilastro sta determinando. Non tanto con chi strumentalizza il malcontento per conquistare qualche voto o semplicemente per “fare casino”, utilizzando la violenza e rifiutando il confronto. Ma con una fascia di opinione pubblica, che appartiene per lo più alla metà del campo del centrosinistra, dentro e fuori i confini del Pilastro, alla quale violenza e prevaricazioni non piacciono per nulla, ma che ritiene che vada fatto ogni sforzo possibile per ristabilire un dialogo, un confronto. Uno sforzo in più del “percorso di partecipazione” che pur c’è stato, ma che evidentemente non è stato sufficiente, che ha rispettato le regole formali ma che non è riuscito ad andare nel profondo.

Non credo che tutti i manifestanti siano “antagonisti” violenti contrari a prescindere, né soltanto ragazzini del rione con voglia di menare le mani e giocare alla rivoluzione. C’è sicuramente anche questo, ma a guardar bene c’è qualcosa di più e di diverso che va affrontato senza arroccarsi dietro le proprie ragioni (anche quando sono tante).

Nel ’77 fu alzato un muro invalicabile contro il dissenso da chi riteneva di avere la ragione dalla propria parte. Ci sono voluti decenni per ammettere che fu un errore e altrettanto tempo per ricucire un rapporto virtuoso con un’intera generazione. Fatte le debite proporzioni (il Pilastro non è piazza Verdi e i manifestanti di oggi non sono le migliaia di allora), quello di quasi 50 anni fa è un errore che sarebbe bene non replicare.

Alexander Langer ricordava sempre che bisogna rendersi disponibili all’apertura nei confronti dell’altro costruendo ponti, non muri. Anche quando questo costa un’immensa fatica.

Photo credits: Il Resto del Carlino


2 pensieri riguardo “Al Pilastro serve un ponte, non un muro

  1. Reale articolo come da tempo non li leggevo ma la speranza di un dialogo è praticamente zero e chi scrive lo Sto arrivando! meglio di me

RispondiAnnulla risposta