Per dar vita a una vera discussione cittadina non basta criticare l’informazione. Servono idee e, soprattutto, il coraggio di esporle. Qualcuno lo fa, qualcun altro non può permetterselo. In tanti, invece, si nascondono dietro un mutismo tanto conveniente quanto inutile
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Una delle poche regole interne che la redazione di questa rivista si è data, al momento della sua nascita o giù di lì, è quella che chiede ai suoi componenti, anche quando vengano citati direttamente, di astenersi dal rispondere ai commenti che, di tanto in tanto, i lettori affidano all’apposita sezione presente sul sito quanto sui social. Questione di igiene mentale, in alcuni sporadici casi, e di rispetto per la libertà d’espressione altrui nella stragrande maggioranza delle occasioni. Del resto, chi ha l’abitudine di scrivere sa: così come i figli, pure i testi sono del mondo. Una volta “partoriti”, hanno diritto di scegliersi da soli la strada da intraprendere, anche quando questa non convinca del tutto i genitori.
Ciò detto, le eccezioni che confermano la regola restano pur sempre possibili. Soprattutto laddove si presentino ammantate di quell’aura mistica che risuona, nella mente di chi la coglie, come un invito superiore ad abbracciare l’attimo e a rischiare qualcosa, per ottenere finalmente la risposta a un cruccio ricorrente che tanto si cercava.
L’uomo della provvidenza, in questo senso, mi è apparso nelle sembianze del Signor Amadori. Il quale, commentando gentilmente l’ultimo scritto a mia firma (qui) e citando il Quartiere San Donato-San Vitale, mi ha ricordato l’attesa, ormai semestrale, dell’eventualità di poter chiedere lumi circa lo sfacelo politico che, in questi ultimi anni, il Partito democratico ha messo in scena nella gestione amministrativa di quella zona della città. E soprattutto di sapere su quale base di consultazione collettiva, e con quale diritto di prelazione rispetto agli alleati, pochi istanti dopo le dimissioni dell’ex presidente Adriana Locascio già ci veniva assicurato che il suo successore, nel 2027 e dopo l’interregno di Andrea Serra, sarebbe stato Matteo Meogrossi, “coordinatore provinciale” dem (qui).
Come spesso succede in queste situazioni, tuttavia, il potenziale era ben superiore a quello inizialmente preventivato. Perché se da un lato realizzavo di aver già più volte affrontato il tema politico-amministrativo (qui e qui, per esempio) e dall’altro riconoscevo un sostanziale disinteresse per la parabola di Meogrossi – se il suo partito lo candida e gli elettori lo votano, fa bene lui -, il resto dell’invettiva amadoriana mi consentiva un excursus diverso e decisamente più autentico, di cui mi scuso fin d’ora con i lettori.
Per quanto sia un destino comune e già noto, infatti, è sempre ironico e straziante allo stesso tempo rendersi conto di aver inseguito una vita intera sé stessi per poi ritrovarsi inesorabilmente, sebbene in epoche e ambiti differenti, a lottare per le identiche battaglie che combatteva il proprio padre: essere riconosciuti soltanto per le proprie capacità e non per la tessera che si ha o non si ha in tasca, e liberi di scegliere o schierarsi pur senza essere cooptati in logiche settarie che nulla c’entrano con la competenza, ma anzi spesso e volentieri la negano, la sviliscono e, quando gli fa comodo, la usano per i propri fini.
Una libertà totale e totalizzante che in contesti provinciali, com’è purtroppo ancora il nostro (qui), diventa un principio da difendere con ostinazione feroce. Anche a costo di perdere tutto ciò che si è costruito col tempo e la pazienza. Siano traguardi, oggetti o relazioni.
Un’indipendenza non negoziabile che sappia tradursi anche in autoironia, riconoscendo un feticcio metasessuale per il concetto di Ztl (qui) o sfoggiando orgogliosamente, sul bavero della giacca, la spilletta di radicalscic affibbiatagli dall’amico Dalle Donne (qui), che alla fin dei conti sul People Mover forse aveva davvero ragione.
Un’autonomia radicale, infine, che non dimentichi mai che si può stimare qualcuno pur senza condividerne in tutto o in parte la filosofia (qui), e apprezzarne l’operato anche osservandone i limiti (qui). Ricordandosi sempre che quello che proprio non si può fare, a maggior ragione quando si esercita il nostro mestiere, è chiudere volontariamente ogni orifizio per poter fingere di non vedere, imporsi di non sentire, e avere così il pretesto per non parlare.
Il secondo uomo della provvidenza, un collega cui l’onorata carriera ha garantito il rispetto richiesto dalla grandezza e la gratitudine dovuta a un’attenzione non scontata, commentando in privato l’articolo che tanto è piaciuto al Signor Amadori ha ammesso di essersi trovato, per la prima volta, d’accordo con l’analisi esposta, chiedendosi però quale ruolo svolga la stampa cittadina per aprire un vero dibattito sulle scelte dell’amministrazione, sull’approccio del sindaco, sui problemi che emergono nel partito egemone, sui rapporti tra poteri forti e struttura comunale.
Se per parte nostra posso solo garantirgli che ci stiamo provando – e omaggiare i miei compagni d’avventura per l’impegno e la cura che ci stanno mettendo -, per parte mia gli rispondo pubblicamente che i suoi dubbi sono molto più che legittimi. Anche se molto spesso, a onor del vero, non è colpa di noi giornalisti. Tu chiamale, se vuoi, querela temeraria e partita iva.
Al Signor Amadori, invece, rivolgo il ringraziamento che si deve a chi, criticando l’operato di qualcun altro, lo spinge a guardarsi indietro e a rivalutare il cammino fin lì percorso da una nuova angolazione. Perché se è molto probabile che, come in questo caso, di quando in quando io scivoli nell’autoreferenzialità di cui lui mi accusa, è altrettanto certo che grazie a Dio non ho mai dovuto, e men che meno voluto, scendere a patti con la mia coerenza. Vorrei che tutti, in ogni campo, potessero dire lo stesso.

Come molto spesso mi accade quando la leggo non ho colto il senso del suo articolo, se non parzialmente. Probabilmente della mia replica se ne potrebbe fare a meno ma essendo chiamato in causa per ben tre volte qualcosa sento di volerla dire.
Lei, come tutti i giornalisti, rispetto ad una critica che considero puntuale chiama in causa la libertà e l’indipendenza che servono per far parte del club esclusivissimo dei cani da guardia della democrazia.
Premesso che non ho gli strumenti e nemmeno la presunzione di esprimermi sul suo percorso, sicuramente penso di potermi sbilanciare sulla retorica che sta troppo spesso dietro al rivendicare alterità, quando troppo spesso invece si finisce a fare da cassa di risonanza della giunta.
I suoi massimi riferimenti, direttore e condirettore di questa testata, sono un po’ leggerini quando fanno le loro interviste al sindaco e, recentemente, anche al presidente della Regione e rispetto a delle sparate oscene sul tema della sicurezza (roba che sarebbe naturale sentire dire da politici del governo che poi tanto criticano) li lasciano uscire da questi confronti belli sereni e ringalluzziti come dopo una chiaccherata tra amici.
Lei stesso mi ricordo, oltre ad avere il vizio di essere di difficilissima comprensione quando scrive, non è certo così indipendente quando si lancia in difesa della vice sindaca (“Amor vincit omnia” del 16/04/2025) perorandone la causa manco si parlasse di Madre Teresa di Calcutta.
Ora lungi da dire che lei è sceso a patti con la sua coerenza (non ho gli strumenti, né ribadisco la conoscenza per esprimermi al riguardo) posso solo dire che se ha sentito di dover rispondere a distanza di 9 giorni evidentemente un fondo di verità in quello che ho scritto c’era. Fosse anche solo il riferimento al radicalchicchismo e al partito della ZTL.
Io ritengo di essere l’ultimo a potersi arrogare il diritto di salire su un pulpito e dire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Ma di fronte all’appiattimento che buona parte dell’intelighenzia di questa città esprime rispetto al nostro sindaco, ho la necessità di esprimere il mio dissenso radicale.
Su questo credo che ci separi un abisso, a prescindere dalle critiche che lei può aver espresso al PD sulla gestione del quartiere San Donato-San Vitale e su cui, da abitante del quartiere, sono daccordo.
Lei pensa che il correttivo possa venire dal ritorno ad una “sana” competizione elettorale tra due candidati forti e rappresentativi delle loro coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra.
Io questa differenza tra Lepore e Fini, al di là della facciata, non la vedo e credo che appiattire tutto ad una contesa che somiglierebbe molto più ad una finale di X-Factor che a un vero agone politico non faccia il bene della città.
Quello che latita non sono i leader o presunti tali. Qui quello che latita sono i valori e le idee al di là della retorica.
Alla prossima polemica, saluti