Che roba, “Contessa”

È la vita che imita l’arte o è, al contrario, l’arte che imita la vita? Chissà se Renata Viganò, scrittrice, partigiana e poetessa, pensò a uno dei quesiti di Oscar Wilde, quando compose il suo romanzo di maggior successo, “L’Agnese va a morire”

di Vincenzo De Girolamo, giornalista


Ingiustamente dimenticata dai libri scolastici e spesso emarginata dai dibattiti culturali, Renata Viganò,  una protagonista attiva della Resistenza italiana, è stata ricordata, il 23 aprile scorso, in occasione del cinquantesimo anniversario dalla morte, presentando al pubblico non solo la nuova edizione del romanzo “L’Agnese va a morire” (Einaudi, aprile 2026) con introduzione curata dalla critica letteraria Daniela Brogi. A celebrare la figura dell’autrice bolognese, è stato il convegno “Renata Viganò. Scrivere la Resistenza”, relatori la scrittrice pedagogista Tiziana Roversi e l’italianista Alberto Di Franco, tenutosi nella sala consiliare del Comune casalecchiese, organizzato da Anpi Provinciale Bologna in collaborazione con la sezione cittadina, Comune di Bologna e Comune di Casalecchio di Reno. Con il convegno e le iniziative collaterali avute durante la giornata, si è voluto creare un momento di approfondimento storico, letterario diretto al ricordo della partigiana scrittrice.

Il convegno si è sviluppato attorno a una trama fatta per immagini, sintesi della vita di Renata Viganò. Nata a Bologna il 17 giugno 1900, è stata infermiera, partigiana e scrittrice. Da bambina sognava di fare il medico, ma le difficoltà economiche incontrate dalla sua famiglia non le hanno permesso di continuare gli studi al liceo Galvani. Fu così che Renata, occupò un “posto nella classe operaia”, come inserviente prima e poi infermiera negli ospedali bolognesi, un lavoro che non le impedì di scrivere, l’altra sua passione manifestata a tredici anni, con la pubblicazione della raccolta di poesie “Ginestra in fiore”.

Sino all’8 settembre del 1943 la Viganò continuò a lavorare in ospedale e a scrivere, per quotidiani e periodici. Con l’armistizio decise di dare alla sua vita una nuova svolta: con il marito, Antonio Meluschi, e il figlio, l’infermiera-scrittrice partecipò alla lotta partigiana nelle valli di Comacchio e in Romagna.“Contessa” fu il nome attribuitole, principalmente per il suo atteggiamento signorile, calmo e dignitoso, mantenuto anche nelle difficili e pericolose condizioni della lotta nelle valli di Comacchio. Ricoprì il ruolo di infermiera, staffetta o collaboratrice della stampa clandestina. Di questa esperienza è pervasa anche la sua produzione letteraria.

Alberto Di Franco ha fatto notare come la figura della madre nella letteratura di Gorkij possa essere accostata ad Agnese. Il personaggio di Renata Viganò rappresenta la “madre coraggio” della Resistenza italiana, simile per forza e sacrificio alla madre nell’opera di Gorkij. Per l’italianista, entrambe le figure evolvono da donne umili e sottomesse a simboli di lotta consapevole, guidate dall’istinto materno e dalla fede nella giustizia. Entrambe le figure sprigionano forza morale e sacrificio che agiscono per una causa superiore, mettendo a rischio la propria vita e affrontando il dolore con grande forza etica.

Tiziana Roversi le attribuisce un merito che nell’immediato dopoguerra non era riconosciuto alle donne: essere stata tra le prime autrici capaci di rivalutare il ruolo femminile nella Resistenza italiana e l’attività di primo piano avuto durante la guerra di Liberazione. La prova dell’autonomia e consapevolezza attestata ad Agnese nel romanzo, diventa realtà nei passaggi in cui la donna dedita solo alla casa e al marito prima, decide poi di abbracciare la lotta resistenziale come partigiana attiva, staffetta e supporto logistico dopo la morte di lui e l’uccisione per sfregio del gatto da parte di un soldato tedesco.

Tra gli interessi di Renata Viganò c’è stata anche l’infanzia, così non si è potuto tralasciare un accenno al racconto “La bambola brutta: storia di Eloise Partigiana” comparso nel 1960 sulla rivista “Il Pioniere” diretta da Gianni Rodari, oggi leggibile in forma di albo illustrato da Viola Niccolai nell’edizione curata dalla Brigata Viganò, con e il contributo scientifico di Antonio Faeti.

Si è ricordato anche che la loro casa bolognese di via Mascarella 63 nel dopoguerra fu ritrovo d’intellettuali, fra gli altri si ricordano Pier Paolo Pasolini, Enzo Biagi, Giorgio Bassani, Achille Ardigò, Roberto Roversi, Giuseppe Dozza.

Al convegno ha portato i saluti il sindaco di Casalecchio, Matteo Ruggeri, l’assessore alla Cultura Andrea Gurioli, l’assessore all’Educazione alla Pace del Comune di Bologna, Daniele Ara, la presidente Provinciale di Anpi Bologna, Anna Cocchi, moderati nei loro interventi da Forte Clò (Ufficio di presidenza provinciale Anpi Bologna). Presenti familiari della scrittrice.
L’appuntamento si è chiuso con la lettura di brani contenuti nella pagina scritta tratta da “L’Agnese va a morire” a cura della classe 5G dell’Itcs Gaetano Salvemini.
Un secondo appuntamento con Renata Viganò è a ottobre, per un secondo convegno sulla sua figura non solo di letterata.


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