Il barometro di fine maggio conferma la stabilità degli indicatori. Ma dietro la tenuta del mercato del lavoro si celano fragilità strutturali che nessuna statistica, da sola, riesce a restituire. E la politica di governo del territorio risponde con gli stessi attori di sempre
di Maurizio Morini, imprenditore e innovation manager
Gli indicatori monitorati per l’Emilia-Romagna al termine di maggio 2026 non registrano scostamenti rilevanti rispetto alle rilevazioni consolidate di aprile. Il tasso di occupazione nella fascia 20-64 anni si attesta al 77,0%, confermando il dato già segnalato come alert materiale a fine aprile; il tasso di disoccupazione nella fascia 15-74 anni si colloca poco sopra il 4,1%, in prossimità dei minimi storici. La produzione industriale destagionalizzata — unico indicatore con aggiornamento mensile — segna 94,4 punti (indice 2021=100) a marzo 2026, in leggero recupero rispetto ai 93,6 di febbraio, ma comunque all’interno dell’oscillazione piatta tra 92 e 95 che caratterizza la serie da oltre quattordici mesi consecutivi.
Stabilità, dunque. Ma non ripresa. È una distinzione che merita attenzione: quando un sistema economico strutturalmente avanzato smette di crescere senza entrare formalmente in recessione, il rischio è che la tenuta venga letta come salute. Non lo è.
Il paradosso emiliano-romagnolo: perché il sistema regge
La domanda che si pone spontaneamente — come mai il tutto si tiene, a fronte di una manifattura bloccata, di un commercio al dettaglio sotto pressione e dell’accelerazione dell’automazione cognitiva — merita una risposta articolata, non ideologica.
L’Emilia-Romagna e la Città Metropolitana di Bologna presentano una combinazione di condizioni che poche aree europee possono vantare in forma così integrata. Il Patto per il Lavoro — attualmente in fase di rinnovo — ha costruito nel tempo un sistema di concertazione tra istituzioni, imprese e organizzazioni del lavoro che ha retto agli shock esterni meglio di molte altre realtà italiane. Il competence center Bi-Rex, con un volume di attività che vale da solo circa la metà del totale dei competence center nazionali, ha rappresentato un moltiplicatore di capacità per le Pmi manifatturiere nell’adozione di tecnologie Industria 4.0. I fondi del Pnrr sono stati assorbiti con efficienza superiore alla media nazionale. Sono presenti infrastrutture di calcolo avanzate e una dinamica positiva nella costituzione di nuove imprese. Il sistema formativo, pur con le criticità ordinarie di ogni grande area urbana, ha storicamente privilegiato l’erogazione di competenze spendibili rispetto alla mera allocazione di risorse.
È questo mix — non un singolo fattore — che ha permesso al tessuto socio-economico regionale e metropolitano di assorbire le tensioni strutturali senza cedere. Va riconosciuto con onestà: alcune scelte amministrative degli ultimi anni hanno contribuito a costruire questo capitale istituzionale.
Le crepe nel tessuto: commercio, produttività, servizi
La stabilità degli aggregati macroeconomici non deve oscurare alcune dinamiche di deterioramento che i dati ufficiali faticano a catturare con la necessaria tempestività.
Sul versante commerciale, pur in assenza di dati granulari aggiornati, la direzione è chiara: il numero di collaboratori per punto vendita si riduce sistematicamente, mentre la numerosità degli esercizi — specie nell’area metropolitana — non accenna a diminuire e in alcuni segmenti si espande. Il risultato è una progressiva erosione della produttività per addetto, che anticipa generalmente fasi di razionalizzazione più brusca.
Nei servizi di pubblica utilità permangono criticità già segnalate in precedenti numeri di questo barometro: pressioni sulla qualità dell’erogazione, difficoltà nel reclutamento di profili qualificati, costi crescenti che si trasferiscono — con latenza variabile — sulle tariffe ai cittadini. Sul fronte dei prezzi al consumo, l’indice Hicp per l’Italia ha raggiunto 124,3 punti (base 2015=100) nel 2025, con una progressione di +1,4 punti in dodici mesi che comprime il potere d’acquisto reale delle famiglie anche nelle fasce di reddito medio.
Il nodo della governance: chi siede al tavolo del futuro?
È in questo contesto che emerge la questione forse più rilevante del momento: chi è chiamato a disegnare la traiettoria di sviluppo della Città Metropolitana nei prossimi anni?
La costruzione del Piano Strategico Metropolitano — strumento di governance cruciale per orientare risorse pubbliche e private su priorità di lungo periodo — vede coinvolti prevalentemente soggetti che hanno già occupato ruoli istituzionali di primo piano negli anni passati, convocati dal Sindaco per il 9 giugno prossimo: ex assessori, ex sindaci, figure che hanno certamente dimostrato capacità di visione in alcuni momenti, ma che non sempre hanno saputo — o potuto — tradurre quella visione in un dialogo strutturato con gli attori dell’innovazione economica emergente. Il rischio è quello di un processo di pianificazione che tende all’auto-perpetuazione: le stesse categorie interpretative, le stesse reti di relazione, gli stessi orizzonti cognitivi.
Non si tratta di una critica alla competenza individuale di queste figure. Si tratta di riconoscere un limite sistemico: i processi di innovazione radicale richiedono l’integrazione di sguardi nuovi, di chi abita i margini del sistema produttivo, di chi ha costruito imprese su traiettorie non convenzionali, di chi lavora quotidianamente all’intersezione tra tecnologia, organizzazione e mercato.
Cosa serve: un consesso per il nuovo sviluppo
La proposta evoluta sarebbe quella di costruire un tavolo permanente — chiamiamolo consesso per il nuovo sviluppo — che integri, accanto alle rappresentanze istituzionali e datoriali tradizionali, le startup e le Pmi innovative, i ricercatori applicati, i designer di organizzazioni, i giovani imprenditori delle filiere emergenti, gli operatori sociali e del terzo settore, i rappresentanti della generazione che sta ereditando le sfide della transizione industriale e climatica.
Questo tavolo non sostituirebbe le sedi decisionali esistenti. Le alimenterebbe con materia prima che oggi manca: la capacità di vedere traiettorie non ancora codificate, di portare al tavolo della pianificazione le domande che il sistema produttivo reale si sta già ponendo — sull’automazione, sulla riconversione delle competenze, sull’autoconsumo energetico, sui nuovi modelli di filiera corta manifatturiera.
Senza questa integrazione, il rischio non è il declino improvviso. Il rischio è più sottile e più pericoloso: una graduale perdita di competitività che i dati aggregati continuano a mascherare finché non diventa irreversibile. L’Emilia-Romagna e Bologna hanno le risorse per evitarlo. La domanda è se hanno la volontà politica di ascoltare chi la vede con occhi nuovi.

Con una Regione che continua a curare più il consenso rispetto allo sviluppo non si può avere di più. Qualche soldino a tutti e tutti contenti, ma stagnano innovazione e progettualità. Servono più opportunità nella logistica e più adeguamento della formazione e della cultura d’impresa. I big hanno la forza di costruirsi il futuro, i piccoli troppo spesso non hanno il sostegno per affrontarlo.