Savi contro Savi. Fabio contro Roberto: «Coperti dai Servizi? Ma se siamo in galera da 32 anni… Dietro la Fiat c’era solo la targa», è la replica, sempre via tv, alla versione del fratello che parla di terzo livello. Il Lungo dice una sua verità – da verificare – da sempre. Il Corto cambia ogni volta. Alberto anni fa disse qualcosa ma finì lì. Facciano quello che devono: dicano la verità. È l’unico modo per smettere di infliggere sofferenze a chi per mano loro ha perso parenti e gioia di vivere
di Giampiero Moscato, direttore cB
Savi contro Savi. Fabio contro Roberto. Il Lungo contro il Corto. La banda della Uno bianca, tra le peggiori espressioni della “nera”, anche perché composta da poliziotti, continua a fare danni. Come se non fossero passati 32 anni dai sei arresti che posero fine a un bagno di sangue – 23 morti e oltre cento feriti – compiuto con tante modalità, alcune delle quali apparentemente eversive, dal 1987 al ’94 tra Emilia-Romagna e Marche, da Bologna a Pesaro, passando per Forlì, Cesena, Rimini.
E che danni: a soffrirne sono ovviamente ancora le famiglie delle loro vittime. Io intervengo perché, pur non essendo più cronista giudiziario da oltre 20 anni e pensionato da otto, ho qualcosa da dire, perché alcuni protagonisti di quella vicenda e persone a loro vicine hanno continuato, negli anni, a contattarmi. Roberto Savi stesso nel 2023 mi chiese di intervistarlo, in videoconferenza, per cantierebologna.com, come si può vedere (qui).
Quando leggerete questo intervento avrete saputo dai vari mezzi di informazione che Fabio Savi ha appena confermato la sua versione di sempre («Dietro alla Uno Bianca c’erano una targa, un paraurti e i fanalini») nell’intervista andata in onda a mezzanotte del 29 maggio su Retequattro, nel programma “Quarto Grado” condotto da Gianluigi Nuzzi, rispondendo a Francesca Carollo nello “Speciale Carceri”. Nella sostanza, l’unico che non indossava la divisa della Polizia di Stato nella gang ha ripetuto ciò che aveva detto nel 2014 – nella precedente e fino a poco fa unica intervista televisiva – a Franca Leosini, nell’ambito di “Storie Maledette”. In fondo a questo articolo allego il testo della trascrizione della conversazione avuta con Retequattro: aiuta a capire.
Di fatto ribalta l’ultima versione che il fratello Roberto ha dato nell’unica intervista, rilasciata a “Belve Crime” qualche settimana fa, da quando è stato condannato all’ergastolo. Il Corto parla di protezioni avute dalla banda, di viaggi continui e frequenti a Roma, accusa una delle sue vittime – l’ex appuntato dei carabinieri Pietro Capolungo, assassinato durante una rapina nell’armeria in cui collaborava – di far parte dei servizi segreti e di averlo assassinato su commissione. Riguardare l’intervista (qui) può essere utile per fare un confronto tra le versioni contrastanti dei due fratelli.
Faccio notare che a “Belve” l’intervista è stata autorizzata. A me no. Io e la sua legale, l’avv. Donatella Degirolamo, chiedemmo di organizzarla, via Streamyard, per due volte tramite posta certificata condivisa. Perché intervengo? Perché, come scrissi all’epoca, Roberto Savi, tramite la persona che da sempre lo difende, aveva accettato le mie condizioni per poter fare l’intervista. Ne cito una, la più importante: Savi avrebbe dovuto parlare con rispetto delle vittime e dei loro familiari, dicendo la verità e senza usarci per fini impropri o malevoli. Il suo intento sembrava quello di chi in qualche modo vuole chiedere scusa, magari per avere qualche vantaggio personale nella dura vita carceraria, ma certo non diede segnali di voler fare “rivelazioni esplosive”. Il suo sogno, piuttosto, era quello di poter tornare a coltivare un orto, per dire.
L’intervista non avvenne mai. E poco dopo l’Ansa diede la notizia che Savi aveva fatto dichiarazioni spontanee alla Procura di Bologna: Roberto Savi: «Negli anni ’70 feci attentati con la destra» (qui). Roba minore, nemmeno verificabile. Nessun cenno a quello che avrebbe detto a “Belve” anni dopo.
Fabio conferma da 32 anni la sua versione, Roberto ogni volta che parla ne fornisce una nuova, sempre diversa, sempre confusa. Leggete cosa risponde il Lungo sui tre viaggi a settimana a Roma del Corto per andare alla sede dei servizi segreti… Se non si può giurare che quella di Fabio sia la verità, di certo si può sostenere che Roberto dica bugie. Se si danno versioni diverse ogni volta, alcune versioni (o tutte?) sono frutto di menzogne.
Certo, ci sono ancora punti oscuri – e fanno bene le parti civili a chiedere nuove indagini e i giornalisti a continuare a scavare – in una vicenda processuale che comunque è ben definita. Alcuni esempi: il terzo uomo, mai identificato, dell’assassinio dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu a Castelmaggiore nel 1988; il quarto personaggio che ci sarebbe (ma Fabio nega) nella strage del Pilastro dove altri tre carabinieri furono trucidati nel 1991; i depistaggi del carabiniere Domenico Macauda; il ruolo attivo o meno nella cattura dei sei criminali di Eva Mikula (anche l’ex fidanzata del Lungo, all’epoca minorenne, mi ha cercato più volte: ho riferito nei miei articoli, nel tempo, la sua versione dei fatti. Lei non ha accettato che da pensionato non ho più gli strumenti né tantomeno i poteri per confutare la verità giudiziaria, come mi ha chiesto di fare fino all’anno scorso); i contatti con la criminalità ungherese, le dichiarazioni di Pietro Gugliotta (suicida qualche mese fa in circostanze non chiare) a un educatore carcerario, a cui avrebbe detto che la banda fosse composta da più di sei uomini; le strane “ammissioni” del terzo fratello, Alberto Savi, fatte tanti anni fa sempre in ambito carcerario ma mai verificate.
Io continuo a essere convinto che la versione di Fabio sia la più coerente con la ricostruzione fatta da investigatori, inquirenti e giudici. Ha chiesto di essere di nuovo ascoltato dai Pm: lui e i suoi fratelli facciano quello che resta di utile da fare nella loro miserrima esistenza. Dire la verità sugli ultimi dubbi, chiarire i punti oscuri, mettere fine all’orrenda persecuzione che i loro silenzi e le loro bugie, unite alle più o meno giuste illazioni che da più parti si fanno, continuano a infliggere a chi, per mano loro, ha perso non solo dei familiari ma anche la gioia di vivere.
Di seguito l’anticipazione dell’intervista esclusiva a Fabio Savi, realizzata da Francesca Carollo, per lo Speciale carceri, andata in onda in versione integrale alla mezzanotte del 29 maggio 2026.
Lei per anni ha vissuto due vite: meccanico di giorno e membro della Uno Bianca di notte. Ma qual è la verità su Fabio Savi?
«Lo dissi già una volta: dietro all’Uno Bianca c’erano una targa, un paraurti e fanalini».
Per sette anni avete seminato il terrore tra Emilia-Romagna e Marche. Oggi, Savi, che nome dà a quello che avete fatto?
«Follia. Però bisogna partire dall’inizio, perché noi non abbiamo iniziato a compiere rapine così. Io avevo un’attività aperta con sacrificio, avevo raggiunto il mio sogno, lavoravo per una nota casa motociclistica. Poi in un brutto mese vidi una busta nella cassetta della posta: mi comunicavano che avevano ottenuto dal tribunale l’amministrazione controllata per quattro anni. Tutti i pagamenti congelati. Io avevo rate da pagare, cambiali in scadenza. Improvvisamente mi ritrovai coperto di debiti per comprare attrezzature e pezzi. Non so quella volta quanto piansi».
La prima rapina, quella al casello di Pesaro: pensava fosse l’ultima?
«Sì. Però poi non era venuto nessuno a prendermi. E allora ho pensato: magari una seconda si potrebbe fare».
Quando capisce che non è più un’azione sporadica ma sta diventando qualcosa di più grande?
«Non molto tempo dopo. Quando le rapine hanno cominciato a susseguirsi una dietro l’altra, addirittura anche un paio per sera».
Facevate due rapine a sera?
«Sì, perché mentre le forze dell’ordine correvano a un casello, noi sapevamo di non trovarle all’altro casello».
Alla fine, agivate soprattutto voi tre. Quando si allarga la banda?
«Agivamo noi tre e si allargò successivamente con l’entrata di altri complici».
Torniamo all’inizio. Lei, Roberto e Alberto: che rapporto c’era tra voi?
«Un rapporto morboso, troppo stretto, non sano. La mia famiglia si spostava spesso per lavoro. Mio padre prima faceva il camionista, poi ha lavorato in aeroporto. Noi arrivavamo sempre da forestieri, eravamo gli ultimi arrivati. I nostri amici eravamo noi tre».
Se le avesse detto di ammazzare qualcuno, lei lo avrebbe fatto?
«Sì. Poi dopo magari gli avrei chiesto perché».
Come mai smettete di rapinare i caselli?
«Perché avevamo insistito troppo. Le forze dell’ordine facevano appostamenti e si nascondevano nei caselli per aspettarci. Abbiamo deciso di fermarci e cambiare obiettivo».
Da dove nasce questo livello di violenza?
«La violenza che cresce in noi, perché a un certo punto non è la rapina che porta, siamo noi che siamo più portati a sparare. Da una situazione che era degenerata, come una macchina in discesa senza freni e prima o poi deve trovare un muro dove fermarsi. E il muro l’abbiamo trovato».
Ricorda il primo omicidio?
«Li ricordo tutti, ma non voglio parlarne».
Ricorda il volto delle vittime?
«Sì. Non tutti perché di tanti non ne so nulla, ma sì».
Il 4 gennaio 1991, la strage del Pilastro. Tre carabinieri uccisi: Ottavio Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Cosa ricorda di quella notte?
«Ricordo tutto. Fummo sorpassati, si accesero gli stop della loro macchina. Roberto si sporse dal finestrino temendo che ci fermassero e sparò alcuni colpi. Pensammo avessero chiamato rinforzi. Nella nebbia sentivamo motori ad alta velocità. Volevamo fare inversione e andarcene, ma prima della traversa che volevamo imboccare c’erano loro. Evidentemente uno dei colpi aveva ferito l’autista. Erano fuori dalla macchina e iniziarono a sparare».
Per la strage del Pilastro furono accusati altri innocenti, i fratelli Santagata con dei complici. Non si sentiva in colpa?
«Piacere non faceva. Infatti, quando abbiamo avuto l’ergastolo definitivo, la prima cosa che feci fu scagionare quelle persone. Quando vidi Pietro Santagata uscire dal carcere e il padre piangere di gioia in televisione, avrei voluto fosse mio padre».
Il 21 maggio 1991, in via Volturno a Bologna, vengono uccisi Licia Ansaloni e Pietro Capolungo. Cosa successe?
«Entrammo per rubare delle armi. Probabilmente Capolungo vide mio fratello. Mise la mano sotto il banco, schiacciò l’allarme e disse: “Adesso arrivano, adesso ti arrestano”. A quel punto gli sparai. Poi la signora disse mentre stavamo andando via: “Hai l’accento riminese, ti prenderanno”. Disse la frase sbagliata. Non mi rimaneva altra scelta. Poi di quel fatto si sono dette le cose più assurde: complotti e servizi segreti».
Suo fratello e un complice fanno esplodere un ordigno.
«Sì, esplode l’ordigno, ma non erano entrati con l’intento di farlo esplodere dentro la posta, perché avrebbero potuto farlo esplodere dall’esterno, esattamente nel settore blindato».
Quindi qual era l’intento?
«L’intento era una minaccia. Solo che Gugliotta iniziò a sparare per aria all’interno dell’ufficio. Io vidi la gente uscire, per me fu un errore. Si generò il panico e lì venne fuori questa cosa».
C’era una strategia del terrore dietro?
«No, nessuna strategia del terrore. Lì c’era un miliardo e mezzo da prendere. E basta».
In 103 episodi avete lasciato una sola impronta e una sola immagine. Vi sentivate più furbi di chi vi cercava?
«Sì».
Lei disse al pubblico ministero Paci che non si riconosceva neanche in quell’immagine.
«No, io portavo sempre la barba».
Loro dissero che in quell’immagine si vedeva il suo volto.
«No».
Qual è stato l’errore fatale che ha portato alla vostra cattura?
«Credo che qualcuno ci abbia visto fare un cambio macchina dopo una rapina. Ci riconobbe e collegò tutto».
Gli atti raccontano che furono due poliziotti a seguirvi.
«Il loro ragionamento ci sta. Fare appostamenti come facevamo noi non fa una grinza».
Lei ha mai avuto la sensazione di essere protetto da qualcuno?
«No. Protetto da chi? Non c’è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni».
Il magistrato Daniele Paci ha sempre escluso coperture. È d’accordo?
«Sì. Massimo rispetto per lui. Ha fatto il suo lavoro correttamente».
Quando si scopre che i responsabili sono poliziotti è uno shock. Avevate mai pensato a questa possibilità?
«No. Non ci ho mai pensato».
Oggi cosa pensa di casi di poliziotti che tradiscono la divisa?
«Se è vero, è una divisa sporca. Io ho 32 anni di galera e non posso dire nulla a nessuno».
Sotto questo stesso tetto, a qualche decina di metri da lei, c’è anche suo fratello Roberto. Oggi in che rapporti siete?
«Non abbiamo rapporti».
Come mai?
«Proprio per quel rapporto che c’era: un rapporto talmente tossico che non ha lasciato più niente».
Si è sentito tradito da suo fratello Roberto?
«Un pochino sì. Il rapporto ormai è rotto e rimane rotto. Non gli auguro tutto il bene. Poi quello che dice non lo so, perché siamo in carcere e me lo vengono a dire».
Dopo tutto quello che ha detto le faccio una domanda semplice: se tornasse indietro lo rifarebbe?
«No».
E allora perché non si è fermato?
«Bella domanda… me la faccio anch’io tante volte».
Perché ha deciso di parlare oggi?
«Perché sono trent’anni che tutti parlano di me. Sono stato descritto in tutti i modi. Io non avrei mai voluto essere quel Fabio di quei sette anni. Ma quel Fabio non c’è più, non esiste più».
Cosa ha fatto in questi 32 anni?
«Mi sono trovato in un mondo che non conoscevo. Dopo tre anni e mezzo di isolamento ne uscii perché vedevo le palle di luce volare, vedevo le ombre dietro le spalle. E andai in sezione. Fino al giorno in cui mi ritrovai seduto per terra con due confezioni di vino, ubriaco, e mi dissi “che cosa stai facendo?”. Buttai via le confezioni e mi misi a studiare, a inquadrare la situazione e il percorso che avrei dovuto compiere. Dovevo reagire: o mi lasciavo morire o reagivo. Ho iniziato a studiare, ho sempre basato tutto sull’informatica e cybersecurity, fino ad arrivare alla certificazione in cybersecurity. Successivamente mi fu proposto un corso per progettazione su AutoCAD».
Suo figlio che cosa prova per lei?
«Mi vuole bene. Vedo un ragazzo che ho condannato a crescere senza padre che ormai si è fatto uomo e che ho lasciato all’asilo».
Che cosa le dice suo figlio?
«Mio figlio mi disse una cosa una volta: ricordati che la prima volta che hai sparato, hai sparato a me. Perché non ci sono mai potuto essere per i suoi giorni più importanti. Non c’ero primo giorno di scuola, non c’ero alle superiori, quando si era laureato, Non c’ero mai. Non c’ero quando si è sposato».
Lei oggi quando pensa alle vittime che cosa pensa?
«Sono delle persone che non ci sono più. Mi tormentano perché non avrebbe dovuto essere così, pagano per sempre. Si è parlato tanto delle scuse, delle mancate scuse, ma io a queste persone non ho pestato un piede per chiedergli scusa. Sono almeno vent’anni che mi esortano a scrivere una lettera di scuse. Non l’ho mai fatto perché per una lettera ci impiegherei cinque minuti a scriverla. Avrebbe tutto il sapore di essere utilitaristico, strumentale. Quindi, mi sono affidato alle Istituzioni e ho iniziato, prima, un percorso di giustizia riparativa; poi un percorso di mediazione penale. Hanno contattato dapprima persone vicine all’associazione…».
Dei familiari delle vittime?
«Sì. C’è stato un netto rifiuto da parte loro. Hanno tutta la ragione del mondo, li capisco. Al posto loro probabilmente mi comporterei nello stesso modo. Però ritengo che se ci fosse stato un confronto sarebbe stato utile sia a me che a loro. Posso solo cercare di essere migliore, cercare di lasciare una porta aperta nel caso volessero… Senza tormentarli, senza essere invadente. Se loro vogliono, io sono qua».
Lei mi ha raccontato tutta la verità in questa intervista?
«Sì. La verità che poi è riscontrabile negli atti. E se ci fossero dei dubbi, ho scritto alla Procura della Repubblica chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare. Tutto è già stato detto. L’importante è che loro vogliano veramente stabilire una verità e che sia quella. Dal momento che ancora insistono, dopo 32 anni, su livelli occulti, su viaggi di mio fratello a Roma… Come poteva stare tre giorni a Roma tutte le settimane quando ci sono i turni del servizio che non lo permettevano? Come poteva avere dei contatti? Sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla».
Per “nulla” lei intende nessuna collusione con apparati dello Stato?
«Assolutamente no».
Ha paura di questa nuova inchiesta?
«Non ho paura perché non ho nulla da nascondere».
Come si sente di fronte a quelle che lei considera bugie di suo fratello?
«Mio fratello dovrebbe fare un esame di coscienza, dovrebbe ricordare in primo luogo come si è comportato lui persino verso i suoi stessi fratelli e mi fermo qui perché non voglio scendere a livelli che non mi appartengono».
C’è qualche cosa che vuole dire a suo fratello?
«No. assolutamente nulla».
Lo considera un traditore?
«A quanto pare».
Cologno Monzese, 29 maggio 2026

