Dal Caregiver Day all’udienza conoscitiva: il Manifesto di Coalizione Civica Bologna “Caregiver. La cura è un affare politico, oltre la famiglia e le soglie economiche” è una proposta per riconoscere i cambiamenti della cura e costruire risposte più eque: rafforzare ciò che esiste, garantire più diritti a chi cura e condividere maggiormente le responsabilità
di Simona Larghetti, consigliera comunale Coalizione Civica per Bologna
Secondo un’indagine Istat del 2015 (qui), in Italia sono circa 7,3 milioni le persone che svolgono attività di cura verso una persona non autosufficiente e oltre due milioni dedicano più di venti ore settimanali a questa attività. Sono inoltre 169mila i giovani caregiver tra i 15 e i 25 anni.
Sempre secondo l’Istituto nazionale di statistica in Emilia-Romagna, nel 2019, oltre 220mila caregiver hanno svolto attività di cura e nel 60% dei casi hanno ridotto o abbandonato il lavoro per farvi fronte (qui).
Ma il dato che forse aiuta di più a capire il cambiamento arriva dalla ricerca Eras – Emilia-Romagna Aging Survey, presentata nel febbraio 2026 (qui).
L’indagine – costruita su circa 3.200 interviste rappresentative alla popolazione regionale over 50 – stima che in Emilia-Romagna siano oltre 600mila i caregiver informali con più di cinquant’anni.
Ma soprattutto racconta qualcosa che i numeri tradizionali fanno più fatica a vedere. Circa il 15% di chi si prende cura non ha un rapporto di parentela con la persona assistita.
Una quota crescente del lavoro di cura resta fuori dalle statistiche ufficiali perché non coincide con i criteri formali attraverso cui oggi riconosciamo il caregiver. La realtà della cura sta cambiando.
Il 22 maggio, nel mese dedicato al Caregiver Day, Coalizione Civica Bologna ha presentato il Manifesto “Caregiver. La cura è un affare politico, oltre la famiglia e le soglie economiche”(qui), nella V Commissione consiliare – Salute, Welfare, Politiche per le Famiglie, la Comunità e delle Fragilità presieduta da Roberta Toschi (qui).
Un documento nato da un percorso di ascolto, confronto (dall’edizione 2025 della nostra festa Metropolis) e dall’udienza conoscitiva dedicata al tema, con un obiettivo preciso: contribuire al dibattito pubblico e offrire alle istituzioni alcune proposte per rafforzare le politiche della cura.
Il punto di partenza del Manifesto non è raccontare un sistema che non funziona. Al contrario.
In Emilia-Romagna negli ultimi anni è stato costruito un patrimonio importante: una delle prime leggi regionali dedicate ai caregiver in Italia (qui), aggiornata nel 2024, servizi territoriali, sportelli dedicati, reti associative, progettualità e collaborazioni tra sanitario, sociale e terzo settore. Esperienze che hanno contribuito a dare maggiore riconoscimento a chi ogni giorno sostiene una persona fragile o non autosufficiente.
Proprio perché questo lavoro esiste, oggi è possibile porsi una domanda ulteriore. Le forme della cura che osserviamo e sosteniamo coincidono ancora con quelle che le persone vivono realmente?
Le ricerche richiamate nel Manifesto e gli studi regionali sul cambiamento demografico e sociale – tra cui il già citato progetto Eras – ci restituiscono un fenomeno ampio e in trasformazione.
Accanto ai legami familiari tradizionali esistono partner, amici, vicini, famiglie di scelta e reti di prossimità che ogni giorno coordinano appuntamenti, traducono linguaggi professionali diversi, organizzano il quotidiano e gestiscono imprevisti, mediano tra bisogni e risorse, sostengono percorsi di vita e spesso restano invisibili alle forme di tutela esistenti.
La cura, inoltre, attraversa le biografie in modi molto diversi. Può entrare molto presto nella vita di ragazze e ragazzi che affiancano un familiare. Continua a coinvolgere in modo prevalente le donne e spesso modifica tempi di vita, lavoro, salute e possibilità di scelta. Riguarda anche le persone anziane, troppo spesso considerate solo destinatarie della cura, mentre in molti casi continuano a essere una presenza attiva di sostegno dentro relazioni attraversate da fragilità condivise.
Accanto alla fatica materiale esiste poi una dimensione meno visibile ma molto presente: la solitudine. Il dover reggere da soli continuità assistenziale, organizzazione quotidiana, informazioni, burocrazia e decisioni, ma soprattutto il non sentirsi più parte di una vita sociale.
Numerosi studi richiamati nel Manifesto confermano come il lavoro di cura possa esporre a stress cronico, isolamento sociale e progressiva riduzione degli spazi di vita personale.
Questa trasformazione non mette in discussione il sistema costruito finora. Ci dice però che anche i servizi, le istituzioni e le comunità devono continuare a imparare.
Perché se cambiano le forme della cura, cambia anche il modo di accompagnarla. Serve formazione: per riconoscere precocemente situazioni di fragilità, leggere bisogni nuovi e accompagnare percorsi di vita sempre più complessi, per i professionisti, per le reti territoriali. E serve anche una maggiore consapevolezza collettiva. Perché se la cura non è una questione privata, allora non può essere lasciata interamente ai caregiver né delegata esclusivamente ai servizi.
In questo quadro si inserisce anche il dibattito nazionale sul Ddl caregiver. Il riconoscimento nazionale rappresenta un passaggio importante e atteso. Ma il confronto aperto in questi mesi mette in luce una questione che il Manifesto prova a porre con chiarezza. Come evitare che la cura venga letta soltanto attraverso soglie amministrative o indicatori di intensità assistenziale? La cura non si misura soltanto con le ore. Non si misura in chilometri. Non si misura con l’Isee. Si misura anche nella responsabilità quotidiana, nell’impatto sulle scelte di vita, sul lavoro, sulla salute, sulle relazioni.
Dentro questa prospettiva assume particolare rilievo una delle proposte del Manifesto: il coordinamento metropolitano della cura e la costruzione di strumenti condivisi di conoscenza del fenomeno.
Non un nuovo livello burocratico, ma uno strumento per mettere maggiormente in relazione Comuni, azienda sanitaria, terzo settore, associazioni e cittadini con diversi obiettivi:
- Capire meglio quanti sono i caregiver e soprattutto chi sono
- Leggere i bisogni emergenti
- Ridurre le differenze territoriali e rendere il sistema più equo
- Programmare servizi più accessibili, meno frammentati
- Monitorare e valutare gli interventi
Dentro questa logica trovano senso anche altre proposte del Manifesto: rafforzare orientamento e accesso ai servizi, sostenere il sollievo, accompagnare la conciliazione tra tempi di vita e cura, valorizzare il ruolo attivo del caregiver nei Progetti di Vita, riconoscere le competenze acquisite e sostenere anche il tempo successivo alla cura per contrastare isolamento e perdita di relazioni.
Forse il contributo più importante di questo percorso sta proprio qui. Non chiedere che la cura resti una questione privata. E nemmeno immaginare che possa essere trasferita interamente ai servizi.
Ma riconoscere che oggi la qualità del nostro welfare dipende dalla capacità di costruire alleanze nuove tra istituzioni, professionisti, terzo settore, comunità e persone che ogni giorno si prendono cura. Perché la cura non è un tema che riguarda alcune realtà. È una delle infrastrutture che tengono insieme la società. E una società che considera la cura un fatto privato finisce per lasciare sole le persone.
Una società che la riconosce come responsabilità collettiva costruisce invece le condizioni perché ciascuno possa continuare a vivere, lavorare, scegliere e prendersi cura senza scomparire dentro quel compito.
Per approfondimenti:
Simona Larghetti: simona.larghetti@comune.bologna.it
Gruppo Salute di Coalizione Civica: coalizionecivicabologna@gmail.com


concordo, obbiettivo da centrare,
istituzionalizzare quelle che sono le dinamiche di supporto alle persone fragili.
La creazione di Reti, dove il passo successivo è una forma di supporto quasi specialistico, caregiver anche a supporto di estranei al proprio nucleo famigliare….con relativa formazione.
Quando parliamo di cura, il rischio è concentrarsi subito sugli strumenti: reti, servizi, formazione, coordinamento. Sono tutti elementi necessari. La domanda che pone l’articolo è interessante: chi si assume la responsabilità della cura come bene comune? Finché continueremo a considerarla un problema delle famiglie o degli specialisti, continueremo a rincorrere le emergenze. Riconoscere la cura come questione politica significa, invece, ripensare il patto tra istituzioni, comunità e cittadini.
può divenire questione Politica quando a monte si è focalizzato un Progetto….