Da “Bonaccini Presidente” a “Lista Lepore”, agli appuntamenti elettorali proliferano i contenitori personali dei candidati. Una pratica che banalizza il confronto democratico e svilisce il ruolo e la libertà degli eletti
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Tra i tanti preziosi lasciti del Romanticismo europeo, il culto per il concetto di incompiutezza, subito dopo quello di “nazione”, è probabilmente il peggiore in assoluto.
È a causa di questo, infatti, se per decenni sinfonie e romanzi, opere d’arte o di architettura e persino qualche vicenda esistenziale non risolta sono state interpretate, da una buona parte della critica competente e del pubblico abboccante, come manufatti dell’ingegno particolarmente meritevoli d’attenzione e non per quel che in fondo sono, ossia dimostrazioni empiriche del fatto che, com’è naturale che sia, anche le menti più eccelse di tanto in tanto spirano o si rendono conto di aver prodotto, per una volta, una grandissima boiata che non necessita di ulteriore accanimento.
Con progetti inconclusi o inconcludenti, nella storia dell’ars politica, ci si possono riempire parecchi armadi a quattro ante. Particolarmente ricchi, poi, ne sono gli ultimi quindici anni, coincidenti con l’emersione di quel fenomeno, fattosi proverbiale grazie a una felice definizione bersaniana, che sono i cosiddetti “partiti personali”.
Per non contraddire tale anatema, pur mantenendo fede al proposito di aggirarlo, la classe dirigente che ha ultimamente preso le redini del centrosinistra, anche dalle nostre parti, ha dato libero sfogo alla propria immaginazione. E allora via di “Bonaccini Presidente”, “Civici con de Pascale”, “Anche tu Conti” e “Lista Matteo Lepore Sindaco”, aspettando nuovi e sorprendenti artifici lessicali in vista dei prossimi imperdibili appuntamenti elettorali.
Progetti di evidente cortissimo respiro – all’incirca una legislatura, se regge – quando non abortiti nel momento esatto in cui il loro creatore, per un motivo o per l’altro, cambiava idee e, con esse, la propria strategia politica. Con buona pace degli attivisti che ci si erano sbattuti dietro per una campagna elettorale e degli eletti che, in teoria, dovrebbero esercitare la loro funzione liberi da vincoli e influenze diverse dall’interesse generale, secondo il principio di autonomia.
Regina di queste incompiute, tra le arcate dei portici, è certamente la Lista Lepore. Che nonostante un discreto successo nel 2021 – condito dall’elezione di ben due consiglieri comunali, Giacomo Tarsitano e Siid Negash, e dall’ingresso in giunta di Erika Capasso con numerose deleghe – non è riuscita a emergere, nel dibattito pubblico, come un attore in grado di produrre, nel corso del mandato, quel di più dialettico che ci si aspetterebbe da quella che, dopotutto, è la terza forza politica della coalizione di governo.
Chi si oppone a Matteo Lepore, su questo punto, avrebbe gioco facile nell’indicare l’ennesimo fallimento di una visione politica che ha fatto della personalizzazione una delle innegabili chiavi interpretative. Chi conosce il valore dei soggetti coinvolti e la psicologia del potere, invece, si rende conto che persino lo spirito più ribelle, dentro un contenitore che ha letteralmente un nome e un cognome, farebbe fatica a emanciparsi completamente e senza remore dal proprio padre putativo.
Individuata la cornice del quadro, allora, all’osservatore esterno non resta altro da fare che augurarsi, per non sprecare competenze acquisite in cinque anni di formazione sul campo, che gli eletti di Lista Lepore trovino finalmente forza e motivazioni sufficienti per uscire da casa. E che il proprietario dei muri, consapevole del potenziale valore aggiunto che questa scelta potrebbe dare alla causa collettiva, non vi si opponga per semplice partito preso.
Fatta salva l’eventualità in cui, una volta emancipatisi, quelli non scelgano di confluire nell’ennesimo soggetto civico appena sfornato dalla fabbrica dell’insipienza politica. In tal caso, li incateni pure nei sotterranei di Palazzo d’Accursio e dimentichi dove ha nascosto la chiave.
Perché di tutto avrà bisogno il centrosinistra per vincere l’anno prossimo, meno che dell’ormai endemica inconsistenza.

